Il "concetto di fuoco" in Cesare Pavese. Una strategia letteraria, metafisica, ben compiuta



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Pierfranco Bruni
ROMA - Il fuoco da Pavese a Pirandello. Dalla paglia al fatuo, dalla passione al fuoco bianco. Il “concetto di fuoco” e di “falò” lo troviamo spesso nella letteratura ed è legato, da una  parte, a una chiave di lettura antropologica, dall’altra a una chiave di lettura sensuale, sessuale, di sensibilità passionale.

I due aspetti del fuoco e del falò sono due elementi che hanno caratterizzato gran parte degli scritti di Cesare Pavese, ma il “concetto di fuoco” è anche presente nell’opera di Gabriele D’Annunzio, com’è presente in molta letteratura in cui la visione etnica diventa centrale. 

In Pavese il “concetto di fuoco” lo troviamo in molti racconti. Lo troviamo in un romanzo incompiuto lasciato metà e scritto insieme a Bianca Garufi, dal titolo “Fuoco grande”, ma nelle civiltà contadine, soprattutto meridionali, studiate dal punto di vista demoetnoantropologico, il concetto di “fuoco grande” stava a indicare un problema grosso, quasi irrisolvibile. Il più delle volte si diceva: “Madonna mia, che fuoco!”, come per dire: “Madonna mia, che grande problema, che grande tragedia, che grande dolore”. 

L’espressione usata in molte civiltà contadine era “fuoco mio”, in termini dialettali veniva suggerito come “fuocu meo”, ovvero: “Cosa mi è capitato? Cosa mi è successo? Come posso affrontare questa situazione?”, come a significare che il fuoco rappresentava il senso del dolore, dell’angoscia, dell’agonia. Pavese usa questo termine in “Fuoco grande”, dando questo titolo al suo romanzo incompiuto, racconto lungo, nel quale si racconta una storia abbastanza tragica, dolente, come per indicare che nella nostra vita c’è questo fuoco immenso. Nella cultura balcanica e nella storia Albanese e Italo – albanese i termini più usati sono fuoco mio e fuoco grande, ovvero “zjarri im, oppure Zjarri  i madh”. Termine che si trova nell’area Adriatica. Nella lingua araba hariq kabir traduce, appunto, incendio grande.

Ma oltre che in alcuni racconti, Pavese ha accennato a questo concetto anche in diverse poesie e  nel suo romanzo “La luna e il falò”. Qui ritorna non il fuoco in sé, perché il fuoco si è già accesso, bensì il falò. Quindi la metafora “del fuoco che si trasforma in falò”, in Cesare Pavese, è l’attraversamento di una strategia letteraria, metafisica, ben compiuta. Questo romanzo, “La luna e il falò”, sta ad indicare come tutto si perde in un fuoco acceso che, con le sue fiamme, ha la dimensione straordinaria, eccezionale, del falò che tocca la luna o come un falò che dialoga con la luna. A cosa serve, metaforicamente, questo falò? Serve a nascondere tutto. Perché si brucia e si fa un falò? 

Perfino dei ricordi si potrebbe fare un falò, della memoria. Qui si racconta la storia di una giovane, di nome Santa, che viene uccisa e, per non lasciare tracce, nell’ultimo capitolo la si brucia accendendo un falò, facendo del suo corpo un falò, come per dire “non bisogna lasciare alcun segno”. 

Il falò si porta via tutto e resta solo la cenere. 

Se il fuoco diventa un’angoscia, un’agonia, il falò lascia la cenere. Spento il falò, c’è la cenere e la cenere potrebbe parlare, potrebbe nascondere, mascherare e la luna, pavesianamente, è lì ad illuminare e a far risplendere prima queste fiamme del falò, e poi a dare voce a questa memoria nascosta dentro la cenere. Questo è Pavese, ma c’è anche il “fuoco” d’annunziano, passionale, sensuale. È il fuoco che “scoppietta” per dare un segno di sensualità ad un rapporto tra un uomo e una donna. D’Annunzio intitola il suo romanzo “Il fuoco”, il romanzo che apre il ‘900 nel quale si racconta la storia di un “Io” narrante, che sarebbe D’Annunzio, con Eleonora Duse. Non ci sono elementi rigorosamente antropologici, in questo romanzo di D’Annunzio. Ma D’Annunzio ha trattato questa questione del fuoco anche ne “Le novelle della Pescara” e in altri racconti, dando un immaginario verso un’identità popolare. Ma quello che mi interessa, in modo particolare, è come questo romanzo, che apre il ‘900, sia un romanzo profondamente radicato nel sentimento d’amore che diventa passione.

Questo amore tra D’Annunzio e la Duse è stato un fuoco che ha continuato ad ardere di passione, di sensualità. Ecco come gli aspetti di questo fuoco, di questo “concetto di fuoco” e del “concetto di falò”, possono avere delle chiavi di lettura, interpretative, sia sul piano letterario che antropologico. 

Ma il fuoco è anche una visione fortemente religiosa, si pensi alla Fornace di S. Francesco di Paola che possiede questa dimensione sacro-religiosa, ma anche in Pavese, quando si parla della luna e il falò, c’è una cultura religiosa popolare che pone all’attenzione proprio questo sistema di interazione tra il popolare e il nazionale in sé, la comprensione metaforica di cosa possa rappresentare il falò e di cosa possa rappresentare il fuoco. Uguale comparazione la si potrebbe fare in D’Annunzio, il quale era profondamente legato al mondo religioso, cristiano, attraverso anche delle dimensioni giocate tra il mondo musulmano e quello cristiano. Il fuoco ha rappresentato sempre un dettaglio attraverso il quale gli spiriti, le testimonianze, sono possibili di una comprensione da un punto di vista anche poetico. Ungaretti:  “Sei comparsa al portone/in un vestito rosso/per dirmi che sei fuoco | che consuma e riaccende”.

Uno scrittore che ha tracciato un percorso metafisico sulla visione del fuoco è Pierre Drieu La Rochelle con “Fuoco fatuo”. Importante perché il fuoco è soltanto una metafora e il resto è morte, vita, suicidio, decadenza… Metafisica della morte. Così da La Rochelle a Papini: “La falena è innamorata di ciò che fa paura alla tigre. Ma l'uomo - fiera destinata a diventar farfalla angelica - è nello stesso tempo sbigottito e attirato dal fuoco”.

Un altro scrittore che ha lasciato un segno tangibile parlando del fuoco, è stato Luigi Pirandello. 

Infatti, proprio nelle “Novelle per un anno”, in quella straordinaria sezione che è la “Vita nuda”, Pirandello scriveva una novella, che potremmo definire un racconto vero e proprio, dal titolo “Fuoco alla paglia”. Una novella racconto che ha tutte le dimensioni di una struttura metaforica, ma la struttura metaforica è ben permeata da una situazione in cui il dato antropologico e linguistico, in questo caso specifico, è molto pregno di significati. C’è la presenza del paese, come in Pavese, c’è la presenza di tutte quelle strutture narrative che portano a riscoprire il senso di una identità. 

Pirandello: “C'eran due pazzi patentati per gli uomini che stavano laggiù, oppressi, ammucchiati: lui e Nàzzaro. Bene: ora si sarebbero messi insieme, per accrescere l'allegria del paese! Libertà agli uccellini e fuoco alla paglia! Gli piaceva questa esclamazione di Nàzzaro; e se la ripeté con crescente soddisfazione parecchie volte prima di giungere al paese./- Fuoco alla paglia!”. Pirandello sempre in “Novelle per un anno”: “La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la terra che si incrosta e assume forma.

Ogni forma è la morte. Tutto ciò che si toglie dallo stato di fusione e si rapprendende in questo flusso continuo, incandescente e indistinto, è la morte”.

Il fuoco di Pirandello (è stato definito un “fuoco bianco” da Sciascia – Bontempelli. Sciascia: “E per esemplificare, Bontempelli farà un nome, il nome di un antico poeta, di un « candido » poeta romano: Lucrezio. Anche Lucrezio mostra nella facciata della sua opera una « filosofia »: ma anche la sua filosofia è come un materiale isolante che gli permette di maneggiare il fuoco bianco del suo stupore, del suo tragico e bruciante stupore del mondo”) non è simile né a quello di D’Annunzio, né tantomeno a quello di Pavese poiché tutti gli elementi, che sono elementi all’interno di questa novella racconto, rimandano a una sicilianità e alla sua chiave di lettura, appunto, negli esiti demoantropologici della letteratura. 

Un altro elemento che si lega al fuoco e al falò è il caminetto. Cosa significa questo. Il camino cosa fa? Raccoglie metaforicamente la legna per fare un fuoco, per ardere, per fare della brace. Ma bisogna sempre capire l’aspetto simbolico, metaforico, e anche qui c’è un elemento profondamente antropologico. Un grande studioso rumeno, Mircea Eliade, ha scritto un libo intervista dal titolo “La prova del labirinto”. Egli afferma che bisogna sempre uscire dal labirinto per ritrovare il focolare domestico. Il focolare è il camino intorno al quale si ritrovano quelle persone, quegli oggetti, quel sistema di abitazione esistenziale, oggettuale, che ci ha formato. 

Eliade dice proprio questo: “Bisogna percorrere tutto il labirinto e poi trovare questo focolare domestico”. Ma il focolare domestico non è, forse, il paese delle radici? Non è, forse, Itaca? Ma di Itaca, Pavese si è nutrito. Di questa ricerca di Itaca, Pavese si è nutrito. Ecco, allora, come questa visione, questa dimensione del fuoco, tocca trasversalmente sia la cultura occidentale omerica, sia la cultura dell’oriente, ma c’è un altro aspetto particolare che tocca quella cultura degli sciamani. 

Se si pensa alle tribù indiane, ai nativi d’America, il falò e il fuoco rappresentano uno status, anzi, un vero e proprio spazio abitativo intorno al quale riunirsi per raccontarsi le proprie storie, ma anche per decidere delle proprie storie, del proprio destino. Noi li abbiamo visti in alcune immagini, questi nativi d’America, queste tribù indiane, che sostengono delle danze intorno al falò e le loro tende non sono forse a forma conica, esattamente come un falò? 

Allora tutto questo discorso, credo che abbia un suo senso nel ritenere che il fuoco leghi la letteratura in sé, l’antropologia, le tradizioni, ma anche la religiosità. Giordano Bruno, che viene arso, è parte integrante di una tradizione religiosa, quindi qui c’è il fuoco e c’è il falò. Giovanna d’Arco è un’altra testimonianza importante che ha a che fare con il fuoco. Gli eretici venivano bruciati. Perché si usava il fuoco? Perché ancora oggi si studia questa dimensione? Perché la cenere, come dice Pavese ne “La luna e il falò, «non lascia tracce, viene sparsa nel vento e il giorno successivo ci sono piccole ombre, macchie sul terreno e non resta nient’altro».  Ecco, allora, il fuoco che è purificazione. Una vera e propria visione della purificazione. 

Siamo partiti da un discorso antropologico del fuoco grande di Pavese, al falò di Pavese, al fuoco della sensualità d’annunziana e ci siamo accostati a queste immagini che sono immagine di una cultura sacra. Anche le tribù indiane vivevano il falò, il fuoco con una profonda spiritualità che era, e che è, la spiritualità della magia alchemica, ovvero della cultura e del mondo degli sciamani. 

Il fuoco nell’Oriente è stato, inoltre, un altro elemento importante soprattutto per il danzatori sufi, i quali legavano il cielo e la terra, come ha fatto Pavese con la luna che si trova in cielo. In altri termini, i danzatori sufi guardavano sempre in alto perché il loro dialogare era un dialogare con il cielo, con l’Altissimo, con l’Assoluto, il senso dell’Assoluto. Mi pare che il “senso dell’Assoluto” sia una di quelle dimensioni profondamente radicate sia nella cultura occidentale, che nel dettato culturale orientale.

Per definire questi aspetti, tutto ciò che riguarda e interessa la tensione esistenziale ha sempre dentro di sé una dimensione e una tensione profondamente religiosa, quindi la letteratura è religiosità, da questo punto di vista, perché porta in sé i segni di una profonda metafisica ma, nello stesso tempo, porta in sé i segni di una profonda dimensione metaforica dettata e costruita intorno alla storia degli uomini, dei popoli e delle civiltà.





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