![]() |
| Pia Di Marco |
ROMA - Clinica, aborto e incontro in taxi: il racconto sul corpo femminile, la scelta e la forza delle donne di oggi. Diversamente Donne. “Nei sogni e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente”. Roma, 3 febbraio, ore 13, mi trovo al piano -1 di una clinica romana specializzata in ginecologia, la sala operatoria sembra un accampamento della Croce Rossa in tempo di guerra, decine di brande con donne vestite di verde che dormono o si lamentano appena, i visi sfatti dall’anestesia. Aspetto il mio turno, ancora sveglia, i capelli chiusi in una cuffia blu, stringo i lembi del camice che si apre impietosamente sul fondoschiena, rispondo a qualche domanda dell’anestesista, firmo qua e là a zampe di gallina il mio nome fatto di quattro parole, una cosa che fin dalle elementari non m’è andata giù, le più disinvolte fra le mie compagne avevano un nome solo e un solo cognome, quanto basta per non sentirsi a pezzi.
È un aborto, le chiedono, lei fa sì con la testa
Arriva una paziente, vestita come me, siede sulla sedia vicina, una dottoressa le chiede le generalità: sono nata a Caltanissetta, dice, fermando con la voce ogni sillaba di quel luogo lontano da lei - da noi, in attesa di tutto e di niente. Non è giovanissima, una via di mezzo, la cuffia le dà un’aria di Madonna popolana. Suo padre è su? Le chiedono, e lei risponde che su c’è il marito - non il padre - di Caltanissetta anche lui. È un aborto, le chiedono, lei fa sì con la testa, venga, non abbia paura, le prendono la mano, lei esita… Vai via, sto per dirle e resto muta, tu puoi andartene da qui, si vede che soffri, che stai male, se lo fai, non potrai tornare indietro, quello che c’è, non ci sarà più. Per questo ti hanno chiesto se di sopra c’è tuo padre? Difficile indovinare che hai un marito anche se vuoi abortire? Ma perché? È malformato? Non ce la fai economicamente? Sei sicura? Vai via, di tutte queste che stanno qui, sei l’unica che può farlo ancora: chi sta male, chi ha un danno, deve sottostare, deve lasciare quel che può sotto le lampade puntate contro “l’origine del mondo”, come intitolava il suo quadro Courbet.
Pasolini in quel celebre articolo sul Corriere della Sera del 19 gennaio 1975
Ma tu puoi andare via, tu vuoi andare via… lei si alza, leggermente traballante, dimentica i lembi del camice aperti sulla figura esile (l’effetto-ridicolo “vestita col sedere scoperto” ha qualcosa dell’animale tirato al mattatoio), si fa condurre per mano in sala operatoria. Non l’ho più vista, ma in questi giorni, a ricordarmela, sono le parole di Pasolini in quel celebre articolo sul Corriere della Sera del 19 gennaio 1975, che suscitò invettive da parte di tutti, persino dell’amico Moravia. 9 febbraio, esco dalla clinica. Ci sono molti taxi al posteggio di piazza Cavour. Questo o quello? Chiedo agli autisti di due vetture allineate, salgo, è una donna, il riflesso del vetro mi aveva impedito di cogliere la differenza. “Buonasera, dove andiamo?” Le do l’indirizzo e lei lo ripete al navigatore. “La bufera? Nessuno l’ha vista, oggi, il tempo ci ha graziato - ha voglia di parlare – ieri, ah, ieri sì che l’acqua si sprecava, ne venivo da …. e c’erano le cime dei monti tutte bianche, la neve!
Come un gatto in tangenziale
E arrivo a Roma e la pioggia… la pioggia! Ma l’ha visto il Tevere? È gonfio, non si vedono più gli argini. Ci sono i cavalloni all’Isola Tiberina, sembra il mare”. Si volta leggermente: nel buio si vede il profilo deciso, la punta del naso carnosa, qualche ruga, la frangia compatta, i capelli castani sulle spalle, un’aria femminilmente maschile. Mi ricordo la scena di Come un gatto in tangenziale, dove l’imperiosa Paola Cortellesi viene scambiata per un travestito. Notavo anche le unghie lunghissime, laccate d’argento: mandavano bagliori lunari muovendosi leggere sull’immenso volante nero. “I cavalloni, sa, c’erano proprio i cavalloni contro l’isola, l’ho detto a mia figlia. Che poi, per passare là è un casino, il pronto soccorso te lo scordi, ambulanze ferme, un camion dei rifiuti sempre fermo. Sente? È la radio, la partita è finita e tutti cercano un taxi: da piazza Bainsizza a Tor Bella Monaca, da viale Angelico a Termini… non conviene.
La macchina è bella, grande, col portabagagli spazioso
Questi sono venuti a Roma da Cagliari, il taxi lo vogliono per la stazione, il traffico, il tempo… no, non conviene. Una volta, a Termini, ho preso tre russi, era una corsa per Milano, millequattrocento euro, compreso il prezzo del ritorno. Gliel’ho detto: guardate che Freccia Rossa deve ancora parti’. Ma quelli, niente. Certe valigie: me l’hanno fatte incolla’, avevano visto che la macchina è bella, grande, col portabagagli spazioso, io so’ ‘na donna, hanno pagato in anticipo e se la so’ sfangata co’ la dogana. Perché dentro quelle valigie qualcosa c’era. E corri corri, erano le sei del pomeriggio, mi sembravano tutte gallerie, non finivano più, era la stanchezza, la tensione, avevo dormito due ore la notte prima, l’ho detto a mio figlio, quando m’ha telefonato, io salivo, lui scendeva, tornava a Roma da Bologna, aveva preso un gatto d’angora gigante. Eh, me so’ fidata, uno dei tre non contava niente, il capo era quello che teneva la valigetta bianca, la più piccola: ‘questa non toccare, penso io’.
Cortellesi con le sue spalle larghe e l’ironia d’essere bella
Chissà che c’era dentro”. Si gira di più, sorride, ora la vedo meglio: una donna bella non invecchia, stagiona, diceva Moni Ovadia in uno dei suoi spettacoli dove si rimescolavano epoche, lingue e connotati in un’ebbrezza travolgente. “Siamo arrivati alla stazione di Milano che era mezzanotte, m’hanno fatto tira’ giù le valigie che pesavano un accidente, mentre quella del capo era leggera”. Ma che tipi saranno stati per accettare che una donna tiri giù le valigie dal portabagagli, pensavo, e mi tornava in mente ancora Cortellesi con le sue spalle larghe e l’ironia d’essere bella. “A riparti’ a quell’ora, no, non me la sentivo, i prezzi degli alberghi? da paura, tre-quattrocento, mi sarei mangiata tutto quello che avevo guadagnato, i maranza in giro per la stazione… quanti ce ne stavano! finalmente, un collega alla radio mi dice che c’è un posto da 80 euro! Non lasci la macchina fuori, m’avverte, domani non la ritrova.
Vicino all’albergo vedo un garage, esce fuori un senegalese, Jo Jo
E allora? Ormai ero arrivata quasi a destinazione - lei continuava la sua storia, e io notavo che il volante aveva una striscia d’argento identica allo smalto delle unghie - vicino all’albergo vedo un garage, esce fuori un senegalese, Jo Jo, il nome me lo ricordo ancora, ah… Jo Jo, tu m’accompagni… meno quattro, sa, i multipiano, senza di lui mi perdevo, erano le due di notte, gli ho regalato le sigarette e pagato il caffè. Il giorno dopo, ho detto al padrone del garage: sei gentile come Jo Jo? Era gentile, non m’ha fatto pagare”. Quanto devo? ormai sono davanti al portone di casa. “Quindici euro”, firma la ricevuta con la penna stretta fra le unghie color di luna. Esco dall’auto: lo sa? Lei è stupenda! La saluto così, mentre già si scalda contro un guidatore imbranato che vorrebbe farla spostare.
di Pia Di Marco
Ti è piaciuto questo articolo? Scrivici cosa ne pensi nei commenti qui sotto!
Se conosci qualcuno che potrebbe essere interessato, condividi l’articolo sui social!
Per scoprire altri articoli di: Firmati, Opinioni, Pia Di Marco,
Condividi questo articolo:
Ricerche Correlate

Commenti
Posta un commento