Mostra delle opere del maestro Nicola Zamboni al Teatro Duse di Bologna. Memoria, natura e valori umani



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BOLOGNA - Da sabato 17 settembre 2016 al Duse in mostra le sculture di Nicola Zamboni. È il primo appuntamento di DuseOff. In contemporanea parte la vendita all'abbonamento Duselibero. Sabato 17 alle 18, si apre la mostra delle opere del maestro Nicola Zamboni, primo appuntamento di DUSEoff. In occasione dell’evento, la biglietteria sarà aperta con orario straordinario dalle 15 alle 22 e inizierà la vendita dell’abbonamento DUSElibero.
La mostra, ad ingresso libero, potrà poi essere visitata negli orari di apertura del teatro e da un’ora prima dell’inizio degli spettacoli.

Sui temi della memoria, della natura, dei valori umani che resistono nel tempo verte gran parte del lavoro di Nicola Zamboni. Il mezzo è la scultura che, a detta dell’artista, non può essere soppiantata facilmente dalla tecnologia, come in parte è accaduto alla pittura, dopo la nascita della fotografia. Il fine della rappresentazione è duplice: la ricerca della bellezza, “la più grande conservatrice della memoria”, e il tentativo di catturare ed eternizzare nell’opera un “frammento di vita”. Tali presupposti hanno alimentato la creazione dei lavori che il Teatro Duse ospita in occasione della riapertura della stagione teatrale nel primo appuntamento di DUSEoff (inaugurazione sabato 17 settembre alle 18). 

Zamboni ha progettato e realizzato tre teatri all’aperto nella periferia di Bologna. Nel 1973 sorge il Teatro scultura a Borgo Panigale; nel 1977 il secondo a Castel Maggiore; nel 1983, completa l’ultimo, il più impegnativo, nel grande Parco Pasolini al Pilastro, al quale il recentissimo - e provvidenziale - intervento di riqualificazione ha conferito nuova visibilità. Qui, all’ombra del famigerato Virgolone, settanta personaggi in cemento, al naturale, rubricati per tipologie (amici, coppie di innamorati, famiglie, singoli), escono dagli edifici e percorrono in fila il prato verso un grande “cratere”, il teatro. Man mano che si avvicinano i volti privi di lineamenti e i corpi semplificati delle figure assumono fisionomie e forme più definite, connotate, umane. Poco lontano sculture in pietra di Vicenza raffiguranti un letto, un mobile, un tavolo ed altri oggetti d’uso quotidiano rappresentano valori, credenze, modelli di comportamento. Un pensiero limpido: l’uomo conquista la forma affacciandosi al teatro, il luogo della cultura, lo spazio della rappresentazione, del dramma, dove le arti si fondono, nella compresenza di parola, musica, immagine ed azione. Teatro come vita e, ogni giorno, vita come teatro, nei luoghi, familiari o esotici, del nostro mondo, sempre più teatro di abbandoni, di ingiustizie, di violenze, di guerre. 

Nel foyer del DUSE saremo accolti dal Poeta viaggiatore, figura sciamanica all’interno del mastodontico gruppo scultoreo intitolato “Umanità” al quale Zamboni lavora gomito a gomito con Sara Bolzani dal 2002. L’opera, in progress, è ispirata al trittico con la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello e nel corso degli anni, accanto alle mitiche figure dei cavalieri, sono entrati in scena alcuni acclamati attori dei nostri giorni: emarginati, migranti, profughi in cammino, “vite di scarto”. 

E’ l’attuale “Quinto Stato”, capeggiato da una Giovane madre, sorella africana della bracciante in prima fila nel capolavoro, terminato nel 1901, da Giuseppe Pellizza da Volpedo. Porta con sé i figli: il suo passato e il suo futuro. Avanza, vigorosa, ostentando l’arte di trasportare pesi in equilibrio sulla testa. Forte della sua cultura, intraprende un nuovo percorso, di speranza e libertà. Esperienze significative, valori riconoscibili, sentimenti universali, tra osservazione e memoria, nutrono, costantemente, l’immaginario di Zamboni. Tra le sue opere più intime e liriche, l’Armadio, del 1980, ispirato ad un indimenticabile mobile avvistato nello studio del collega Graziano Pompili. L’anta aperta lascia intravedere il contenuto: grossi volumi, un elmo abbandonato da un cavaliere a riposo, e una cascata di foglie. Foglie, sì, e noi “come le foglie”, citando i versi del poeta greco Mimnermo. 

Appassionato come Ulisse Aldrovandi alla diversità del mondo vivente, lo scultore bolognese realizza da oltre quarant’anni foglie in rame, opere uniche, di forme e dimensioni differenti, nessuna uguale all’altra, nei margini, nelle nervature. La loro creazione evoca un rito antico, possibile o immaginario. Il fuoco della fiamma ossidrica, guidato in irripetibili arabeschi, buca la lamina metallica: il disfacimento della superficie rinvia, in un immediato processo di identificazione, alla caducità dell’esistenza umana. Sculture di vanitas, di raffinata esecuzione e commuovente bellezza, che resistono, nel tempo, perché non contaminate dal potere dell’ovvio e delle mode. Svettanti sui marmi del Caffè del Duse, rilasciano ossigeno per lo spirito, prima dello spettacolo. 

Nicola Zamboni nasce a Bologna il 10 maggio 1943. Dopo gli studi e il servizio militare si iscrive all'Accademia di Belle Arti ma scontento del clima e dei rapporti con i docenti decide di abbandonarla al terzo anno. Nel 1968 si reca in Inghilterra per conoscere Henry Moore che lo ospita nel suo studio. Nel 1975 inizia ad insegnare in Accademia a Bologna come assistente dello scultore Quinto Ghermandi. Dal 1997 al 2004 tiene la cattedra di scultura all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano dove incontra Sara Bolzani, con la quale vive e lavora tuttora. Numerose opere pubbliche di Nicola Zamboni, realizzate a partire dal 1970, sono disseminate sul territorio italiano, soprattutto in Emilia Romagna. Disegni, bozzetti e sculture si trovano in collezioni private in Italia, Spagna, Vietnam, Germania, Argentina, Cile, Perù, Guinea Equatoriale, Cuba, Messico, Mosca, Creta, Australia, Svezia, Francia e Libia.



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