Enea, quel personaggio che sa di essere Oriente. Ma consapevole di manifestarsi come Occidente

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Pierfranco Bruni
ROMA - Condividersi per non perdersi. Lo scrittore inventa ciò che ha vissuto. Ci sono giorni in cui Enea e Ulisse sono smarrimento. Ci sono giorni che incontro Ovidio e mi aggiunge sempre un suggerimento che scava nella mia vita. Ho tanto amato al punto di avvertire la necessità di restare in completa contemplazione. O forse soltanto in solitudine tra le rose vissute del mio giardino.

Non sono stanco di amare. 

Ho bisogno di svegliarmi e osservare le rose del mio giardino da solo, senza altri commenti. Ho bisogno di tuffarmi tra le pagine dei ricordi. Senza che qualcuno possa ricordarmi che vivere il presente è psicologicamente utile ed è più importante del ricordare. Ormai non cerco altro o altri. Mi sono rimesso in cammino alla ricerca soltanto di me stesso e del deserto che si raccoglie in un solo granello di sabbia.  

Rileggo Ovidio: “Bisogna sempre provare con tutte. Tra tante ne potrai trovare al massimo una che si neghi. Di fatto, che si diano o no, amano soltanto essere pregate”. La mia vita è stata costellata da amori, da nottate di fiamme come se in ogni porta di Troia abitasse la mia Elena. Che grande donna, Elena. Elena, Didone,e poi Cleopatra. Ulisse ci ha sempre fregato perché avremmo dovuto avere la pazienza, la perseveranza, e la speranza di Enea. Invece no! Ancora oggi pensiamo che Ulisse sia il nostro destino. Ma noi siamo predestinazione. Non destino. Siamo profezia e non arrivo. 

Siamo nelle mani del Fato? Per continuare a vivere occorre ascoltare Virgilio:  “L’amore è l’unico ideale della vita”. Possiamo inseguire i nostri passi consapevoli o meno che ci siamo stati o ci siamo ancora, ma cerchiamo di non fare a meno dei ricordi. Tutto ciò che consideriamo prezioso continuerà a vivere anche quando lo avremo perso perché è il ricordare che non smette di essere presente in noi e accanto a noi. Quando Luigi Pirandello si consacra nella morte della madre recupera, nel senso dell’abbandono (ovvero nella nostalgia) il ricordo. Come Virgilio che non smette di ripetersi : “Forse un giorno ci allieterà ricordare tutto questo”. 

La vita e la letteratura in uno scrittore si rincorrono, segnano il passo, si perdono, si smarriscono e poi si legano. Lo scrittore non avrebbe senso se perdesse la scrittura e la scrittura senza guardare la vita, viverla e scavarla non riuscirebbe più a raccontarsi, a parlarsi, a colloquiarsi. Siamo un costante colloquio. Noi con noi. La solitudine è lasciarsi attraversare dalla libertà senza pregiudizi e senza rinunciare alla finestra aperta sul cuore degli uomini. Pirandello potrebbe essere una trappola. Come lo è Ulisse. Come la predestinazione di Enea. 

Ascolto la solitudine ed è la sola bellezza che mi condurrà oltre il cielo stellato. Io so perché non ho amato Dante nella mia giovinezza. Per ritrovarlo oggi. Io sono perché continuo a confondermi tra Camus e Pavese, Pirandello e Cioran. Perché so di indossare la loro maschera nella necessità del chiasso e nella armonia del silenzio. Solo il silenzio è armonia. Solo la solitudine ci restituisce a tutto ciò che si pensava che lo sguardo escludesse dal nostro osservare. Ma non si osserva, non si contempla, non si vede. Si resta immobili cercando di osservare e si resta, a volte, assenti da noi stessi, illudendosi di contemplare. Si pensa di vedere guardando. 

Enea è il personaggio chiave della perseveranza. È quel personaggio che sa di essere Oriente ma è consapevole di manifestarsi come Occidente. In fondo anche lo stesso Paolo di Tarso compie lo stesso viaggio metafisico e geopolitico. La perseveranza è un dono. Non un destino. Lega la solitudine come attraversamento del deserto e la profezia. Altro potrei anche non domandarmelo. 

Virgilio: “Sono il pio Enea, noto per fama oltre i cieli, e con la flotta mi porto appresso i Penati scampati al nemico. Cerco la patria Italia e gli avi miei, nati dal sommo Giove”. 

Si compie nel pio Enea la storia della pietà. La nostalgia per il tempo che resta scavato nell’anima è il nostos di una pietà nella quale la profezia viaggia. Dovremmo chiederci quotidianamente: “Perché mi obblighi a rompere il mio profondo silenzio?”, ovvero: “Quid me alta silentia cogis /Rumpere?”. Non spezzeremo mai il silenzio sino a quando non sarà il silenzio a interrompere la nostra/mia solitudine: “La vita non è altro che una comunione di solitudini (Corrado Alvaro). Lo scrittore inventa sempre. 

Inventa ciò che ha vissuto. Reinventa!

Siamo pietra e acqua, deserto e vento, tempo e memoria. Siamo forti e ci sentiamo intoccabili. Siamo deboli e ci sentiamo fragili. Il forte viene lacerato. Il debole ascolta. Una grande metafora rimanda ancora ad Ovidio: “Nulla è più duro d'una pietra e nulla più molle dell'acqua. Eppure la molle acqua scava la dura pietra”. Non si smetterà di recitare a soggetto anche quando le maschere sono tutte nude.  

Ci sono giorni che mi perdo nel roseto. Altri che rimango sotto l’ombra della palma a raccontarmi i ricordi e sono i silenzi e la solitudine che mi fanno compagnia, senza mai cedere ad alcuna malinconia. Sempre bisogna condividere con se stessi l’ombra che vediamo riflessa nello specchio appena apriamo la porta di casa. Poi siamo noi che diventiamo stanza. Sempre, anche quando si abita altrove. Io o noi, ma che importanza ha? Chi scrive si assume ogni responsabilità e ogni parola è puramente “casuale”?





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