L’arte di Mimmo Sancineto. Immaginario costruito, ma di fatto reale, da donne e uomini del popolo Maya



arte-mimmo-sancineto-immaginario-donne
ROMA - Dal Mediterraneo ai Maya. L’arte di Mimmo Sancineto. Si nota un legame profondo tra la pittura ultima di Mimmo Sancineto e le culture etniche, in modo particolare tra quelle culture e quei colori che intrecciano le visioni mediterranee, in un verso simbolico vero e proprio, e le culture che provengono dal mondo della dimensione maya.

I colori del ceppo culturale del popolo Maya ha un’articolazione di luci che toccano tutti gli sfondi dell’arcobaleno. È come se fossero i colori dell’arcobaleno che insistono soprattutto in quella pittura di Sancineto che ha come punto di riferimento due capisaldi: il muro e i cardi, ovvero il muro, che rappresenta anche il limite e il non limite dal punto di vista metafisico e antropologico, e i cardi che costituiscono il dato di un paesaggio in cui la natura è una natura che si confronta con le stagioni, con la circolarità e con il tempo. Una natura che si confronta con tutta una dimensione che è la dimensione della luce naturale e quindi del sole, della notte, del buio, delle diverse dimensioni dei colori, delle diverse articolazioni dei colori. 

I cardi sono la terra. I cardi colorati di Mimmo Sancineto ci riportano ad un immaginario che è l’immaginario costruito, ma di fatto reale, dalle donne e dagli uomini del popolo Maya. Pensate alle donne che portano sul capo i tessuti. I vestiti che indossano sono una festa di colori. È proprio una festa del colore che sembra non conoscere ombre, che sembra non conoscere i bui o il buio in sé. È la gemmatura, la fioritura di un’esplosione di luci. Allo stesso modo, il muro di Sancineto non è il muro grigio, non è il muro sartriano dal punto di vista filosofico e antropologico, ma è il muro della percezione dell’accoglienza. Questo muro è fatto anche di colore in Sancineto e i colori sono un intreccio della dimensione fissa del Mediterraneo. La dimensione fissa del Mediterraneo è il meridiano. Il meridiano Mediterraneo è l’insieme delle luci che provengono dall’alba, dalle aurore e dalle luci che provengono dal crepuscolo, dal tramonto. Sono rappresentate del sole che sorge e che si depone negli orizzonti. Questo è il colore del Mediterraneo in cui il meridiano taglia queste due sfere di colori, di conseguenza la partecipazione al colore diventa una “non forma” perché è il colore che crea l’immaginario della forma, così come nei cardi. 

Tutti questi colori ci portano alla tessitura di una cultura primitiva, di una cultura primigenia che soltanto i popoli che possiedono una profondità antropologica, una profondità etnica, possono esprimere. Tra questi c’è la cultura dei Maya che si confronta con il mondo azteco. Siamo nel Guatemala, nella zona del Messico, vicino alle sfumature caraibiche, in quel mondo del Centro America che si spinge verso il Sud America, il perimetro caraibico che ha una profondità che è la profondità della cultura spagnola. Non è la cultura americana in sé, è la cultura spagnola. La lingua del Guatemala è spagnola e la Spagna ha questi colori. 

Perché ha questi colori? I colori del Guatemala, i colori del Messico, che provengono da una demologia, e quindi anche a un linguaggio che è quello spagnolo, sembrano portare con sé i colori che noi avvertiamo, viviamo, se dovessimo assistere, o se assistiamo, o abbiamo assistito, alla scenografia di una corrida. Pensate al torero, al toreador. Quali colori porta questo personaggio così emblematico tanto caro a Ernest Hemingway? Porta tutte le sfumature che sono i colori della luce (del sole e dell’alba) e i colori della sera, ovvero i colori del crepuscolo, del meriggio, del tramonto, fino ad arrivare a quei colori che annunciano la notte. È come se dicessimo, con Garcia Lorca, alle cinque della sera si divide in fondo il paesaggio del giorno. 

Dividere il paesaggio del giorno attraverso la fioritura dei colori significa, a mio avviso, una forma visibile di un intreccio delle sfumature stesse, perché si gioca intorno alle sfumature. Sancineto che porta in sé attraverso queste due sembianze, ovvero la muratura (il muro) e il paesaggio muro con il paesaggio ambiente, rappresentato dalla natura e quindi dai cardi, si pone di fronte non a una divisione di colori, ma ad un intrecciare di colori. Ecco perché ho citato la cultura dei Maya. Perché la cultura dei Maya si identifica proprio nella semplificazione della fioritura dei colori e sono colori lampanti, “colori fuoco” quando questa coloritura riprende alcuni tratti di alcune pennellate della tradizione andalusa. Sono tratti più leggeri quando risiede la ricerca del colore nel luogo. Si pensi che i due colori fondamentali del Guatemala sono il bianco e il celeste, celeste che ha diverse sfumature, ma c’è il bianco. Cosa ne deriva fondendo insieme il bianco e il celeste? Il bianco e il celeste c’è anche in Sancineto, ma c’è anche il fondere il sole, quindi il colore del sole, nelle sfumature del passare delle ore nelle giornate.

Tutto questo sembra offrire non soltanto un’interpretazione artistica in sé, ma offre un’interpretazione antropologica, anzi direi etnoantropologica, e quando questi colori insistono, la formazione dell’artista è una formazione che porta dentro questa nuova ricerca, tutta la sua identità mediterranea che è una identità profonda, una identità che proviene da testimonianze molto antiche e sono testimonianze del suo territorio che è quello della Calabria. Il territorio della Calabria è il territorio del Mediterraneo e delle sfumature coloristiche del Mediterraneo.

C’è un’altra considerazione in questo legame antropologico che Sancineto porta avanti sul piano entnoantropologico, ed è dato dal sistema che legge nel sorgere dell’alba e nel perdere l’alba nella sera. Una metafora? Certo, è una metafora. Questo insieme di colori non è altro che una danza, un canto, una musica. Accanto alla cultura maya, quindi a questa civiltà del tessuto e del terreno, insiste anche il dono che è il dono peruviano, andino, della cultura degli sciamani e sembra che tutto questo colore abbia come forza un grido, un urlo, che non è l’urlo disperato in sé di Munch, ma è il “grido riposato”. 

Questi popoli, queste civiltà, sono rimasti molto fedeli a un dato concreto che è l’identità. La vera identità è un dato importante e significante nelle antropologie di questi popoli.

Mimmo Sancineto è riuscito a recuperare questa dimensione e la si legge ora nei suoi grandi lavori da Maestro.




Commenti