Jules Laforgue e la metafora lunare non leopardiana. Neanche marinettiano



ROMA - Jules Laforgue a 130 dalla morte. Decadente e irregolare simbolista. A 130 anni dalla scomparsa di Jules Laforgue. Un poeta, una poetica, la poesia. Morto giovanissimo. Aveva 27 anni. Era nato a Montevideo il 16 agosto del 1860 e morto il 20 agosto del 1887 a Parigi. Jules Laforgue, un poeta nell’attraversamento di un decadentismo francese, perché è francese, decadente e simbolista irregolare, che lega, e supera, i crepuscolari ai futuristi.

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Pierfranco Bruni
Un poeta, comunque, che traccia un percorso mai dimenticando quella metafora lunare che non è leopardiana ma neppure ostaggio marinettiano. La sua irregolarità nel pensiero di una poetica dell’invisibile irrompe su uno scenario in cui l’oblio e la dolorante attesa si fanno partecipante innovazione non solo linguistica ma anche tematica.

Un poeta non solo di mezzo, in termini epocali, ma di rottura. D’altronde Walter Binni ha così precisato: “E’ proprio un decadente francese, un irregolare della poesia simbolista, Jules Laforgue, che ci offre il ponte di passaggio fra crepuscolari e futuristi e ci inizia alla formazione di questi ultimi”. E chiama in causa addirittura Aldo Palazzeschi sottolineando che vi si nota un “tono lontanamente laforguiano”. Siamo, dunque, ad una contestualizzazione di un concetto chiave che tutto giocato tra vita e linguaggio. Quel linguaggio che in Laforgue, si fa costante sperimentazione, come è la vita. La vita è una sperimentazioni senza pause.

La letteratura non è una pausa nella vita di Laforgue. È la costante nel vivere “cronicamente orfani”, dirà Ivos Margoni nella sua suggestiva introduzione al volume “Poesie e prose” (Mondadori). Ma che cosa caratterizza la ragnatela poetica di Laforgue? Certamente l’allegoria. L’effetto simbolico potrebbe sembrare una strategia ma è soltanto una frontiera eredita e proiettata. Il modello allegorico, invece, è piuttosto una incisione in cui il senso dell’astrazione permea la parola e il sentimento del gioco letterario nell’impalcatura dell’esistenza.


Qui, potrebbe leggersi una vera “prefazione” a ciò che avverrà nella preparazione dei futuristi. Laforgue, forse, avrebbe adottato come immagine emblematica la “Giuditta” di Gustav Klimt, ovvero “Salomé”, che risale al 1909. perché quella donna è la rappresentazione non solo della bellezza ma anche della profondità, è la decorazione della fisicità e dell’intensità.

Tutto nel sentimento allegorico di uno spazio che diventa tempo nel divenire del sogno. Il contrasto è, appunto, tra il tempo che ha la sua durata e il sogno che è sempre irraggiungibile.

Dal crepuscolo focalizzato nell’attesa al sogno che si sente e che diventa inafferrabile: “In verità, la Vita è molto breve,/Il Sogno molto lungo,//Che fare/Allora/Del corpo/Che gestiamo?”. Il sogno è una delle componenti che insiste nell’allegorica metafora della parola. Come la luna. Con la luna sembra contrapporsi al futurismo e ironico uccidere la luna.

Resta l’ironia e l’antiretorica di una parola incisa oltre il senso mistico nella rapidità della luce. questa rapidità accorcia gli spazi perché fa della parola un dinamico movimento sensuale in un rapporto tra il corpo, l’azione e la malinconia: “In verità, o anni miei, che fare/Di questo ricco corpo?/Questo,/Quello,/Di qui/Di là…”. È pensabile che Jules Laforgue sia una “prefazione” pre – contestuale alle poetiche futuriste? Forse sì o forse no!


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