Ilaria Di Leva: l’istinto gregario si è estinto? Se sì, può dirsi ugualmente della simmetrica lotta darwiniana?
ROMA - Lupus est homo homini, non homo. Le retrovie hobbesiane dell’istinto di sopravvivenza pongono il quesito – quantomai cogente nell’era del Coronavirus – della natura solidale ovvero prevaricante dell’essere umano.
L’assunto storico di un’indole tendenzialmente gregaria – riscontrabile in modo pressoché generalizzato ma non esclusivo nel mondo animale – ben si concilierebbe con i rassicuranti costrutti ideologici e religiosi legittimanti i processi di istituzionalizzazione sociale e politica. Resta la palese contraddizione delle strategie difensive adottate dall’uomo nei momenti emergenziali e, sul versante opposto, l’involuzione delle dinamiche relazionali conseguente alla capillare diffusione delle tecnologie informatiche e digitali, soprattutto nell’interazione comunicativa: che l’uomo sia diventato un atomo parlante dinanzi ad uno schermo è constatazione oggettiva; che la convivialità si sia prosciugata tra gli efficienti circuiti elettromagnetici lo è parimenti, analogicamente alla constatazione di quanto l’automazione tramortisca la creatività e la dimensione emotiva della relazione.
L’istinto gregario si è allora estinto? E, in caso affermativo, può dirsi ugualmente della simmetrica lotta darwiniana?
Che nell’istinto di sopravvivenza vibri una vigorosa propulsione egoica, potenzialmente leggibile come legge del più forte, è appurabile anche nella prima concrezione sovraindividuale: la famiglia, intesa come reticolato di relazioni protette che comporta un principio di espansione dell’io in forma di sublimazione. La genitorialità, in tal senso, da un lato è donazione assoluta di vita, dall’altro legame di esclusività gregaria dove la premura e l’accudimento della prole esprimerebbero invero l’irriducibile istinto di sopravvivenza. Il tornio giuridico ha poi traslato questo stesso bisogno di permanenza nella codificazione del diritto irretrattabile alla vita, alla salute e all’incolumità.
L’ampia premessa si rende necessaria per fornire un corredo critico-ermeneutico alla diversificazione delle politiche di prevenzione, contenimento e repressione della pandemia da Coronavirus nei vari Paesi, attraverso una chiave di lettura storico-culturale. Notoriamente, l’etica “protestante” assume il concetto di “opera buona” come doverosità dell’individuo, donde inferire il segno di un’eventuale grazia divina, laddove il cristianesimo, nella risemantizzazione del concetto di “persona”, ridisegna l’istinto di sopravvivenza tra i contorni sfumati della charitas. In tale ottica, non esistono eletti predestinati, ma un unico abbraccio solidaristico che non conosce gerarchizzazione tra il “più forte” e il “più debole”, tal che l’adozione coercitiva di cautele estreme, in deroga all’art. 16 della Costituzione, realizzerebbe piuttosto la finalità sociologica di una salvezza comune, senza demandarla alla probità volontaristica dell’individuo. E così, nell’apparente compiersi di un destino naturale di sopravvivenza, avanza invero una sorta di economia esistenziale, dove solo il “più forte”, se sopravvive, è meritevole di tutela.
Che siano solo ingranaggi speciosi e deliranti? Forse, ma resta sul campo l’evidente sproporzione tra la domanda di vita e il soddisfacimento dignitoso della medesima.
di Ilaria Di Leva
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