La parola è fissare l’istante di tempo nel tempo che si consuma in un solo istante

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Mahmoud Darwish e Pierfranco Bruni
ROMA - Esuli o profughi nella diaspora della voce errante di Mahmoud Darwish, un poeta perso nel viaggio arabo. Metafora e lingua. Un approccio non solo letterario. Un radicamento nella memoria della consapevolezza della parola. La parola che non è solo comunicazione. La parola è fissare l’istante di tempo nel tempo che si consuma in un solo istante.

La parola non è l’altro che ti dice. Il dire o non dire. La poesia è una percezione dell’anima e non un dire. Il poeta che attraversa la metafora ha il vizio dell’assurdo silenzio che si trasforma il tragico immaginario in un reale che pietrifica l’anima. 

Il poeta è un pietrificatore dell’anima per rendere il tutto dissolubile nella metafora. Noi non siamo storia e non navighiamo per “elaborare lutti”, ma per consolidare morte e non dimenticare graffiando ogni gesto di oblio e di leggerezza nella solidità del pensiero pessimo. La poesia non è allegria. La poesia è la solitudine. 

Non si scrive per uscire dal cammino. Ma per restarci dentro sino allo scavo delle piramidi e sino alla punto più estrema della luna diventata mezza luna. Il poeta non ha mai un luogo. Ma il poeta in esilio non ha neppure l’esilio perché ciò che si riesce ad abitare è soltanto la fragilità. La poesia è sempre il sangue vivo di un uomo che si assenta dall’essere uomo per fare dell’uomo una metafora nel vento. 

Ho raccolto il canto di Mahmoud Darwish (nato nel villaggio di al-Birwa, in Alta Galilea il  13 marzo 1941  e morto  a Houston, il 9 agosto 2008) e l’ho cantato per le vie di Tunisi, tra le strade del Marocco, nel silenzio ovattato di un Oriente che raccoglie cocci di Occidente: “Io sogno gigli bianchi/in una strada di canto/e una strada di luce…” (da “Il sogno dei gigli bianchi”). Cosa è la Palestina? “Oltre l'ultimo cielo. La Palestina come metafora” (del 2007, in Italia).  

La Palestina di  Mahmoud Darwish è stata distratta e distrutta come nel tempo indefinibile immobile/mutabile/immutabile nelle metafore appunto, di un ebraismo che ha radici di profonda contraddizione. Si è stranieri: “Il letto della straniera” (del 2009, sempre in Italia). Non dimenticherò e non ho dimenticato, quando ebbi modo di celebrarlo, della sua dimensione/visione/viaggio nella memoria e nella presenza araba. Un poeta arabo nella sua “carta d’identità” che ha raccolto le foglie del viaggio di un esilio in Libano, Parigi, in Turchia, nei Mediterranei persi e ritrovati nelle guerriglie tra Oriente ed Occidente. 

Un poeta calpestato, lacerato, trafitto, ucciso nella metafora e nella lingua, dilaniato nell’anima. Un poeta e l’esilio. Perché palestinese. Un poeta viene subito colpito in quella patria che è il silenzio della parola. Un poeta non si uccide con il silenzio perché il silenzio supera l’esilio stesso per farsi identità oltre ogni schema psicologica. Il poeta è senza psicologia. Ha con sé l’Anima e la confessione della metafora che diventa percezione del tempo. Mai una frattura tra il tempo, lo spazio e il luogo. Soltanto la dolorante impresa di una esistenza che si uccide nella uccisione del dialogo tra la parola e la metafisica della metafora. 

Un poeta che pubblica in Italia nel 2001 “Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine?”, e risale al 1996. Un grande disegno metaforico perché il cavallo è la metafora necessaria dell’uomo libero sia nel mondo arabo che nella filosofia sciamanica. Il cavallo come segno tangibile/intangibile – materiale/immateriale del cammino e del correre tra le distese e i labirinti. Una poesia forte in cui la metafora del padre è potente. Perché padre hai lasciato che il cavallo (radice/identità) restasse nella sua solitudine? Perché “…Son venuto per vivere il sole che sorge, ma non quello che tramonta”. 

Radici nella nostalgia! Nel momento in cui le radici sono bruciate ai falò della rabbia cosa resta? Il ricordo? Ma non basta. La nostalgia diventa il vero cammino. La Palestina è terra/madre/mare/viaggio/padre/vento. 

La madre è un singolare riferimento che diventa centro della sua diaspora/esilio. Abita il suo esilio per non viverlo. La madre è oltre l’esilio stesso: “Ho nostalgia del pane di mia madre/del caffè di mia madre/della carezza di mia madre/ho nostalgia./Cresce l’infanzia in me/e m’innamoro della vita/ché dovessi morire avrei vergogna/del pianto di mia madre./Prendimi,/dovessi ritornare,/potessi un giorno tornare,/scialle per la tua frangia,/copri le mie ossa con erba/fatta pura al tuo passo/legami/con una ciocca di capelli/con un filo dell’orlo della veste/ché io diventi dio./Divento dio se tocco/il tuo cuore./Mettimi,/dovessi ritornare,/legna nel fuoco tuo/corda al terrazzo di casa./No, non so stare senza/la preghiera del tuo giorno./Sono invecchiato, rendimi le stelle dell’infanzia/fammi tornare/come tornano gli uccelli/al nido della tua attesa” (“Mia madre”). 

Versi che sono dentro la mia vita in quell’intreccio tra assenza e vacanza, presenza e assenza, vuoto e mai oblio. Ricordante tra le pareti dell’anima. Ma cosa significa l’essere arabo come Mahmoud Darwish? Arabo e palestinese. Ecco il senso: “Mio padre… viene dalla stirpe dell’aratro,/Non da un ceto/privilegiato/mio nonno, era un contadino/ne’ ben/cresciuto, né ben nato!/Mi ha insegnato l’orgoglio del sole…” (da “Carta di identità”). 

Una vita di divisione, di separazioni, di disperazioni. Essere esuli e nomadi è il viaggiare di Darwish. Smarrimento e perdita. Ma la metafora resta nella parola come il recupero del dolore estremo. Non si può vivere senza essere esuli e senza portarsi nella sfera del labirinto del proprio sguardo la patria spezzata. Patria/pater/mater! Siamo sempre un rischio. O un gioco d’azzardo? “Il giocatore d'azzardo" è del 2015. Nella guerra della sua terra il tempo stesso si è fatto terra.

Si rischia? Siamo rischio di esistenza? Sono un profugo. Siamo profughi? La poesia è un eterno di metafore che sanciscono l’assenza. Ho amato e continuo ad amare il poeta dell’esilio perché se la poesia non vive l’esilio e di esilio diventa analogia di linguaggi. 

Il poeta non ha bisogno di elaborare alcuna assenza. Deve continuare a conviverci per restare nelle ricordande/disperati/dimenticanze che fanno del tempo una lunga memoria. Così è in Mahmoud Darwish. Metafore antiche che vivono di furori pazienti nella solitudine. Sino a mai dimenticare …”come due testimoni di ciò che il domani vi prepara,/e aspettala/e leviga la sua notte/anello dopo anello,/e aspettala/fino a che la notte non ti dica:/Al/mondo siete rimasti soltanto voi due./Allora portala dolcemente/alla tua morte desiderata/e aspettala….!” (da “Una lezione di kamasutra”). 

Cosa percorrere ancora nello scavo delle persistenze dell’anima? La propria assenza o la propria morte forse da esuli siamo tutti alla ricerca di una smarrita carta d’identità nella parola e nella metafora. Una voce errante. Mahmoud Darwish, un poeta perso nel viaggio arabo.


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