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| Ilde Rampino |
NAPOLI - La storia di Artemisia Gentileschi rivive nel libro di Nadia Verdile con tutta la forza di una donna che ha trasformato dolore, violenza e pregiudizi in arte immortale. Tra talento, ribellione e desiderio di indipendenza, emerge il ritratto intenso di una "pittora" capace di sfidare il suo tempo senza arrendersi mai. Un racconto potente e coinvolgente che conduce il lettore dentro l'anima di una delle figure più straordinarie della storia dell'arte.
L’autrice Verdile si è avvicinata a questo personaggio, o meglio persona, con acume narrativo e valida preparazione
"Artemisia" di Nadia Verdile, editore Maria Pacini Fazzi. Una donna forte e determinata, che ha lasciato la sua impronta indelebile nell’arte e ha rappresentato un esempio per le donne di ogni tempo, perché non si è arresa mai di fronte alla crudeltà, ai pregiudizi e all’indifferenza soprattutto dell’uomo. Ha imparato presto la necessità di imparare a tacere, di scomparire quasi per potersi ritagliare un posto nel mondo dell’arte e della cultura. Tenera adolescente, durante il funerale della madre, “lasciava cadere sul volto lacrime adulte” e si rendeva conto che avrebbe potuto contare solo su se stessa, senza l’aiuto di nessuno. L’autrice Verdile, dotata di una rara e profonda sensibilità, si è avvicinata a questo personaggio, o meglio persona, con acume narrativo e valida preparazione, descrivendo in modo accurato le tecniche pittoriche e mettendo in evidenza il desiderio ardente di Artemisia di ESSERCI, come “pittora” come lei stessa si definiva, per creare uno stile proprio che la distingueva dagli altri.
Artemisia era considerata “una donna perduta”
Era affascinata dalle ombre e dalle luci della pittura di Caravaggio, ammirava la sua arte, ma non tendeva ad imitarlo, era uno spunto, per quanto meraviglioso e importante, per creare qualcosa di suo, che le desse un carattere particolare che la facesse riconoscere da tutti, attraverso una capacità tecnica personale.
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Fondamentale era per lei l’importanza del senso di indipendenza al di là dei pregiudizi del tempo: aveva vissuto, circondata dall’arte e dalla musica, “rubava” i segreti dell’arte del padre, ma per conquistare una propria autonomia. L’autrice ci fa entrare nell’anima e nella sofferenza, attraverso la descrizione della violenza da parte di Agostino Tassi, momento topico, rappresentato in modo in modo magistrale e cruento com’era in realtà, ma anche vivido da far rabbrividire. L’invidia che lei ha subito da parte del padre, per cui era diventata un oggetto di contesa, la denuncia fatta dopo nove mesi, la sua dignità calpestata rivivono in modo viscerale attraverso la sua testimonianza al processo: parole vere, di uno spessore incredibile, particolari forti, espressi senza alcun timore che rivelavano una profonda autenticità. Artemisia, nonostante la condanna di Tassi, era considerata “una donna perduta”, aveva perso definitivamente la sua onorabilità. La sofferenza, il dolore diventano i pennelli della sua anima, attraverso cui effonde le proprie sensazioni e l’insopprimibile bisogno di sentirsi viva: non si è piegata mai alle tempeste della vita e significativa è la presenza, sulla sua tomba, di una lapide in cui è inciso solo il suo nome: Artemisia.
di Ilde Rampino
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