Giovanni Papini segnò un percorso preciso nella storia della letteratura e del pensiero filosofico del Novecento

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Giovanni Papini e Pierfranco Bruni
ROMA - Giovanni Papini a  60 dalla morte e a 100 di “Stroncature” in una antropologia filosofica. Giovanni Papini  nasce a Firenze il 9 gennaio 1881 e muore sempre a Firenze  l’8 luglio 1956. Sono 60 dalla morte. Segnò un percorso preciso nella storia della letteratura in quella del pensiero filosofico del Novecento. Un percorso in cui la testimonianza diventa un rapporto costante tra la vita e la letteratura, e la stessa letteratura, diventa il più delle volte una dichiarazione esistenziale.
L’attualità e l’inattualità conducono ad una riflessione a tutto tondo su un Novecento che comincia ad aprirsi ai nuovi “valori” e al nuovo modello di uomo: da quello “finito” a quello della “rivelazione”, costituiscono la chiave di lettura in una temperie che ha vissuto l’intreccio tra moderno e tradizione anche nel contemporaneo. La “Tribuna” fu la sua prima palestra e il suo primo cenacolo. Fu un laboratorio di idee e di incontri.

Significativo fu certamente il suo incontro con Giuseppe Prezzolini. E significativi restano indubbiamente le esperienze e i contributi alle riviste come “Leonardo”, “La Voce”, “Lacerba”, “Il Frontespizio”. “La Voce” resta un crocevia fondamentale del Novecento. E così è. La Lezione di Giovanni Papini, occupò una posizione interventista. Al 1906 risale Tragico quotidiano e al 1907 Il pilota cieco. Sono due volumi in cui vi campeggia una letteratura (ma soprattutto una poetica) metafisica. 

Infatti sono dei veri e propri “racconti metafisici”. Al 1911 appartengono i racconti racchiusi in L’altra metà e all’anno successivo i racconti Pagine e sangue. Tra gli altri scritti non si può non ricordare I testimoni della passione del 1937, Concerto fantastico del 1954 e alcuni scritti pubblicati postumi come La seconda nascita del 1958 e i Diari. Pubblicò testi di poesia e numerosi testi di saggistica come Il crepuscolo dei filosofi del 1906, Il mio futurismo del 1914, Stroncature del 1916, Italia mia del 1939, Santi e poeti del 1948, Il diavolo del 1953 e altri scritti usciti postumi. È chiaro che uno dei testi che segna inevitabilmente la vita di Papini è certamente Storia di Cristo che porta la data del 1921. 

Un testo vissuto completamente sulla sua diretta esperienza umana e religiosa. Un’antropologia filosofica piuttosto che una antropologia teologica. È uno scritto che pubblicizza sostanzialmente la sua conversione al cattolicesimo. Papini era un ateo intransigente. La Storia di Cristo racconta appunto il suo accostamento alla religione cattolica. L’opera più conosciuta resta indubbiamente Un uomo finito che risale al 1912. Si tratta di un’autobiografia in cui il narratore fa una resa dei conti della propria vita. 

Così sottolinea: «Che cosa volevo imparare? Che cosa volevo fare? Non lo sapevo. Né programmi né guide: nessuna idea precisa. Di qua o di là, est od ovest, in profondità o in altezza. Soltanto sapere, sapere, saper tutto. (Ecco la parola del mio disastro tutto!). Fino d’allora sono stato di quelli per cui il poco o la metà non contano. O tutto o nulla! E ho voluto sempre il tutto – e che niente sfugga o resti fuori! Completezza totalità – più niente da desiderare, dopo! Cioè la fine, l’immobilità, la morte!». 

L’anticonformismo che traccia la linea dell’intelligenza dell’eresia. In Storia di Cristo c’è questa ritrovata memoria che non è più attesa ma coinvolgimento di una sperata e definita consapevolezza. Ma è proprio dall’Uomo finito che si arriva al Cristo della Resurrezione. 

I punti di maggiore riferimento sono in questi due testi che “nascondono” una profonda e silenziosa “umanità”. Ovvero in Un uomo finito e appunto in Storia di Cristo. C’è una tensione che non è soltanto letteraria. Negli anni successivi questi due testi si apriranno ad una chiave di lettura fortemente esistenziale. Dalla crisi alla risoluzione della crisi. Dall’impossibile vuoto alla pienezza dei contenuti. È questo il percorso che si raccoglie in una metafora che si legge in un suo racconto dal titolo: Due immagini in una vasca: «Quando la gioia mi assale con le sue stupide risa io penso che sono il solo uomo che ha ucciso se stesso e che vive ancora. Ma ciò non basta per farmi stare serio». 

Ecco, tra le idee sfreccianti, ciò che resta, tra le altre visioni culturali e umane oltre il religioso senso della vita. In un suo scritto (si tratta di una Introduzione a Lo specchio che fugge, raccolta di racconti di Papini, Mondadori) Jorge Luis Borges scrive: «Potremmo rimproverare a Papini il fatto che i suoi personaggi non vivono al di fuori della finzione che successivamente animano. Questo è un altro modo di dire che il nostro scrittore fu inguaribilmente un poeta e che i suoi eroi, sotto molteplici nomi, sono proiezioni del suo io». 

Si tratta di una sottolineatura importante perché ripropone Papini nella sua completezza e nella sua complessità. E ripropone il Papini poeta. Ovvero la metafora della poesia attraverso una tensione esistenziale che supera la fisionomia dei conflitti. In una sua poesia Papini recita: «…Ma quando al finire del giorno/ ritrovo, stracco e freddo, la fossa della strada/ nella mezzombra lilla del ritorno,/ sono il povero triste a cui nessuno bada». 

Con questi versi eravamo al 1917, alle Venti poesie di Opera prima. Il Papini successivo non è soltanto lo scrittore della “redenzione”, è anche lo scrittore di quel gioco nostalgico che vive la malinconia del tempo in una dimensione che è anche, come ha sostenuto Borges, intrecciata da quei segni fantastici fatti di crepuscoli e di sogni. 

Papini va riletto  e anche ricontestualizzato. Uno scrittore e un filosofo che supera il tempo della leggerezza e della fragilità, per vivere e farsi vivere in quella metafisica dell’anima tanto cara a Maria Zambrano. La sua conversione apre ad una antropologia dell’umanesimo.





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