Il dramma dell’ingordigia umana in “Erano tutti miei figli”. Mariano Rigillo e Giuseppe Dipasquale sul palco del Quirino

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ROMA - Vent’anni di palcoscenico, dove gli atti si susseguono con intervalli regolari ma su sfondi diversi: il Don Giovanni di Brancati, il Re Lear di Shakespeare, il Joe Keller di Arthur Miller. Il legame tra il grande attore teatrale Mariano Rigillo e il regista siciliano Giuseppe Dipasquale inizia sotto il Vulcano di una Catania che rinasce culturalmente, trascinando in piazza il “maschio siciliano” che, tra il viavai dei passanti, portava in scena quella contrapposizione (ancora attuale) tra la vita sospesa del Sud e quella attiva del Nord.

Erano gli anni Novanta, il teatro usciva dalle sale e si riversava sulle strade, per costruire percorsi innovativi, partecipati da un pubblico allargato e incuriosito.

Con un viaggio temporale che arriva a oggi, passando per il Teatro Stabile di Napoli e attraverso la storia d’amore più grande che si possa raccontare - quella tra un padre e una figlia - con un capolavoro eterno, il Lear, che narra la più apocalittica delle tragedie del Bardo, arriviamo a Roma. 

Perché è al Teatro Quirino che martedì 28 marzo 2017 (ore 21), si aprirà di nuovo il sipario su una collaborazione virtuosa, che oggi si traduce nel dramma dell’ingordigia umana di “Erano tutti miei figli”.

«Un legame, quello con Rigillo, che supera i confini del teatro per trasformarsi in vita quotidiana – sottolinea Dipasquale - dove le storie che raccontiamo prendono forma e si traducono in riflessione, in dialettiche che s’intrecciano alle più attuali e contemporanee dinamiche che spingono questa nostra società. La sua esperienza professionale travalica i confini della scena e racconta l’essenza delle tragedie moderne. La sua ricerca interiore instancabile, mi restituisce sempre una lettura nuova, una lettura “altra”, che poi è una crescita professionale costante. Rigillo conosce bene questo mestiere e lo ama, lo onora, lo tramuta in strumento per sperimentare nuovi linguaggi e scoprire aspetti ignoti del proprio sentire, lati intimi e imprevedibili dell’animo. La sua è una comunicazione moderna, che fa della parola un mezzo per creare relazioni: e la mia progettualità artistica, grazie a lui, si fonde con l’architettura dell’animo umano. Rigillo non interpreta i suoi personaggi; li ha dentro. Nel più profondo».

«Più il tempo passa e più mi viene da pensare che quello mio con Giuseppe va assumendo le caratteristiche di un sodalizio artistico: tre incontri, tre successi – continua Rigillo -  rifletto e annoto i particolari di quanto è accaduto in "Erano tutti miei figli", ma in maniera molto più evidente in "Re Lear". All'inizio del lavoro, Giuseppe ed io, non parliamo tanto. Ci diciamo soltanto poche cose, poche cose indispensabili. 

In reciproco silenzio andiamo avanti. Avviene poi che un giorno la mia ricerca d'interprete incontra inconsapevolmente la sua regia: ed ecco che il nostro lavoro mette le ali e spicca il volo. Non posso tacere che questo avviene anche grazie a una nostra comune musa: Cicci Rossini (all'anagrafe Anna Teresa) che con silenziosa tenacia - anzi con tenacia sì, ma nient'affatto silenziosa - ci spinge caparbiamente l'uno incontro all'altro». 

Prima martedì 28 marzo ore 21 repliche fino al 2 aprile prodotto da Teatro della Città - Catania MARIANO RIGILLO | ANNA TERESA ROSSINI ERANO TUTTI MIEI FIGLI di Arthur Miller traduzione Masolino D’Amico con (in ordine alfabetico) Filippo Brazzaventre, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Liliana Lo Furno, Giorgio Musumeci, Ruben Rigillo, Silvia Siravo scene Antonio Fiorentino costumi Silvia Polidori regia GIUSEPPE DIPASQUALE

ORARI SPETTACOLI da martedì a sabato ore 21 domenica ore 17 giovedì 30 marzo ore 17.

LA TRAMA. Pubblicato nel 1947, Erano tutti miei figli (All my Sons) è il primo grande successo teatrale di Arthur Miller, testo di svolta della carriera dello scrittore americano, adattato anche per il grande schermo, che precede il noto Morte di un commesso viaggiatore (Death of a Salesman) del 1949.

Il dramma è incentrato sulla figura dell’imprenditore Joe Keller, il quale durante la seconda guerra mondiale, da poco terminata, non aveva esitato a trarre profitti dalla vendita di pezzi “difettosi” destinati all’aeronautica militare, che erano costati la vita a ben 21 piloti. Arrestato per fornitura di materiale non conforme alle norme, l’uomo riesce a scagionarsi dall’accusa scaricando tutta la responsabilità sul suo socio, che Keller sacrifica impassibile alla sua brillante carriera di magnate. 

Intanto la sua famiglia fa i conti da tre anni con il dramma della scomparsa in guerra di un figlio mai ritrovato. Sarà la giovane fidanzata del ragazzo – figlia del socio finito in galera – della quale si è innamorato anche il fratello che la vuole sposare, a far emergere le contraddizioni nella vicenda e a svelare i misfatti e le verità abilmente celate dal cinico industriale.

Rigirando il coltello nelle piaghe della società americana del secondo dopoguerra, Arthur Miller infrange gli ideali della famiglia, del successo e del denaro: il suo Joe Keller incarna una “minaccia” per la società non in ragione di ciò che ha commesso ma perché rifiuta di ammettere la sua responsabilità civile, convinto che un certo grado di illegalità sia necessario.




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