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| L'Infinito e Giacomo Leopardi |
MILANO - Nel bicentenario de L’Infinito, il capolavoro di Giacomo Leopardi continua a rappresentare uno dei vertici assoluti della letteratura italiana ed europea. La poesia, scritta in gioventù e pubblicata nel 1825, racchiude in pochi versi il rapporto tra limite e immaginazione. A due secoli di distanza, la sua forza evocativa resta intatta e continua a parlare a generazioni di lettori e studiosi. Un viaggio poetico nell’infinito che nasce da una semplice siepe e diventa esperienza universale del pensiero umano.
Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio
L’immagine del colle, dell’orizzonte e dello sguardo che per poco il cor non si spaura rappresenta l’esperienza concreta di un giovane relegato nel suo borgo natale, Recanati, e al tempo stesso l’esperienza astratta e assoluta di tutti coloro che si sono affacciati almeno una volta sul mistero dell’infinito. Ciò che ancora oggi colpisce è il modo in cui Leopardi riesce a trasformare una scena minima, quasi domestica, in un viaggio vertiginoso del pensiero. Il poeta si siede su una collina, contempla una siepe che limita la vista e, proprio grazie a quel limite, immagina ciò che sta oltre. L’Infinito nasce dunque da un contrasto: il confine stimola la fantasia, l’ostacolo diventa apertura, la finitezza del mondo sensibile spalanca l’orizzonte del possibile. È nella tensione tra visibile e immaginato che esplode la grandezza dei versi finali: Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio: / e il naufragar m’è dolce in questo mare. Qui la metafora marina esprime un abbandono totale, una resa felice all’indefinito, un piacere profondo che scaturisce dalla perdita dei confini e dalla dissoluzione dell’io nel fluire dell’infinito. Rileggere oggi questi versi significa interrogarsi sul rapporto tra l’uomo contemporaneo e ciò che non ha misura. In un’epoca segnata dalla velocità, dalla precisione digitale, dai dati che fungono da unità di misura del reale, Leopardi invita a un esercizio opposto: contemplare l’incommensurabile,
di Stefania Romito
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