Linguaggio tipico del 1800 e ricercatezza in "Soliloquio di un folle", libro di Egidio Capodiferro



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COMO - Soliloquio di un folle, libro di Egidio Capodiferro (2017 Cicorivolta Edizioni, 136 pagine). Non è per niente facile, come genere di scrittura, cimentarsi con un monologo. Bisogna essere abili e riuscire a non fare cadere l’attenzione del lettore. Questa premessa per dire che, invece, Capodiferro, ha ottenuto il suo intento, riuscendo a scrivere un libro che avvince, fa sorridere, interessa e non perde mai di tono.

Capace in questo tipo di scrittura è stato Dostoevskij, e, proprio come lui, Capodiferro usa un tipo di linguaggio tipico del 1800. Un poco ricercato, con l’abitudine a parlare direttamente al lettore, come ad esempio: “Ancora non ho voluto rivelare il mio lavoro, inutile. Forse ve lo dirò più tardi, con la giusta disposizione d’animo”.

E di cosa ci parla questo folle? Un folle descritto in modo brillante in questa frase messa all’inizio del libro di Charles-Louis de Montesquieu: “Si chiudono alcuni matti in una casa di salute, per dare a credere che quelli che stanno fuori sono savi”.

Ci parla di sé, della sua vita, delle sue storie d’amore che naufragano l’una dopo l’altra.

Ci racconta della sua famiglia, una famiglia del sud; delle proprie abitudini, disperazioni, sogni e speranze.

Anche le parti più tristi e dolorose, sono descritte in maniera allegra, quasi a irridere ciò che di peggio ci possa esserci e possa farci del male. In questo mi ha fatto pensare allo scrittore inglese Wodehouse, al suo modo di scrivere divertente e dissacrante. Non è da me fare paragoni fra gli scrittori del passato e i nuovi emergenti, ma devo dire che ho trovato molte similitudini nel modo di scrivere di Capodiferro con questo tipo di letteratura.

Ovviamente il folle ha un nome, si chiama: Ermenegildo Sette, un nome particolare, così come lo hanno strambo tanti altri personaggi: “… il signor Miele e consorte, della signora Volpe e consorte, del signor Ferro senza consorte, delle zitellone centenarie Costantino, e delle sobrie ragazze Grappa…”

Di tanto in tanto il soliloquio è interrotto dai dialoghi che Ermenegildo ricorda di avere scambiato con questo o con quella.

Una stranezza, che pare proprio una contaminazione è quando lo scrittore, parlando di una famiglia del sud, si lascia scappare uno: “dalla Elena”, “della Sofia”, un tipico modo di dire lombardo. 

Molti gli spunti di riflessione, come quando una delle sue ragazze gli dice: “Da come mi guardi, mi stai giudicando per qualcosa che non sai”.

Belle tante frasi: “La tristezza è un sorriso mancato, e la vita è una folata di vento”.

Un occhio attento è per la natura: “I fiori della ginestra sono scaglie di ambra affisse nei suoi rami verdi, o come fiamme accese, focolai di un incendio nel verde”.

Vi domanderete perché Ermenegildo sia folle… bhè, per saperlo, dovrete arrivare in fondo al libro!





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