Vacanze e social, viaggiamo per dimostrare di essere partiti? Il viaggio nell’era di Instagram


Lorenza Morello sulle vacanze e i social
Lorenza Morello

TORINO - L'estate in diretta. Andiamo ancora in vacanza per partire o per dimostrare di essere partiti? C'è stato un tempo in cui le vacanze iniziavano quando si spegneva il telefono. Ora iniziano quando lo si accende. Sull'aereo, in spiaggia, in coda per un museo, al ristorante con il piatto ancora fumante: il primo gesto non è più guardare, è inquadrare. Il secondo non è assaporare, è postare. Storie, reel, caroselli, dirette. Il tramonto non esiste finché non è stato caricato. Non è un'accusa. È una fotografia.

La vacanza diventa narrazione in tempo reale

Secondo le ultime rilevazioni, oltre il 70% dei viaggiatori sotto i 45 anni condivide contenuti ogni giorno di vacanza, e quasi uno su due ammette di scegliere una meta anche in base alla sua "fotogenia". Non si va più solo in un posto. Si va in un post. Il meccanismo è semplice e umano. Funziona così: mostro, dunque sono stato. E soprattutto: mostro, dunque sto bene. La vacanza diventa narrazione in tempo reale, un reportage di sé stessi felici da consegnare a chi è rimasto a casa, a chi ci segue, a chi ci giudica. E poi ci sono gli altri. Quelli che non postano nulla. Quelli che spariscono per due settimane e riappaiono abbronzati, senza una prova. Anche loro, a guardarli bene, non sono fuori dal gioco. Solo che giocano al contrario. C'è chi non posta per scelta, per proteggere un tempo che vuole restare intimo, non performativo. E c'è chi non posta per reazione. Perché se gli uni esistono postando, gli altri esistono non postando.

Conosciamo l'angolo perfetto per la foto al Colosseo, ma non ricordiamo il caldo delle pietre

Se i primi dicono "guardate dove sono", i secondi dicono "guardate come non ho bisogno di dirvelo". Due facce della stessa medaglia: in entrambi i casi, l'occhio dell'altro è ancora lì, a decidere cosa ha valore. Siamo diventati viaggiatori riflessi. Non più solo protagonisti della nostra esperienza, ma registi della sua percezione. Il paradosso è che non si è mai viaggiato tanto e non si è mai stati così distratti dal viaggio stesso. Conosciamo l'angolo perfetto per la foto al Colosseo, ma non ricordiamo il caldo delle pietre. Abbiamo il video del tuffo, ma non il ricordo del fiato sospeso prima di farlo. L'esperienza viene archiviata prima ancora di essere vissuta. Nessun giudizio, davvero. Postare è anche gioia, è condivisione, è tenere un diario collettivo, è lavoro per molti. E non postare non è automaticamente più autentico, a volte è solo un'altra forma di vanità, più silenziosa. La domanda, però, resta lì, scomoda e leggera come sabbia nelle scarpe: Quando è stata l'ultima volta che hai fatto qualcosa in vacanza senza pensare a come sarebbe venuta in foto?

L'algoritmo non ricorderà le nostre vacanze

Magari la prossima volta proviamo a fare un esperimento. Un'ora. Un pomeriggio. Un giorno intero. Telefono in borsa, in modalità aereo. Non per dimostrare niente a nessuno, nemmeno a noi stessi. Non per essere migliori, più puri, più zen. Solo per vedere che effetto fa vivere un momento intero, dall'inizio alla fine, senza doverlo mostrare. Per scoprire se ci ricordiamo ancora come si fa. Perché alla fine l'algoritmo non ricorderà le nostre vacanze. Noi sì. Forse.

di Lorenza Morello

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