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| Michela Farabella |
MILANO - La Giornata della Memoria come responsabilità civile: la Shoah interroga il presente, tra testimonianza, educazione e vigilanza democratica. Il 27 gennaio, Giornata internazionale della Memoria, non è soltanto una data del calendario civile. È una soglia morale, un punto di passaggio che ogni anno costringe le società contemporanee a fermarsi e a interrogarsi. Non per indulgere nel dolore del passato, ma per misurare il grado di consapevolezza del presente. Ricordare la Shoah non significa limitarsi alla commemorazione di una tragedia conclusa. Significa riconoscere che ciò che è accaduto non appartiene esclusivamente alla storia, ma continua a interrogare il nostro modo di pensare l’altro, di costruire comunità, di definire i confini dell’umano. La memoria, se autentica, non consola: disturba, perché mette in discussione certezze, automatismi, zone di comfort. A ricordarcelo è il lavoro di Dino Tropea, che da anni si occupa della Shoah non come esercizio commemorativo, ma come atto civile.
Percorso di ascolto, di presenza, di responsabilità
Un impegno che nasce dall’ascolto diretto, dal contatto umano con chi ha attraversato l’abisso e ne ha portato fuori la voce. Un testimone dei testimoni. Tropea non si definisce storico. Si definisce, con precisione e umiltà, un “testimone dei testimoni”. La sua non è un’indagine d’archivio, ma un percorso di ascolto, di presenza, di responsabilità. Ha vissuto due anni in Israele, dove ha potuto incontrare e ascoltare direttamente i sopravvissuti alla Shoah, raccogliendo racconti che non sono semplici testimonianze, ma frammenti di umanità restituita alla parola. Il suo cammino lo ha condotto nei luoghi simbolo della memoria: le sale del Yad Vashem, dove ogni cifra torna a essere un nome, un volto, una storia; e poi Auschwitz, dove quei racconti si fanno spazio fisico, silenzio, materia. Dove il passato non è un concetto astratto, ma una presenza che pesa, che interroga, che non concede distanza. Da questo percorso emerge una verità scomoda, spesso rimossa: la Shoah non è stata un’esplosione improvvisa di follia, ma una costruzione lenta, razionale, progressiva, socialmente accettata.
Il genocidio non è un evento isolato
Un processo fatto di linguaggio, di norme, di consensi. Ed è proprio questo a renderla tragicamente attuale. La banalità del meccanismo, non del male. L’Olocausto non nasce con i campi di sterminio. Nasce molto prima: nelle parole che classificano, nelle leggi che separano, nei discorsi che trasformano le persone in categorie. Prima ancora della violenza fisica, arriva la violenza simbolica: la riduzione dell’altro a problema, a minaccia, a entità astratta. Tropea insiste su questo punto: il genocidio non è un evento isolato, ma l’esito estremo di un meccanismo riconoscibile. Un meccanismo che può ripresentarsi ogni volta che una società accetta di restringere il cerchio dell’umano, decidendo chi merita diritti, voce, protezione, e chi no. Eventi, educazione, trasmissione. In questo quadro, le iniziative pubbliche assumono un ruolo cruciale. A Roma, la Fondazione Museo della Shoah ha organizzato una settimana di eventi dal 20 al 29 gennaio 2026: incontri pubblici, laboratori didattici, visite guidate gratuite, proiezioni, mostre fotografiche.
La musica come forma di resistenza
Un lavoro di memoria attiva, che dialoga con le iniziative promosse negli anni da Roma Capitale attraverso la rassegna Memoria genera Futuro. Non si tratta di celebrazioni rituali, ma di spazi di confronto. Perché la memoria, se non viene trasmessa, si spegne. E se diventa rituale, perde forza. È nelle scuole che questa responsabilità diventa decisiva: trasformare il ricordo in strumento critico, capace di formare cittadini vigili, non spettatori passivi.
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La musica come forma di resistenza. Nel suo lavoro giornalistico, Tropea ha incontrato figure che incarnano in modo esemplare questa responsabilità della memoria, come Francesco Lotoro. Musicista e studioso, Lotoro ha salvato oltre 8.000 partiture composte nei campi di concentramento e nei gulag. Musica scritta in condizioni disumane, spesso su pezzi di carta di fortuna, per non impazzire, per restare umani, per affermare l’esistenza quando tutto era negato.
Le guerre, le crisi umanitarie, le esclusioni sociali, le marginalità sistematiche
Non celebrazione, ma resistenza silenziosa. La prova che anche nei luoghi pensati per annientare l’identità, qualcosa può sopravvivere e parlare ancora. La memoria come lente sul presente. Il cuore della riflessione di Tropea è netto: la Shoah non riguarda solo il passato. Ogni volta che un gruppo umano viene disumanizzato, ridotto a numero, privato di diritti, la storia invia segnali riconoscibili. Le parole precedono sempre la violenza. Le leggi la normalizzano. L’indifferenza la rende possibile. Per questo la memoria non può fermarsi al ricordo delle vittime. Deve interrogare il presente: le guerre, le crisi umanitarie, le esclusioni sociali, le marginalità sistematiche. Non per fare paragoni superficiali, ma per riconoscere i meccanismi che ritornano sotto forme diverse. Una domanda che attraversa il tempo. Nel libro Lasciato Indietro, pubblicato da Armando Editore, Dino Tropea affida al lettore una riflessione che attraversa l’intera storia dell’umanità e ne mette a nudo una delle fragilità più pericolose: che cosa accade quando qualcuno viene escluso dal cerchio dell’umano?
Capire cosa accade quando il confine dell’umano si restringe
Non è solo una domanda morale. È un meccanismo storico ricorrente. L’esclusione non nasce mai all’improvviso: è un processo lento, fatto di parole che separano, di categorie che semplificano, di narrazioni che trasformano le persone in numeri, problemi o minacce. Prima si smette di riconoscere l’altro come simile, poi si smette di ascoltarlo, infine si accetta che venga messo ai margini, dimenticato, eliminato. Tropea lega questa dinamica a una visione più ampia del tempo umano: la storia non è soltanto una successione di eventi, ma una ripetizione di schemi. Quando qualcuno viene “lasciato indietro” — che sia un popolo, una minoranza, una voce scomoda — l’umanità intera si indebolisce. Non perché perda un nemico, ma perché perde una parte di sé. Ricordare per vigilare. In questa prospettiva, la memoria della Shoah non è un capitolo chiuso, ma una lente attraverso cui osservare il presente. Capire cosa accade quando il confine dell’umano si restringe significa riconoscere i segnali prima che diventino irreversibili. È qui che la testimonianza smette di essere racconto e diventa responsabilità. Ricordare non per commemorare, ma per vigilare. Non per restare nel passato, ma per assumere una posizione nel presente. La Shoah, allora, non è solo un abisso storico. È una domanda aperta, che ci riguarda adesso. E la memoria ha senso solo se ci rende capaci di rispondere, oggi.
di Michela Farabella
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