L'immigrazione e le parole della ministra inglese Theresa May. Il concetto di isola. L'analisi di Lorenza Morello


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TORINO - L’altolà del Governo inglese alla migrazione comunitaria svela quanto la falla nei sistemi nazionalisti sia più grave e profonda della stessa emergenza profughi. Una minaccia che mina il concetto stesso di libera circolazione delle persone in Europa. E poco importa al Governo del premier inglese che continua a tenere sul filo proprio l’Ue con la promessa/minaccia di un referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea stessa. E’ stato proprio questo, d’altra parte, uno degli argomenti cardine con i quali, astutamente, Cameron ha vinto nuovamente le recenti elezioni ottenendo una significativa conferma. E dire che fu proprio un conservatore, l’ex premier Edward Heath, a portare il Regno Unito dentro la Comunità europea: era il 1973, ed era venuto meno il veto di De Gaulle che aveva visto nell’Inghilterra un “cavallo di Troia” americano.
Così, giacché anche Londra si è accorta di rischiare parecchio, in un clima economico-finanziario costantemente a rischio di pericolosissimi contagi internazionali, il Governo ha individuato uno dei punti del vulnus, forse quello, specie per chi regge un’isola, più conveniente da affrontare in termini di consenso elettorale: l’immigrazione.
Ma non è esattamente di profughi che si parla, bensì di europei. E questo la dice lunga su quanto gli inglesi, che tecnicamente, seppur senza euro, dovrebbero sentirsi tali, in realtà così non sia.
Gli ingredienti: euroscetticismo (una costante oltremanica, specie in zona Tory sin dai tempi dell’Iron Lady, Margaret Thatcher) e una stretta sull’immigrazione. Costi quel che costi.
Un giro di vite che in realtà, a fronte delle spinte nazionaliste e xenofobe sempre più contagiose persino in Paesi tipicamente accoglienti come quelli mediterranei, rischia di diventare un boomerang per tutti.
Al momento, a un’Europa che o è unita o non è, rispondono i nazionalismi che si fanno forti dell’assenza di reali politiche comuni: per esempio sul lavoro, che resta il primo passaporto per la speranza anche per i giovani migranti italiani. E dire che abbiamo appreso proprio giorni fa che il 2014 ha registrato un +37% di italiani emigrati Oltremanica ma ora, a quanto pare, si rischierà ogni giorno di più di poter raggiungere le città del Regno Unito solo per andare in vacanza, a fare un corso di lingua al massimo o a lavorare, ma con un’occupazione già lì ad aspettarci a braccia aperte.
I numeri e i conseguenti costi sono d’altra parte davvero ragguardevoli. Parlando di nostri connazionali, oltre 250mila ragazzi italiani, spesso di valore, ma ancora più spesso solo in cerca di fortuna, avventura, speranza dal 2010 hanno scelto di salpare verso l’UK. Più di noi, in quella direzione, si sono mossi solo polacchi e rumeni.
Numeri che hanno rafforzato il convincimento delle correnti più conservatrici del Governo britannico a pubblicare il pluricommentato editoriale sul Sunday Times, in una tranquilla domenica di fine agosto, periodo propizio all’inizio di una nuova stagione (non) lavorativa per molti giovani mediterranei o mitteleuropei, nel quale magari pensare di partire, sognando il futuro. Bene, anzi no. Perché secondo la ministra degli Interni inglese, Theresa May, alla lunga non si potrà più fare. L’ennesima crepa nella fragile armatura del grande malato – l’Ue – è la guerra contro il turismo del welfare, un evergreen che in UK  rispunta periodicamente. Secondo May, insomma, orde barbariche di immigrati meridionali starebbero approfittando della libera circolazione dell’Unione europea per raggiungere Albione, e mettere le mani su un prezioso malloppo di ben 400 euro mensili, sufficienti in città come Londra, forse ad arrivare al primo weekend del mese, ammesso che il mese cominci di sabato. 
L’Unione europea, però, questa volta pare abbia capito la lezione. Checché ne dicano gli inglesi, infatti, con le loro proverbiali prese di posizione tipiche di chi ha la fortuna di vivere in un’isola, l’Europa unita è un fenomeno irreversibile che non sussiste senza la storia di Atene e ha bisogno del fumo di Londra per continuare ad esistere come quel sogno che non si è ancora del tutto realizzato, e forse mai si realizzerà del tutto, ma di certo non è verosimile pensare di ritornare a una divisione geografica anti Ue. 
Disperazioni e sogni, insomma. Come quelli che ha chiunque lasci la propria terra natia in cerca di fortuna altrove, qualsiasi sia il motivo della partenza e lo stato di origine o di approdo. Lavoro e solidarietà senza confini. Dove nessuno può rimanere realmente isolato. Ed è per questo che cittadini di isole con storie così diverse, come la Gran Bretagna a nord e Lampedusa all’estremo sud, si dovranno guardare in faccia, affrontando problemi di migrazioni per ragioni che hanno le radici agli antipodi ma qualche punto in comune: su tutti il diritto alla speranza, alla libertà, alla felicità. Ovunque si trovi.