Maxi frode fiscale nell'abbigliamento: sequestri per 8 milioni, 22 imprenditori indagati e 105 partite Iva chiuse


Guardia di finanza, comando provinciale Savona
Guardia di finanza, comando provinciale Savona

SAVONA - Una vasta operazione della Guardia di finanza di Savona, coordinata dalla procura della Repubblica, ha portato al sequestro di beni per milioni di euro nell'ambito di una presunta maxi frode fiscale nel settore dell'abbigliamento. Al centro dell'inchiesta un articolato sistema di fatture per operazioni inesistenti che avrebbe coinvolto centinaia di società in tutta Italia. Le indagini hanno fatto emergere l'utilizzo di prestanome, società "apri e chiudi" e ingenti patrimoni riconducibili ai presunti amministratori di fatto. Il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari e vale la presunzione di non colpevolezza per tutti gli indagati.

Vendita di abbigliamento all’ingrosso a 204 società operanti in tutta Italia

Militari del comando provinciale della Guardia di finanza di Savona hanno dato esecuzione, su delega della procura della Repubblica di Savona, a decreti di sequestro preventivo, anche per equivalente, emessi dal Giudice per le indagini preliminari presso il locale tribunale, nei confronti di 22 imprenditori, in prevalenza di origine cinese, attivi nel settore dell’abbigliamento all’ingrosso e al dettaglio e operanti in 14 regioni italiane. Le attività di polizia economico-finanziaria sono scaturite da una verifica fiscale nei confronti di un centro estetico di Albenga (Sv), gestito da un individuo di origine sinica, il quale, pur del tutto privo di magazzino, dipendenti, capacità manageriali ed economiche, aveva emesso fatture per la vendita di abbigliamento all’ingrosso a 204 società operanti in tutta Italia e anche all’estero per un ammontare di circa 20 milioni di euro. A seguito della verifica, l’imprenditore è stato segnalato alla locale procura della Repubblica per emissione di fatture per operazioni inesistenti (art. 8 D.Lgs. 74/2000) e distruzione e occultamento della contabilità (art. 10 D.Lgs. 74/2000), così come sono state denunciate 192 persone fisiche, risultate, all’esito delle indagini esperite, beneficiarie delle false fatture emesse, successivamente confluite nelle rispettive dichiarazioni dei redditi ovvero nelle dichiarazioni delle società a loro riconducibili, in qualità di utilizzatori di fatture per operazioni inesistenti (art. 2 D.Lgs. 74/2000).

Massaggi e trattamenti per il corpo

Nel corso delle indagini di polizia giudiziaria, dirette dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Savona, sono state svolte nei confronti dei principali utilizzatori delle fatture attività di acquisizione documentale, di analisi dei conti, di perquisizioni personali, domiciliari e informatiche e di interrogatorio sono emersi elementi che hanno consentito di ipotizzare che numerose imprese, attive nel settore del commercio di abbigliamento e bigiotteria all’ingrosso e al dettaglio, annotassero nelle rispettive contabilità numerose fatture per operazioni inesistenti emesse non soltanto dal soggetto albenganese, ma anche da numerosi altri soggetti emittenti. Le fatture attestanti cessioni di beni, in particolare, presentavano un oggetto del tutto vago e generico, quale ad esempio “Shoes”/“Bijoux”/“Jeans”, senza indicare quantità, prezzo e modello del bene ceduto; le fatture relative a prestazioni di servizi (massaggi/trattamenti per il corpo ecc.) presentavano aspetti critici sia per gli importi dichiarati sia in quanto rivolte a persone giuridiche esercenti attività di commercio all’ingrosso ovvero al dettaglio.

Prezzi nettamente inferiori a quelli di mercato con ovvi e ulteriori effetti distorsivi della concorrenza

Secondo l’ipotesi d’accusa gli apparenti cessionari dei beni – tramite la annotazione nella propria contabilità delle fatture per operazioni inesistenti emesse dalla medesima – avrebbero ottenuto cospicui ed illeciti vantaggi sia dal punto di vista fiscale – attraverso la deduzione del costo e la detrazione dell’Iva indicata in fattura – sia commerciale, attraverso la possibilità di perfezionare acquisti dal reale fornitore, totalmente “in nero” e per importi di assoluta convenienza, e quindi di rivendere (spesso anche a soggetti estranei alla frode) a prezzi nettamente inferiori a quelli di mercato con ovvi e ulteriori effetti distorsivi della concorrenza. Le imprese e società oggetto di sequestro preventivo da parte dell’Autorità giudiziaria, in quanto seriali utilizzatrici di fatture per operazioni inesistenti, sono state in grado di movimentare, negli anni dal 2017 al 2025, volumi d’affari pari a circa 700 milioni di euro. Complessivamente, le somme movimentate dalle società segnalate sono state pari a circa un miliardo e mezzo di euro.

I soggetti non parlavano la lingua italiana e non avevano né alcuna cognizione d’impresa né disponibilità economiche

Nel medesimo contesto, sono state condotte numerose e mirate ispezioni fiscali nei confronti di soggetti economici, sedenti nel Lazio, in Lombardia, in Piemonte e in Toscana, risultati tra i principali utilizzatori delle fatture per operazioni inesistenti rilevate; le attività ispettive, condotte in deroga rispetto agli ordinari criteri di competenza amministrativo-tributaria, hanno permesso di contestare, allo stato delle indagini, basi imponibili evase, ai fini delle imposte dirette e dell’Iva per circa 116 milioni di euro. L’operazione di servizio ha consentito, inoltre, di rilevare come sovente le aziende investigate fossero intestate a soggetti “prestanome”, che non parlavano la lingua italiana e non avevano né alcuna cognizione d’impresa né disponibilità economiche per gestire società di medie dimensioni e, in qualche caso, dimoravano addirittura all’interno dei capannoni delle società. Fondamentali sono state le indagini finanziarie delegate dall’Autorità giudiziaria e le interlocuzioni con clienti e fornitori delle imprese che hanno consentito di individuare quali fossero i reali amministratori, soggetti talvolta formalmente dipendenti delle imprese o, in altri casi, del tutto estranei alle stesse, ma con la piena titolarità dei conti correnti societari, un’ottima comprensione della lingua italiana, delle vicende aziendali e titolari di rilevantissimi beni mobili e immobili a loro intestati.

Un diciannovenne pachistano e una cinquantenne di Casalnuovo di Napoli

Emblematici i casi di un quarantenne cinese, residente in Milano e titolare di una decina di società, sui cui conti correnti sono stati rinvenuti circa 6 milioni di euro e di un’impresa, intestata a una sessantenne cinese non più presente sul territorio italiano dal 2022, i cui autoveicoli di lusso, a marchio Audi e Tesla, venivano utilizzati quotidianamente da un nucleo familiare sinico formalmente del tutto estraneo all’azienda o, ancora, quello di due catene di supermercati e “mercatoni”, rispettivamente, nelle Marche e in Emilia Romagna, formalmente amministrate da un diciannovenne pachistano e da una cinquantenne di Casalnuovo di Napoli (Na), entrambi nullatenenti e privi di abilità manageriali, ma i cui conti correnti erano gestiti da un soggetto cinese, cinquantenne, il quale, pur non avendo mai dichiarato redditi in Italia, era proprietario di immobili e autoveicoli di lusso del valore di oltre 3 milioni di euro. Sulla base degli elementi raccolti il Gip, su richiesta della procura della Repubblica di Savona, ha ritenuto sussistenti gli indizi di reato di emissione ed utilizzazione di false fatture nei confronti dei soggetti considerati amministratori di fatto, veri utilizzatori delle fatture per operazioni inesistenti emesse, ed ha emesso sequestri preventivi, anche per equivalente, eseguiti dalla Guardia di finanza.

Marchi Patek Philippe, Van Cleef e Arpels, Hermès, Chanel, Delvaux, Gucci e Prada

I sequestri hanno avuto per oggetto disponibilità finanziarie liquide, azioni, quote sociali, fondi comuni e polizze assicurative per oltre un milione di euro, su preziosi, gioielli, borse e orologi di lusso a marchio Patek Philippe, Van Cleef e Arpels, Hermès, Chanel, Delvaux, Gucci e Prada del valore, stimato da qualificati periti, in circa 500 mila euro, su 8 immobili di lusso, tra i quali un appartamento nel noto complesso milanese del “Bosco verticale”, una villa di 21 vani dotata di piscina, sauna e centro bellezza nel comune di Guidonia Montecelio (Rm), un attico con piscina nel quartiere romano dell’Eur, un appartamento di pregio di 7 vani nel quartiere romano di Monte Sacro, un appartamento di dieci vani in Prato, un appartamento a Milano in quartiere Loreto, un villino a Vigevano (Pv) e un appartamento di otto vani in Reggio Emilia, per un valore che, allo stato, è quantificabile in oltre 7 milioni di euro. Tali sequestri hanno trovato conferma a seguito delle impugnazioni proposte dagli indagati.

Scongiurato ogni ulteriore possibile utilizzo illecito delle partite Iva

Va precisato che il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e non sono state pronunciate sentenze di condanna: allo stato delle attuali acquisizioni probatorie, in attesa di giudizio definitivo, vale la presunzione di non colpevolezza degli indagati. Al termine delle attività di indagine, acquisito il previsto nulla osta dell’Autorità giudiziaria, sono state segnalate agli Uffici competenti dell’Agenzia delle entrate e, da questi ultimi, cessate, d’ufficio, ai sensi dell’art. 35, co. 15 bis e ss., D.P.R. 633/1972, n. 105 partite Iva emerse nel contesto della frode e caratterizzate da plurime irregolarità amministrativo-tributarie, in numerosi casi vere e proprie società “apri e chiudi”, intestate a soggetti prestanome, gravate da ingenti debiti da riscossione, prive di magazzino e beni e il cui unico scopo era l’emissione, dietro compenso, di fatture false. In tal modo, è stato scongiurato ogni ulteriore, possibile utilizzo illecito delle partite Iva in argomento. L’operazione conferma l’impegno costante della Guardia di finanza e dell’Autorità giudiziaria nella tutela della legalità economica. Un’azione mirata a garantire la leale concorrenza sul mercato, difendendo le imprese che rispettano le regole e contrastando quelle che, attraverso pratiche fraudolente, riescono a proporre prezzi di vendita artificialmente competitivi.

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