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| Guardia di finanza, comando provinciale di Ravenna |
RAVENNA - La Guardia di finanza di Ravenna ha smascherato un ingegnoso sistema di frode fiscale nel settore tessile, basato sul cosiddetto "metodo apri e chiudi", che ha permesso a un'imprenditrice di sottrarsi sistematicamente al Fisco e di gestire lavoratori in nero. L'indagine, tra sequestri milionari e prestanome, svela una rete di autoriciclaggio e concorrenza sleale che ha impatti diretti sull'economia locale e sulla legalità delle imprese.
Mezzo di concorrenza sleale nei confronti degli operatori rispettosi delle regole
La Guardia di finanza di Ravenna ha scoperto una frode fiscale e un riciclaggio nella manifattura tessile con il "metodo apri e chiudi". I finanzieri hanno eseguito sequestri per circa 1 milione di euro. Si è conclusa un’ulteriore operazione a contrasto del cosiddetto fenomeno delle imprese “apri e chiudi”, ossia un sistema fraudolento che si sostanzia nel ricorso alla ciclica sostituzione di attività imprenditoriali indebitate con il Fisco, con l’automatico subentro di altre imprese, formalmente nuove, ma in realtà create al solo scopo di proseguire l’iniziativa economica appena cessata. In questo modo, infatti, si rendono inefficaci gli strumenti di riscossione coattiva delle imposte, poiché indirizzabili solo verso soggetti divenuti nullatenenti. Si tratta di un sistema particolarmente vantaggioso in quanto la cronica sottrazione al pagamento delle imposte costituisce, da una parte, il profitto dei beneficiari della frode, dall’altra il principale mezzo di concorrenza sleale nei confronti degli operatori rispettosi delle regole, con effetti distorsivi sulla regolarità del sistema economico produttivo locale e sui relativi livelli occupazionali.
Decina di lavoratori completamente “in nero”
In questo contesto si colloca l’intervento dei finanzieri della tenenza di Lugo, che hanno svolto indagini su una serie di attività economiche operanti nel settore del confezionamento di prodotti tessili per conto terzi riconducibili a un’imprenditrice di origine cinese, dando esecuzione a un decreto di sequestro preventivo emesso, su richiesta della procura della Repubblica di Ravenna, dal locale tribunale.
L’indagine nasce dall’approfondimento delle risultanze di un controllo fiscale eseguito nei confronti della ditta individuale già intestata all’indagata, nel cui ambito era stata scoperta anche una decina di lavoratori completamente “in nero”, quasi tutti clandestini. Attraverso l’analisi delle banche dati e l’acquisizione di informazioni testimoniali è emerso che, in quegli stessi opifici, nel periodo 2018-2025, si erano avvicendate ben 5 ditte individuali - operanti tutte nel citato settore - che avevano maturato ingenti debiti tributari, che erano state continuativamente aperte e chiuse e intestate, di volta in volta, a connazionali prestanome (tra i quali ex dipendenti), pur rimanendo gestite di fatto dall’indagata - riporta il comunicato della Gdf -.
I capitali sottratti all’Erario reimpiegati sistematicamente per la prosecuzione delle imprese
Determinanti sono stati gli accertamenti patrimoniali e le indagini finanziarie poste in essere dalle Fiamme gialle, che hanno permesso di rilevare come i capitali sottratti all’Erario fossero stati, altresì, reimpiegati sistematicamente per la prosecuzione delle imprese, garantendo così un autofinanziamento a “costo zero” e integrando, in tal modo, anche il reato di autoriciclaggio. Sulla base di tali evidenze, pertanto, sono stati sottoposti a sequestro l’azienda da ultimo avviata, comprensiva di beni materiali, conti correnti aziendali e dei crediti presso terzi, nonché un appartamento e diverse autovetture intestate alla persona indagata, per un valore complessivo stimato pari a poco meno di 1 milione di euro. L’odierna attività testimonia, ancora una volta, la costante attenzione e il perdurante impegno profuso dalla Guardia di finanza, a contrasto di ogni forma di illegalità economico-finanziaria, a tutela dell’integrità dei bilanci pubblici e delle imprese che operano nel rispetto delle regole, in una prospettiva di garanzia del regolare funzionamento dei meccanismi di libera concorrenza. Il procedimento penale instauratosi è ancora nella fase delle indagini preliminari, indipendentemente dagli elementi che hanno portato all’emissione dei provvedimenti cautelari, per il principio della presunzione di innocenza, le eventuali responsabilità derivanti dal contesto investigativo descritto saranno definitamente accertate solo a seguito di sentenza irrevocabile di condanna.
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