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venerdì 27 giugno 2014

Dopo Sarajevo 1914. Fucilazione di 28 militari della valorosa Brigata Catanzaro avvenuto il 16 luglio 1917

ROMA - Di seguito, un episodio ben più tardo, rispetto all'attentato di Sarajevo di cui domani, 28 giugno 2014, ricorre il centenario. Il fatto che descrivo è la fucilazione di 28 militari della valorosa Brigata Catanzaro avvenuto il 16 luglio 1917, durante la guerra che l'attentato di Sarajevo aveva scatenato. Vengono fucilati perché nessuno vuole sentire la loro legittima protesta per essere considerati carne da macello. La sordità (la crudeltà) dei generali nei confronti dei soldati è lo specchio dell'Italia di allora, estranea e matrigna rispetto ai propri contadini, alla propria gente, agli italiani.

Il muro. Grigio, screpolato, macchiato dall’umidità di mille inverni, ferito al sommo da erbacce - forse gramigna: semi portati dal vento, fecondità dell’aria che attecchisce ovunque, anche là dove non c’è terra, e succhia l’intonaco come un seno inaridito. Il muro. Roso dal tempo: vi affiorano qua e là pietre bianche, irregolari, quasi macchie lunari come se ne possono vedere nelle notti serene, quando l’astro raggiunge il suo massimo splendore.

Il cancello. La  griglia rugginosa affonda i perni come coltelli nel corpo martirizzato di calce e di pietre, e lascia affiorare la luce densa, lattiginosa dell’altrove.

La luce. Ineffabile, indifferente alla vita come alla morte, proietta le ombre esigue delle sbarre di ferro - ma molto ravvicinate, quasi sovrapposte: è l’ora del sole allo zenit in un cielo pallido, uniforme, afoso.

Il Campo Santo.  Al di là del cancello c’è il Campo Santo di Santa Maria la Longa. Potrebbe esserci anche il limbo, o le colonne d’Ercole, o l’ingresso dell’anima più remota, o gli spazi della memoria bruciati al contatto col presente.

Gli alberi. Non i cipressi di cui parla d’Annunzio, cresciuti dentro il Campo. Alberi dalle chiome indefinibili, dai tronchi levigati, carne bruna che pare ansimare nell’immobilità a cui la condannano le radici.

L’erba. Essiccata da troppe giornate roventi, tagliente come lama, pungente e ribelle al passo, scricchiola sotto l’orma come guscio di chiocciola, come  membra di locuste o di grilli - e tace.
Scarpe. Innumerevoli paia di scarpe da montagna con gli occhielli appaiati, con i lacci che s’uniscono e dividono in complicati intrecci, con le suole incrostate di terra secca; scarpe dai tacchi quadrati, forti, per aderire ai sentieri impervi della guerra - divelte dal terreno: radici anch’esse, ma esposte in una nudità oscena.

Fasce. Ancora strette ai polpacci magri; e ginocchi, e gomiti, e schiene su cui la stoffa s’increspa, e bottoni prigionieri nelle asole, e bretelle tese, e lembi di camicie che macchiano il grigio dei vestiti come la neve disciolta sul prato, a primavera:  bianchi lembi di camicie stesi come una sindone sulla nuca dei morti.

I morti. Caduti ondeggiando sotto la raffica dei colpi, ammucchiati in doppia fila ai piedi del muro, le facce riverse sull’erba pungente, le bocche aperte per il canto funebre intonato solo pochi minuti prima davanti al plotone d’esecuzione: sono gli uomini della Brigata Catanzaro fucilati a sorte per una colpa che è di tutti. E di nessuno.

Un soldato. In disparte, vivo tra i morti, ha il berretto degli ufficiali, la giubba chiara, i calzoni alla zuava, fasce e scarponi. È d’Annunzio? non ha la figura snella e minuta del poeta, che pure è stato lì - forse c’è ancora, al riparo dallo sguardo immortale dell’obbiettivo fotografico. Una mano sospesa a mezz’aria, forse armata di un frustino o di una stoppia, l’altra mano appoggiata al viso, il mignolo sulle labbra serrate, l’ufficiale guarda attonito i morti. Allo stesso modo, nel Giudizio michelangiolesco della Sistina, il peccatore contempla l’abisso del male. E della propria coscienza.

Un altro soldato. Il capo scoperto, il berretto in mano, se ne sta ritto in mezzo a quell’impasto di grigio e di bianco, di braccia, di gambe, di fasce, di scarpe. Non giudica, non assolve. Ascolta il canto che viene dalla terra.

Anche d’Annunzio ascolta il canto tra le zolle intrise di  sangue e di materia grigia - gli ultimi pensieri di quegli uomini: ora le mosche assetate vi placano l’ansia di vivere. La sua scrittura testimonia quello che l’immagine cela per pudore, o semplicemente perché il poeta s’è allontanato mentre il fotografo scatta le immagini. Sta correndo al suo campo d’aviazione, cerca un paio d’ali artificiali per volare lontano dal dolore. Impossibile. Il dolore ha le ali, lo seguirebbe. Con la mente sconvolta, “primogenito fra i morti” come si definisce egli stesso, torna ai piedi del muro, si china a terra. L’occhio fotografico ora non guarda più. Ora, solo l’occhio affaticato del poeta ci guida.
La Brigata Catanzaro si ribella il 15 luglio 1917, terzo anno di guerra.

Alle dieci e mezzo di sera, un violento scoppio di fucileria: d’Annunzio lo sente, il campo d’aviazione è vicino.

Dissanguata dai combattimenti del 23 e del 24 maggio, consumata in troppe trincee, stremata, priva di speranza - nella Catanzaro si muore, lo sanno tutti -, accantonata per poco tempo a Santa Maria la Longa,  richiamata d’improvviso sul Carso - e sul Carso si muore: anche questo tutti lo sanno - grida. Gridano i sobillatori, gridano gli altri, forse anche costretti dai capi. L’urlo sale fino al cielo: razzi multicolori accendono l’aria scura e densa della notte estiva, danno il segnale della rivolta alle altre Brigate. Santa Maria la Longa diventa la trincea degli Italiani contro gl’Italiani, un serpente che divora la propria coda. Poi, alle tre del mattino il fuoco si spegne: sette i caduti nelle file del Comando.

16 luglio, poco dopo mezzodì. Ventotto militari presi a sorte vengono allineati contro il muro della strada che porta al cimitero. Le giubbe sembrano confondersi con l’intonaco vecchio, sbriciolato, trafitto dai semi dell’aria. Non le facce, però. Le facce emergono da quel grigiore uniforme spaventate, inermi, con l’ultima parola di verità, col canto delle case lontane affiorante sulle labbra.

D’Annunzio è davanti a loro, gli occhi negli occhi; riconosce  le nenie infantili nelle voci, le canzoni giovanili, i cori della chiesa e dell’oratorio; vede nella pelle bruciata dal sole il lavoro della mietitura, nelle gambe molli  la postura dei contadini che sanno fermare il passo come se nella terra avessero messo radici.

Dopo Sarajevo 1914. Fucilazione di 28 militari della valorosa Brigata Catanzaro avvenuto il 16 luglio 1917.

La raffica dei fucili è breve, dirompente. Il muro frana sull’erba - no, sono i corpi a cadere, come ciottoli: e il canto penetra nella terra come l’acqua piovana. La terra ora è il cielo.  Il poeta fruga invano tra le stoppie in cerca d’un fiore; più in là trova foglie d’acanto e le adagia sotto i volti, sotto le bocche aperte, per lenire il contatto con la terra. Ma un giovane - uno di quelli che hanno confessato con lo sguardo la loro innocenza, giace supino, qualcuno l’ha spostato dalla posizione riversa. Ha gli occhi degli animali morti appesi ai ganci delle macellerie, la bocca spalancata, la gamba destra contratta, l’altra distesa in un’involontaria offerta ai viventi dell’afa estiva. Ma la mano, avvezza ad anni e anni di mietitura, ancora stringe fra il pollice e l’indice un ciuffo d’erba.

di Pia Di Marco

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