Non basta una sentenza del Tar. Bisogna capire. Ricomporre il mosaico della Riforma Franceschini

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Pierfranco Bruni
ROMA - Polemica tra Tar e Beni culturali. Franceschini ha ragione. Bisognava pensarci prima e non a distanza. Tar, Musei e Beni culturali. Il dibattito che si è innescato in queste ore porta “allarmismi” e riflessioni. La chiave di lettura? Credo che sia molto rischioso fare emergere una sentenza che annulla alcune nomine di direzione dei musei italiani dopo lunghi mesi.

Si aprirebbero, ammesso che il Consiglio di Stato applichi le motivazioni del Tar, diversi contenziosi non solo economici e amministrativi, ma anche culturali.

La domanda che si pone, in una Nazione come la nostra (dico questo perché è una Nazione molto articolata anche nei rapporti tra cultura e istituzioni: dalla Legge Bottai al Codice dei Beni culturali), è: dovevamo far fare le nomine per renderci conto che le procedure fossero viziate? Ma se il dibattito è stato vivacissimo nel corso degli ultimi anni sia sul piano politico – culturale che giuridico su un aspetto che ha smosso la cultura italiana e le appartenenze politiche? Vero è che ci troviamo a vivere in una Nazione dei ricorsi, pur tuttavia è anche una cultura vichiana che recupera il senso ad uno Stato di Diritto nel quale le sentenze richiamano altri procedimenti che potrebbero annullare precedenti sentenze. 

Dio Santo, nessuno si era accorto che il ministro Franceschini ha aperto i Beni culturali ad una internazionalizzazione delle fruizioni e delle valorizzazioni? Nessuno si era reso conto che i Musei avevano cambiato status giuridico e quindi anche le nomine dei direttori passavano attraverso altri moduli di selezione? Nessuno si era reso conto che si è fatto un gran parlare sulla questione della autonomia dei musei? 

A questo punto dovrei pensare che c’è stato un vizio giuridico a priori? Ma se tale è, perché accorgersene soltanto oggi, quando queste strutture sono in piena attività e si sono riorganizzate tenendo fede alla Riforma? La Riforma ha sempre stabilito una apertura, nei bandi, a personalità non italiane. Perché non è stato bocciato il bando? 

Sono domande che mi pongo restando nella difensiva di capire gli Atti e di comprendere la fenomenologia applicata dal Tar. Ci sono stati dei tempi molto scadenzati. Si sarebbero dovute bloccare le nomine perché sappiamo bene che una nomina ha diversi attraversamenti e passaggi giuridici a cominciare dalla Corte dei Conti e da Registrazioni amministrative. 

L’enigma sta proprio nel non avere contestato il bando. Non solo contestato ma invalidato in incipit il concorso. Non parlo di dialettiche culturali che hanno sollevato un’ampia discussione, ma di sistemi giuridici. 

Non voglio entrare nel merito. Ma non credo che basti una sentenza. Bisogna andare oltre. Capire. Ricomporre il mosaico della Riforma Franceschini. Perché anche altri concorsi ormai sono aperti a professionalità non solo italiane. Non entro sul fatto se sia giusto o meno un tale ampliamento. Non riesco a spiegarmi le distanze tra una nomina e una sentenza. 

La cultura non è un passaggio momentaneo di una civiltà o ci sono interessi collegiali tra istituzione e cultura o i conflitti diventano scontri. Siamo in un contesto in cui non possiamo più permetterci il lusso di perdere tempo. Cosa accadrà? Il parere del Consiglio di Stato sarà decisivo ma intanto il contenzioso si è verificato. 

Perché solo ora? E nel momento del bando, della partecipazione e delle nomine, della registrazione andava tutto bene?


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