I nomi dei personaggi nella scrittura di Luigi Pirandello sono espressione antropologica

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Pierfranco Bruni
GROTTAGLIE - Pirandello tra Ciunna e Moscarda per essere personaggio e per diventare maschera. Pierfranco Bruni relazionerà al Convegno nazionale, con il contributo del Mibact, su Luigi Pirandello il 29 marzo 2017, a Grottaglie, nella sede del Liceo Moscati, alle ore 18 e concluderà le Giornate Pirandelliane. Pirandello tra Ciunna e Moscarda per essere personaggio e per diventare maschera.

I nomi dei personaggi nella scrittura di Luigi Pirandello sono una espressione antropologica che richiama metafore ed eredità in una tradizione che diventa modello interpretativo. Possono essere una maschera e, a volte, uno specchio. Un rapportarsi con il territorio che è trasparenza di ciò che i volti manifestano di una coscienza.

Se i nomi sono la trasparenza della coscienza è anche vero che si riflettono in un comportamento che è il dato imprescindibile del destino del personaggio stesso. Si intrecciano le metafisiche dei nomi con ma metafora che i nomi restituiscono allo specchio nel quale il personaggio, tolta la maschera, si identifica.

Si pensi a Ciaula, a Moscarda, a Pascal, e a Lollò (sui quali mi sono già soffermato), e ad un personaggio che ha una ambiguità semantica per eccellenza in un gioco di rimandi il cui vocabolario ha allegorie ben definite. Mi riferisco al personaggio Ciunna da il Sole e ombra. Il termine Ciunna in siciliano sta a significare “fionda”.

Proprio nel Vocabolario del Traina viene indicato per definire “uno spago con un sassolino legato in cima, con cui i ragazzi cercan avviluppar il filo di un aquilone che vogliono predare”.

Pirandello conosceva molto bene questo Vocabolario siciliano e spesso veniva consultato per dare un senso ad un sistema etimologico dei processi sia linguistici che letterari. Un inserimento in una semantica che rappresenta la visione interpretativa di un processo letterario che si definisce in una dimensione che è antropologica.

Se scaviamo nella etimologia del termine che da il nome al personaggio, ovvero Ciunna, ci si rende conto che la parola viene usata in termine volgare per indicare il sesso femminile. In Calabria spesso nella cultura popolare significa vagina. Non solo in Calabria.

Il Vocabolario Treccani rimanda immediatamente all’organo femminile.  Pirandello attentamente conosceva la parlata di Girgenti, ma era consapevole dei doppi o tripli significati che una parola può proporre. Lo stesso Dante la italianizza con il volgare “fica” e Brunetto Latini nel Tesoretto 1719 "…credesi far la croce, / ma e' si fa la fica”. Una etimologia estesa e interna alla parlata di Pirandello che la usa però per altri obiettivi tenendo in considerazione, appunto, il Traina.

Il linguaggio pirandelliano non è soltanto una maschera. Rappresenta anche il doppio. Ciunna, il personaggio del Sole e ombra, è un “carattere” vero e proprio nella manifestazione di un colloquiare forte tra i significati e significanti dei personaggi che si servono del nome per trasmettere la singolarità delle ironie.
Così nell’incipit della Novella.

“Tra i rami degli alberi che formavano quasi un portico verde e lieve al viale lunghissimo attorno alle mura della vecchia città, la luna, comparendo all’improvviso, di sorpresa, pareva dicesse a un uomo d’altissima statura, che, in un’ora cosí insolita, s’avventurava solo a quel bujo mal sicuro:
– Sí, ma io ti vedo.

E come se veramente si vedesse scoperto, l’uomo si fermava e, spalmando le manacce sul petto, esclamava con intensa esasperazione:
– Io, già! io! Ciunna!”.

Una provocazione della lingua? Direi di no. Piuttosto un voler giocare attraverso il legame tra l’essere personaggio e l’essere nome, l’essere maschera e l’essere specchio nel riso inequivocabile di un umorismo che non può conoscere, in Pirandello, il gesto e la parola volgare in contrapposizione con il “vulgare”. Si ascolta ancora e la metafora qui diventa potentissima:

“– Ciunna, qui mancano duemila e settecento lire.
– Sissignore. Me le son prese io, signor Ispettore.
– Prese? Come?
– Con due dita, signor Ispettore. 
–       Ah sí? Bravo Ciunna! Prese come un pizzico di rapé? Le mie congratulazioni…”.

La parlata è la conquista del dialetto che si fa strumento letterario. Si pensi al “berretto a sonagli”. Una contrapposizione di contraddizioni. Quest’opera del 1916 ha la sua precisa etimologia in ’A birritta cu ‘ i ciancianeddi. Qui è la famosa osservazione di Pirandello:

“Niente ci vuole a far la pazza, creda a me! Gliel’insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità”.

La scoperta della luna da parte di Ciaula è un’altra rinnovata metafora che si ripete nella luna che cade sul ballo tondo della “giara”. I nomi hanno, dunque, un loro rigoroso significati. O il Moscarda da mosca? Sì anche qui la mosca diventa il vento dei centomila che si guardano ogni mattina in uno specchio per avere una conferma di essere mosche o nessuno?

Questo perché, in fondo, il tratteggio profondo di Pirandello è testimonianza di una eredità popolare e lo scavo antropologico è un incisivo elemento che si serve del linguaggio intrecciato, ovvero meticciato. Anche i nomi, comunque, restano fisionomie di profili metafisici pur nel significato a ragnatela.

Il personaggio Ciunna è un rimando etimologico o no? In questo caso non lo è perché Pirandello pur giocando con il significato “volgare” attribuisce un senso meta letterario in cui il personaggio ha l’avvertenza di una coincidenza.

Con Pirandello però nulla resta scontato e tutto diventa un vento dai quattro angoli delle piazze. In realtà Pirandello gioca con i personaggi per diventare personaggio e non maschera. Ma con quale realtà? Qual è il vero reale del reale?

Con Pirandello nulla deve darsi per dato e per certo! Ciunna è un personaggio ma anche una cifra etimologica.





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