Ulisse non muore. Troia. Ma quella guerra che vede al centro Elena non è l'eterno conflitto tra Occidente ed Oriente?

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Pierfranco Bruni
ROMA - Se muore Ulisse nell’immaginario dell’Occidente muore l’Occidente. Non è la filosofia la padronanza metafisica dell’Occidente. È Ulisse! La filosofia resta solo Pensiero. Ulisse è il viaggio nel Pensiero. È il luogo nel trasferimento di una memoria che crea il sillabario del viaggio. 
Ulisse è Pensiero ma anche invenzione, creazione, finzione, immaginario di una fisicità che supera il pensato e quindi va oltre il vissuto perché si ripropone come una costante metafora.
Platone è come se respingesse il viaggio e trasferisse il tutto e l’impossibile nell’anima della Caverna. Ma la Caverna è un eterno immobile. Come lo è Itaca. Una terra eterna e immobile. Ma senza Ulisse non avrebbe avuto senso.
Resta occidentale anche quando potrebbe attraversare i venti d’Oriente e farsi rapire dagli stessi venti, ma il suo vissuto, compreso le donne che ha amato e che lo hanno straziato, è all’interno di un cerchio tutto occidentale come luoghi come mari come terre. 
L’unico filosofo che si potrebbe contrapporre, in senso benevole, alla circolarità occidentale è Seneca. Lo spagnolo Seneca all’interno di un radicamento tra le linee orientali e quelle andaluse occidentali, ma si conclude in una Roma neroniana che comunque considera la Grecia Oriente. 
Il dramma di Ulisse è qui. In tempi successivi si è geografizzata una Grecia ellenica mediterranea occidentale. È stato proprio Ulisse a ridefinire la geografia una volta lasciata Troia. Ma quella guerra che vede al centro Elena non è forse da considerarsi come l’eterno conflitto tra Occidente ed Oriente? 
Il Mediterraneo fa da filo separante e congiungente, ma intorno alla visione proprio di Mediterraneo si disputano anche le diatribe tra filosofia e teologia. Il Pensiero della Magia è una archeologia dell’Oriente. Quello religioso (cristiano) è un Oriente che si trasferisce in Occidente. Penso a Paolo e ad Agostino. 
Il tragico nasce nel momento in cui il Pensiero esce dal razionale e diventa “follia”. Ulisse comunque non era stato capace. Anche Achille. Perché la follia non può misurarsi con la finzione. Deve sempre misurarsi con l’ironico delirio come è  in Nietzsche. Penso a cosa sarebbe stato un dialogare tra l’acuto Paolo e il tragico Nietzsche. La maschera ama sempre il profondo. 
Perché? 
La maschera non sta per finzione ma per sdoppiamento. Ulisse si maschera e nel momento in cui si maschera raggiunge il senso della follia ed è qui che avrebbe potuto sfiorare il tragico. Ma gioca. Sa giocare e imbrogliare. Riesce a non perdersi nelle tempeste non soltanto perché è protetto dal Fato, ma perché sa reggere il gioco tra la finzione e il reale. 
Egli non si porta dentro il viaggio in quanto viaggio – viaggiare. Bensì il ritorno. È l’uomo del ritorno. E non è vero che non abbia conservato una sua filosofia. La filosofia del ritorno nasce nel momento in cui l’arrivo non gli serve più o non basta per le sue inquiete esigenze esistenziali. 
C’è chi vive di partenze. C’è chi vive di ritorni. Il viaggio è il legame  che definisce un patto tra entrambi. La Metafisica osserva e contempla, definisce e “giudica”. Ulisse non ha una metafisica perché resta sempre concentrato sull’agire. Ed  ha un pensiero unico che è quello, appunto, del ritorno. Al Pensiero sostituisce l’immaginazione che avrebbe comunque bisogno di pensiero, ma è così immediato tanto da non dare la possibilità di formare un concetto. 
L’azione diventa pensiero in Ulisse. È come se si catapultasse tutto. Basta entrare nella coscienza di Ulisse per diventare Ulisse? Bisogna sapere di incarnare Ulisse sino a confondersi nell’assurdo. 
Siamo in un tempo ormai in cui si dà tutto per scontato e quando non è così si ripete quello che è stato detto o scritto. Un tempo senza alcuna originalità perché la prevalenza ormai è del cretino. 
Non siamo tutti Ulisse e non tutti siamo figli di Ulisse. C’è una sottile malinconia che ci permette sempre di ritrovare il mare o la terra del ritorno, ma non affidiamoci al caso. Soli i cretini credono al “caso”. Ulisse non muore e resta destino. 
L’Occidente crede al “caso” e muore lentamente nell’Oriente.





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