San Francesco di Paola, nel passaggio epocale tra Umanesimo e Rinascimento. Non soltanto il santo della “Charitas”

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San Francesco di Paola e San Nilo
ROMA - Santi tra teologia e antropologia del mistero. Un cammino nella Provvidenza. Nella cristianità dei Santi calabresi l’incontro con il monachesimo ha segnato sempre un percorso contemplativo, in cui il valore della pietà ha assunto una visione, quasi penitenziale, all’interno di una geografia che ha visto confrontarsi l’Occidente con l’Oriente.

(Nel mio libro di prossima uscita, “Antropologie e metafisica delle culture”, Mibact, affronterò anche questi elementi spirituali di una presenza forte nella cultura popolare).

San Francesco di Paola, in pieno passaggio epocale tra l’Umanesimo e il Rinascimento, non è stato soltanto il santo della “Charitas”. La sua presenza, come ascoltatore della cultura dei “minimi tra i minimi”, ha sostenuto il carisma del mistero in una storia in cui la cristianità ha dovuto, spesse volte, interpretare il mondo musulmano e lottare per la tolleranza e la persuasione. 

In Francesco il concetto di persuasione si lega, chiaramente, a quella di carità e in Calabria, che è la stretta geografica e umana tra  Occidente ed Oriente, la persuasione è anche l’incontro costante con la tolleranza tra le genti. 

A questa famiglia di umili, di caritatevoli, di perseveranti, oltre la persuasione della religiosità dei valori, appartiene San Nicola di Longobardi. Ma la Calabria è anche la Città del Sole, ovvero è l’eresia che comprende il destino della teologia. Lo stesso San Francesco nella obbedienza, mai venuta meno, (ubbidire è capire, non ubbidire non comprendendo si corre il rischio di toccare la via della perdizione), ha dato senso non alla ragione dell’eresia, ma alla eresia come utopia. 

D’altronde la cristianità è consapevole dell’utopia, ma soltanto l’utopia farà camminare il cristiano lungo la Croce per condurlo lungo l’attrazione verso la Redenzione. Il concetto di “minimo”, non solo tra i “minimi” ma anche tra gli “umili”, è una declamazione dell’esistere dell’anima come antropologia della religione che resta nella sfera della teologia, ma si identifica sempre nel cammino di una carità diffusa attraverso l’umiltà compresa. 

Perché nella cristianità calabrese la santità è vissuta come personificazione interlocutoria tra le culture che hanno reso il popolo calabrese “accettante”? 

Perché è proprio nella cristianità il dono dell’accoglienza, ma l’accoglienza è realmente una metafisica dell’anima. 
  
Gioacchino da Fiore, sia come teologo sia come camminatore nel mistero, non smette di incrociare l’eredità di un Oriente mistico con un Occidente carismatico. Nella sua religiosità l’antropologia dell’anima è sostanza oltre la ragione ed è quindi sostanza d’anima pur accettando, ecco dunque l’accoglienza, una griglia simbolica che proviene da un mondo sacro di un Oriente meta-esoterico. 

Lo stesso Campanella è un migrante per eresia nei confronti dell’Occidente perché il Sole è una metafora della Luce graziante che diventa una metafisica della Grazia accogliente. Il culto mariano, in Calabria, resta fondamentale ed è il culto che ha la sua voce parlante nella Madonna del Rosario di Pompei. 

San Nicola di Longobardi è un “mariano”, come lo sono i “minimi” che vivono il modello della evangelizzazione tra la virtù e la cerca della perfezione nella ottemperanza dell’umiltà. 

La Calabria al tempo di San Francesco di Paola è Regno di Napoli. Ma anche  nel tempo di Bernardino Telesio la ragione della sostanza è sostanza non in divenire, ma sostanza metafisica. Non c’è Ragione nel mistero del mistico. C’è la fragilità della Ragione che si custodisce come elevazione nella contemplazione e nella provvidenza che è fatta dalla speranza. 

Non avrebbe senso, nella cristianità di Francesco e di San Nicola, l’orizzonte del concetto gioachimita di “spirito profetico dotato”. La santità dei Santi calabresi si incontra con la teologia di Gioacchino da Fiore, di Bernardino Telesio, di Tommaso Campanella, di San Nilo e del misterioso cammino del silenzio di Serra San Bruno, ovvero di una fede carismatica bruniana che “spigola” anche con il nolano Giordano Bruno. 

La Calabria ha la sua eredità orientale. Il mondo ortodosso è ben presente al punto tale che la Chiesa cattolica dialoga costantemente con le Eparchie. Francesco non scaccia i musulmani. Li ferma. San Nicola, orante ai piedi della Madonna di Loreto, si rende interprete di una cristianità. D’altronde i conventi dei Minimi sono l’anima della terra nella continuità tra l’Oriente e l’Occidente. 

La Calabria non può astenersi dal linguaggio di San Francesco. Accanto alla Carità e all’Umiltà si pone la Fortezza. 

San Nicola ha compreso subito questa mirabile spiritualità ed ha decodificato il concetto di anima stessa in Spirito nell’essenza della sua comunità. Ecco il senso che, in fondo, si offre alle orazioni, ovvero ecco come le orazioni diventano pellegrinaggio di preghiera nella parola orante. 

Diventa molto complesso e affascinante il processo del dialogare tra teologia e mistero, perché la Calabria propone come voce religiosa in Cristo la teologia. 

Gioacchino da Fiore è dentro questo cammino. Campanella per sfuggire alla teologia diventa errante, pur nella ubbidienza della fede. 

Francesco legge, e lo fa con le Regole, il “giardino” di Gioacchino, ma interviene con le azioni e con la presenza e comprende che il mistero, affinché possa essere fede, ha bisogno del mistico. 

Essere “Taumaturgo” ed/o essere considerato tale significa aver assorbito una teologia dell’Essere, ma ciò lo rende un interlocutore tra la Chiesa e il vivere la Trinità nel mistero del cammino che lo conduce tra il mare e le terre. 

San Nicola interpreta questa visione e la traduce nella Grazia beatificante in un raggio di luce tra l’estasi e il sublime. Ma la santità può raccogliersi nell’estasi e nel sublime? 

Quando la penitenza chiama e la persuasione è provvidenza la voce è un camminare nella spiritualità. 

Ma camminare nella spiritualità è rendersi degno dell’umiltà ed è così che ebbe a dire: “Signore mio, Gesù mio, non ero degno che la Maestà vostra venisse a me vilissima creatura, e però giacché vi siete degnato di dispensarmi questa grazia fatemi degno del vostro santo amore”. 

L’umiltà è potente, l’umiltà guida, l’umiltà disegna le vie, l’umiltà certifica la carità, l’umiltà è un camminare di senso. Ma l’umiltà resta al centro del dono della contemplazione. La contemplazione di vissuto è il donarsi nel sempre. Perché in questo donarsi si ramifica la ricerca della perfezione. 

Il cristiano per vivere la santità deve lasciarsi assorbire completamente dall’accettazione e allontanarsi da ogni gesto che non sia la accoglienza mistica del perdono. Così il monachesimo è la pazienza espressa nello sguardo che ha il silenzio gaudioso. Così il monachesimo è la speranza legata alla volontà caritatevole della provvidenza. 

Francesco di Paola è la provvidenza nell’osservanza. 

San Nicola è l’osservanza nella provvidenza. 

Questo incontro di santità nella Calabria degli intrecci delle cristianità, nella latinità e nella ortodossia, è la Calabria che ha dialogato con gli Orienti di un sacro immenso che è nella vita dei popoli. 

Una Calabria dei Santi, che nel mistero del mistico viaggiatore ha attraversato il linguaggio della teologia, ha legato la religione alla filosofia, ma ha saputo interpretare il mistico passaggio di Paolo tra le terre dell’anima. Qui si ritrovano l’esperienza mistica, che è il cammino mistero, e l’obbedienza. 

San Nicola di Longobardi è la voce che recita la provvidenza nel Cristo Redente. Ovvero un Cammino nella Provvidenza. 

Responsabile Progetto Etnie del Mibact
(Le pagine sono parti integranti del nuovo libro di Pierfranco Bruni “Antropologie e metafisica delle culture” in uscita nei prossimi mesi)

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