Nelle lettere di La Pira la geografia di una consistenza umana nella quale l’incontro diventa eredità di vite vissute



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Pierfranco Bruni
ROMA - Giorgio La Pira il vero primo lettore del Nobel Salvatore Quasimodo sulla linea di una profonda spiritualità. La stessa terra, lo stesso viaggio, lo stesso camminamento esistenziale. Giorgio La Pira in una profondità scavata in quella cristianità che è essere e tutto attraverso l’esempio, la testimonianza, il Vangelo. Salvatore Quasimodo in una religiosa parola che diventa linguaggio dell’uomo nella sua contemporaneità e nella sua pietas.
Amici per terra e per fede. Insieme per un senso sacro e un orizzonte d’anime. La loro amicizia nasce all’interno di una Sicilia e di una geografia che ha le rughe di una antropologia dell’umanesimo ma anche dell’erranza.

Una ricerca che non è soltanto storica con un vento mediterraneo che soffia su Tindari e su Modica o su Pozzallo. Una ricerca che stringe in un battito l’Uomo e il Divino. 

Quasimodo si specchia nell’uomo, in quell’uomo che vedrà crocifisso o battere il sogno nella carlinga di un aereo. La Pira vive il suo Cristo che diventa il Cristo della Resurrezione attraverso la Parola. 

Quella Parola che “userà” il suo amico – fratello Quasimodo per recitare il dolore e la magia dei linguaggi nelle distanze oltre l’isola. 

L’isola è l’appartenenza metafora sia di Giorgio che di Salvatore. Una appartenenza che resterà tra le pieghe del cuore e lungo i destini nel dettato delle loro lettere che formeranno un carteggio di vita e di tagli di esistenza in una teologia e in un mistero in cui l’Essere è il tutto del loro viaggio verso il continente.

Nelle lettere di La Pira c’è la geografia di una consistenza umana nella quale l’incontro diventa una eredità di vite vissute lungo i sentieri dell’ascolto o degli asciolti. Un carteggio che è  rintracciabile nel testo di G. La Pira - S. Quasimodo, “Carteggio”, curato da A. Quasimodo,  e pubblicato da Scheiwiller nel 1980; nel 1998 verrà pubblicata una nuova edizione ampliata e annotata e curata da Giuseppe Miligi, per l’editore Artioli. 

La Pira, (generazioni della Messina terremotata) pone delle riflessioni molto attente sul legame tra la poesia e la religiosità della parola. Un La Pira che aveva studiato e amato scrittori come Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti. Un La Pira che conosceva la letteratura non solo della teologia del linguaggio poetica ma anche della sperimentazione delle avanguardie. Tanto che scriverà nel 1928 in una lettera da Monaco di Baviera questa chiosa straordinaria: 

“…disponi della tua vita come un’offerta che tu, giorno per giorno offri al Signore: pensati apostolo (…) quando avrai reso così il tuo essere … quali altezze conquisterai col tuo canto?”. 

La poesia come messaggio apostolico. È la bellezza del pensiero che esce da ogni sottosuolo e diventa miracolo per un ascolto della Parola che è sempre dettata da Cristo. Giorgio La Pira portava la dolcezza nel pensiero e la forza della delicatezza nella voce. 

Mentre nella Pasqua del 1930 in un’altra missiva scriveva a Salvatore (Totò): 

“La poesia è chiamata a cogliere il palpito invisibile delle cose visibili: quelle parole interiori che ogni cosa possiede, quella forma che ad ogni cosa imprime come un sigillo ed un'orma della bellezza divina”. 

Ma cosa era la poesia per La Pira? Aveva, comunque, come punto di riferimento sempre i versi di Quasimodo. Sempre nella lettera del 1930 cesellava: 

“…cantare in eterno la bellezza suprema della fonte di ogni esultanza: il Dio di bellezza infinita”. 

Diventerà sindaco di Firenze, statista,operatore nelle culture ma, in fondo, resterà comunque costantemente un terziario francescano e domenicano. Anche la politica la affronterà secondo una chiave di lettura di partecipazione religiosa. L’avvicinamento al mondo cattolico e la sua richiesta di mistero in Quasimodo dipende anche dal suo dialogare con La Pira. Si condenserà nei versi di “Dare e avere” del 1966. 

1922. Lettera di La Pira a Quasimodo

“…io penso che il linguaggio sia la via del Signore: basta penetrarlo, basta scendere in esso, ricercarlo alle radici per vedere come da un solo tronco, da una sola inscindibile unità tutto si ramifica e sorge dalla Potenza all' Atto: come la natura ha pochissimi semplici elementi che poi non sono che aspetti d'una semplicissima materia, così la lingua non ha che pochi suoni originari tutti provenienti da una Radice che non si riveli se non a chi vi mediti con fede e ammirazione: così l'albero dalle migliaia di foglie canta a primavera il suo silenzioso stormire, così il linguaggio dalle migliaia di fremiti ripete a Dio in ogni parola il suo grazie eterno: tutte le parole non sono che come le foglie, linfe disposte in maniera varia, ma linfe d'uno stesso corpo, d'una stessa origine, estremamente unite”. 

D’altronde le esperienze vissute con La Pira lo porteranno verso le vie delle “Confessioni”. Infatti le sue prime poesie, Quasimodo le pubblicherà nel 1917 sulla rivista “Nuovo Giornale Letterario”. La Pira lo spinse alla conoscenza del greco e del latino. Questa conoscenza lo condusse a diventare un traduttore acuto dei lirici greci e latini. 

Cosa era, dunque, la poesia per La Pira? Da Vienna nel 1930 La Pira gli scriveva: 

“…tu hai la virtù di apparirmi in uno sfondo di infinito: di quell’infinito luminoso e sereno che Gesù è venuto a dischiudere nelle anime”. E nel 1927: “…io non mi inganno quando penso che tu potresti col tuo verso - felice grimaldello che ti permette di aprire le mistiche case dell'anima- racchiudere brani notevoli di mistero: di quel mistero illuminato, e illuminante quale ce lo dà la Rivelazione di Gesù Cristo”. 

La poesia è, dunque, rivelazione. La grande e “miracolosa” rivelazione che incontro di Eternità dopo la lettera di La Pira, Quasimodo scriverà dei versi di una pregnanza religiosa ricca di contenuti mistici: 

“Mi trovi deserto, Signore, 
nel tuo giorno, 
serrato ad ogni luce. 
Di te privo spauro, 
perduta strada d’amore, 
e non m’é grazia 
nemmeno trepido cantarmi 
che fa secche mie voglie. 
T’ho amato e battuto; 
si china il giorno 
e colgo ombre dai cieli: 
che tristezza il mio cuore 
di carne!”. 

Il titolo iniziale era, appunto, “Confessione” e successivamente avrà come titolo: “Si china il giorno”. 

Il loro rapporto durerà sino alla morte di Quasimodo e La Pira lo consegnerà alla sua quotidiana preghiera. Ma quasi tutta la poesia di Quasimodo ha una tensione spirituale. 

Una spiritualità che accompagnerà sia la raffinatezza del linguaggio in termini estetici sia l’ontologia della parola che risulterà sempre più ardente metafisica dell’Incontro. Quasimodo era nato a Modica il 20 agosto del 1901 e morto a Napoli il 14 giugno del 1968. Giorgio La Pira era nato a Pozzallo il 9 gennaio del 1904 e morto a Firenze il 5 novembre del 1977. 

Due cittadine ragusane a distanze di non più di 16 chilometri. 

La Pira, quasi a conclusione della sua missiva del 1930, trovava in Quasimodo: 

“…Ormai non cerchiamo che le cose del cielo: al cielo è rivolto il nostro cuore: e canta in esso e pesa in esso tutto l'amore eterno della nostra patria sospirata! La Gerusalemme celeste!”. 

La poesia non è forse una Gerusalemme Liberata? 

Giorgio La Pira resta il primo e sincero lettore della spiritualità poetica e umana di Salvatore Quasimodo, Nobel 1959.

Lettera di Giorgio La Pira a Salvatore Quasimodo. 1930: 

“A quelli che non credono in Cristo rispondiamo con quest'unico argomento: Cristo solamente poteva compiere questo divinissimo miracolo della mia interiore resurrezione: Egli solo poteva aprirmi le porte del gaudio e dell'esultanza: Egli solo Dio fatto uomo -poteva rendere alla mia anima una verginità che la rende più splendente degli Angeli! 

Ed in quest'amore pieno e confidente per Gesù rinnova con frequenza i tuoi giorni. 

Tu l'avrai certamente ricevuto nel tuo cuore, pane di vita, il Signore Sacramentato: ebbene, abitua la tua anima ad avere più fame di questo pane: a sempre più dissetarsi a questa fonte d'acqua eterna! 

Uniti nel comune sentimento di immensa gratitudine, con l'animo esultante di speranze immortali, cantiamo assieme agli Angeli: Alleluia, Alleluia!”.

Un viaggio spirituale che ci pone oltre le parole. Ci viaggia nell’anima. I linguaggi sono oltre. sempre. Resta la Contemplazione. 

Contemplazione!




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