Eduardo Cocciardo mette in scena "Un giorno all'improvviso", con Francesca Stizzo. Perché forzature da cabaret?



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NAPOLI - L’idea è interessante, l’energia non manca. È il 19 maggio 2017 e siamo al Nuovo Teatro Sancarluccio, Napoli, che per la rassegna Maggio d'Arte, propone  la performance di un autore contemporaneo. Eduardo Cocciardo mette in scena  "Un giorno all'improvviso" con Francesca Stizzo.

“Se fossi stato l’uomo della mia vita non ti saresti arreso sul più bello, avresti amato me e il contrario di me”.

Due anime che si rincontrano dopo 26 anni grazie ai social network. Situazione paradossale ma frequente nella nostra epoca in cui sempre più spesso costruiamo e ricostruiamo relazioni idealizzate. 

“Sarà pure uno spazio virtuale ma un mese di chat cominciano a disegnare un territorio. Si intravedono le prime luci, le prime  strade, le prime distanze… inizi a muovere i primi passi fra quei sentieri che d’ improvviso sembrano indicarti una via. E nel frattempo impari ad aspettare, perché tutto diventa un’ insopportabile attesa di qualcosa che hai già ma non ti basta mai.”

Lo spazio scenico è come ripiegato su se stesso per potere esprimere una “partita col tempo” purtroppo affidata troppo al testo e alla dinamica, a tratti ridondante, tra i due protagonisti.

Cocciardo avrebbe dovuto rinunciare alla bulimia di parole, regalandoci qualche silenzio teatrale, qualche sano sottotesto.

Avrebbe potuto, semplicemente, affidare il proprio copione ad una regia, ed invece si ha l’impressione che l’autoreferenzialità dell’autore abbia prevalso su tutto. Lui stesso come attore andrebbe diretto, evitando gag e auto goal di vario genere.

Si resta infatti un po’ perplessi rispetto a forzature da cabaret, ad accenni timidi di caratteri non studiati fino in fondo, ad esempio il suo personaggio è balbuziente o non lo è? Lo stato d’animo di Luca non cambia mai, forse perché non c’è maschera alcuna su cui lavorare?

Stizzo, nelle vesti di Sara, mostra invece, di avere fatto sue dinamiche e pensieri, parole e stati mentali, ma resta sola nelle profondità poetiche di un’idea di spettacolo in cui c’è ancora da tagliare, pulire, approfondire.

“…-E che non so quale immagine conservare di te, se la cometa o la sua ombra terrestre –Sono sempre stata entrambe le cose-”





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