Carlo Goldoni. Crea il personaggio distaccandolo dalla improvvisazione, offrendogli un copione pre-costituito

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Pierfranco Bruni
ROMA - Carlo Goldoni a 310 anni dalla nascita. Riformatore o rivoluzionario del teatro? “È maschera tutto ciò che non è la morte”, mi ha insegnato Emil Cioran. Il teatro. Una vita sulla scena. Sul retroscena. Sulla ribalta.

Improvvisazioni. Copioni. Commedia d’arte. Ambienti. 

Personaggi. Una recita a soggetto. Un percorrere l’interpretazione di se stessi tra il restare quello che si è e cercare di essere altro, ovvero quello che si pensa di essere o quello che si vorrebbe essere. 

Chi è stata Mirandolina? Chi è stato Arlecchino? Una commedia che inventa se stessa e altro. Una commedia che sa di uscire fuori dalla improvvisazione e di recitare oltre il soggetto o con il soggetto? 

E Ciaula? Si può restare centomila ma alla fine ci si accorge di essere sempre unicamente la imperfezione della solitudine. 

Carlo Goldoni a 310 anni dalla nascita (era nato  a Venezia il 25 febbraio 1707 e morto a Parigi il 6 febbraio del 1793). Il vero riformatore della commedia e quindi del pensare il teatro? Crea il personaggio distaccandolo dalla improvvisazione e offrendogli un copione pre – costituito. Essere personaggio  che diventa una rottura con il Barocco. 

Certo, Goldoni rompe con il teatro dell’improvvisazione degli anni precedenti e si serve della formazione dei “caratteri” contestualizzando i personaggi in una rappresentazione che diventa il comico della vita. Non siamo ancora alla ironia della recita. Perché il contesto è quello prettamente Illuminista nel quale non si avverte alcuna visione romantica. 

La rivoluzione illuminista è cominciata e quella francese ancora no, ma si preparano gli ambienti e il pensiero dominante è quello prettamente razionale. Quindi è il comico che trionfa e non l’ironia contornata dal tragico come è possibile avvertire nel Novecento a cominciare, appunto, da Pirandello. 

C’è però un particolare. 

Qualche anno dopo ci sarà sulla scena Vittorio Alfieri, il quale non ha più volontariamente la continuità goldoniana. Il comico è come se interrompesse per dare spazio ad una nuova fase di un teatro, e quindi di una letteratura, che faceva i conti, da rivoluzionario, con la coscienza di morte. 

Goldoni ha nel comico il sarcasmo della vita e non sfugge al ridicolo e neppure alla seduzione (si pensi a Mirandolinia) che passa attraverso il riso. Alfieri vive di tragedie e della enigmaticità della solitudine: “Mi disturba la morte, è vero. Credo che sia un errore del padreterno. Non mi ritengo per niente indispensabile, ma immaginare il mondo senza di me: che farete da soli?”. Il comico, invece, in Goldoni ha il senso proprio dell’irrisorio e  del gioco: “Chi ama davvero soffre un leggier travaglio, in grazia di quell'oggetto, che piace”. 

Se poniamo sua una stessa strategia teatrale, tra soggetto e improvvisazione, ovvero tra estro del personaggio – attore e copione è come se la risultante di questa accoppiata ci conducesse al teatro delle maschere che si inventano un volto e non ad un volto  che sa di indossare la maschera ogni qual volta entra in scena. Insomma al Pirandello delle maschere picassiane che sembra però recuperare il  “Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni” di Shakespeare. O il “Datemi una maschera e vi dirò la verità” di Oscar Wilde. Ma in Goldoni la recita non tocca il tragico fino a questo estremo orizzonti della dissolvenza come proprio nel Pirandello  in cui  “ciascuno si racconcia la maschera come può – la maschera esteriore. Perché dentro poi c'è l'altra, che spesso non s'accorda con quella di fuori. E niente è vero!”. 

Ma è questo Pirandello che sospende il teatro goldoniano e anche alfierano dell’irascibile tragico perché con esse (con Pirandello) si apre la stagione vera dell’assenza e della maschera. Quell’assenza che si ritroverà soltanto in un autore come Cioran: “Devo fabbricarmi un sorriso, munirmene, mettermi sotto la sua protezione, frapporre qualcosa tra il mondo e me, camuffare le mie ferite, imparare, insomma, a usare la maschera”. 

Qui, insomma, c’è Pirandello e Goldoni è completamente superato. Si ritorna così al tragico barocco dal quale Goldoni si era abbondantemente distanziato frammentando addirittura tutte le recite e le strategie dell’uomo – personaggio in scena. Era proprio François de La Rochefoucauld che sottolineava:   “In ogni situazione ciascuno assume un contegno e un atteggiamento esterno per sembrare come vuole che lo si creda. Perciò si può dire che il mondo è composto soltanto da maschere”. 

D’altronde dietro Goldoni c’è la commedia del comico. Dietro Pirandello c’è il tragico del sorriso che fa dire a Friedrich Nietzsche : “…intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà”. Il problema, comunque, resta sempre un altro. 

Di maschere si tratta sempre. Arlecchino o Pulcinella. Mirandolina o i vari Moscarda. La notte deve pur finire (o meglio la nottata di Eduardo De Filippo). Goldoni ha riformato il modo di approccio teatrale ponendosi il problema della maschera fuori dal volto e fuori dallo stesso personaggio. Un grande interprete della rottura barocca. Ma il Barocco è un destino che vive nel personaggio della maschera perché è il tragico che si veste di ironia o di umorismo. Anche il riso goldoniano, alla fine, tratteggia il dolore nel sarcasmo. 

Tutto questo perché in fondo come ebbe a dire André Berthiaume: Tutti noi indossiamo una maschera, ma arriva un momento in cui non possiamo più rimuoverla senza strapparci la pelle”. 

La stessa Mirandolina dirà: “Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati…, e voglio usar tutta l'arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura”. Una furbesca (ma anche meta – fiabesca) visione che tira nel gioco delle parti maschere e personaggi. 

Goldoni fu un riformatore o un rivoluzionario del teatro? Credo che sia stato un forte riformatore dentro la scena e anche fuori, ma sempre sulla ribalta. Pirandello, invece, ha rivoluzionato complessivamente il teatro partendo, necessariamente, dall’idea stessa di recita.


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