Giorgio Barberi Squarotti, una strategia della critica applicata sempre al testo e mai alla dialettica

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Pierfranco Bruni
ROMA - È morto Giorgio Barberi Squarotti, un critico poeta. Giorgio Barberi Squarotti non c'e più. Non solo un attento critico. Non solo una militanza letteraria nella scientificità dei testi. Ma anche un deciso poeta la cui teoria letteraria è diventata nei suoi versi l'unicità di un lirismo ontologico. Eravamo amici. Ci siamo frequentati nei tempi in cui io ho studiato Sandro Penna e ho scritto o miei saggi su Mario Luzi.

Ha scritto sulla mia poesia. Era un testimone di un viaggio poetico in cui la tradizione aveva un senso. 

Forse l'ultimo di una generazione che ha saputo intrecciare la poesia e la prosa dentro un linguaggio comune. Alla Cardelliana maniera. E forse un rondismo nel suo linguaggio era fortemente palpabile. 

Ma la poesia dei poeti veri era un sigillo sicuro nelle sue interpretazioni. 

Ha saputo creare la prosa nuova d'arte su un testo di poesia. Guardava con molta attenzione alla storia attraverso la attualità. Era nato nel 1929. 

Lascia un disegno di una strategia della critica applicata sempre al testo e mai alla dialettica. 

La dialettica intorno alla poesia infastidiva. Mentre leggere un testo e interpretarlo aveva e ha un senso mai oggettivo ma sempre soggettivo. 

Lunghe telefonate per capire comprendere e dirsi. La sua poesia è un Novecento che ha voci antiche e una tradizione che anticipa. Nel suo raccontare il poeta e lo scrittore non si elidevano mai dall'uomo. 

Un'opera antropologica nel segno dell'umanesimo della parola.


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