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Lorenza Morello |
TORINO - Se le Olimpiadi vogliono essere davvero inclusive, aprano al gender creando una terza categoria di competizione. Sta facendo discutere il mondo la durata di 46 secondi del match di boxe Carini/Khelif. La superiorità fisica di Khelif era fin troppo evidente. Essere sportivi significa essere leali, trasparenti e (per gli organizzatori) indire competizioni dove la selezione dei partecipanti è fatta in base a criteri che non determinino una evidente sperequazione che possa falsare l’esito della competizione stessa. Non a caso, nella questione Khelif, c’entrano eccome la politica e l’odio verso Putin. Perché con le regole precedenti sancite dall’Iba (International boxing association) -accettate universalmente da tutto il comparto sportivo- la competizione di giovedì 1 agosto 2024 non sarebbe stata possibile. Le regole sono tali, spesso, non per giustizia ma per contingenza politica. Motivo per cui alla deposizione di Umar Kremlev, presidente Iba russo e in quanto tale accusato di esser “amico di Putin” il successore cambiò celermente la norma in favore di quella che, sotto gli occhi di tutti, è stata una competizione viziata da disparità evidente.
Una evirazione o il cambiamento del nome su un documento di identità influiscono sui risultati?
Carini è soprannominata “la tigre”, non certo una che molla al primo colpo. Ma quando la gara è impari e uno sa di rischiare la pelle… il buon senso deve prevalere. D’altronde è noto che se prendiamo due atleti (poniamo il caso del salto in alto) uno femmina e l’altro maschio, la disparità nei risultati è auto eloquente (il record maschile è 2.45 mentre quello femminile è 2.10) e lo stesso dicasi per il martello, il giavellotto, i 100 metri e via di fila. Vi sembra che una evirazione o il cambiamento del nome su un documento di identità possano influire su questi risultati? Suvvia, siamo seri! Fuori la politica dallo sport! Malagò e Federbox, avrebbero dovuta ritirala per protesta, non accettare le regole. Magari farla salire sul ring e buttare i guantoni. Invece, ancora una volta, una donna è stata lasciata sola ad affrontare la propria sorte. Sorte figlia di regole scritte da uomini per gli uomini. Dicono, questi Alti Papaveri di queste disgustose (per mille motivi) Olimpiadi, che vogliono essere inclusivi. Allora lo siano davvero. Aprano alla questione gender creando una terza categoria in cui tutti quelli che non si riconoscono binari o con una identità sessuale non certa e su cui si rifiutano (in nome di un sedicente diritto alla privacy o vattelappésca) di fornire prove, di competere liberamente ma tra di loro. Qualsiasi nome si vogliono dare, sia accettato e vada bene a tutti. E si evitino gli strali di coloro che grideranno alla ghettizzazione. Se esiste un terzo, quarto, quinto genere o la fluidità degli stessi creino categorie apposite e tutti quelli che si sentono di appartenervi, competano tra loro. Questa è inclusione, questa è equità sportiva. Invece, il modo attuale di affrontare il tema è l'ennesima discriminazione a discapito delle donne, che chissà per quanto tempo ancora dovranno essere prese a pugni senza che nessuno muova un dito.
di Lorenza Morello
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