Caporalato transnazionale e lavoro nero: maxi frode da 6 milioni scoperta dalla Guardia di finanza di Chieti
Guardia di finanza, comando provinciale di Chieti
CHIETI - Una complessa indagine della Guardia di finanza di Chieti ha portato alla luce un sistema di caporalato transnazionale e somministrazione fraudolenta di manodopera nel settore del trasporto merci su gomma. Coinvolte 18 società e 14 persone fisiche, con 95 lavoratori risultati impiegati in nero. Le verifiche hanno inoltre fatto emergere un’evasione fiscale di circa 6 milioni di euro e oltre 1,2 milioni di euro di contributi non versati. Al centro dell’inchiesta anche società estere fittizie utilizzate per aggirare gli obblighi fiscali e contributivi italiani.
Meccanismo di caporalato transnazionale e dumping sociale
I militari del comando provinciale della Guardia di finanza di Chieti, sotto la direzione della locale procura della Repubblica, hanno concluso una complessa attività di polizia giudiziaria a contrasto del fenomeno della somministrazione fraudolenta di manodopera nel settore del trasporto merci su gomma. L'operazione ha fatto emergere un articolato sistema di frode, a carattere transnazionale, finalizzato all'evasione fiscale e contributiva: un meccanismo di caporalato transnazionale e dumping sociale che, partendo dall'Abruzzo, ha assunto proiezioni e rilevanza di carattere nazionale. L’indagine ha preso il via dagli approfondimenti di polizia economico-finanziaria, svolti dalle Fiamme gialle del dipendente Gruppo, diretti dal tenente colonnello Vito Casarella, dai quali sono emersi i primi fondati sospetti di impiego irregolare di manodopera extra-unionale, principalmente di nazionalità albanese, da parte di alcune società teatine che utilizzavano in modo strumentale l'istituto del distacco internazionale.
Il distacco transnazionale è una procedura legale
La svolta investigativa si è poi concretizzata grazie all'attivazione dei canali di cooperazione internazionale e di mutua assistenza amministrativa fiscale, coordinati dall'organo di vertice del Corpo, in stretta sinergia con la GDT (General Directorate of Taxation) albanese. Il distacco transnazionale è una procedura legale: un’azienda estera dà in “prestito” temporaneo i propri dipendenti (che risultano in quel momento in sovrannumero) a un’altra azienda, ad esempio italiana, per svolgere un determinato lavoro. Per la legge italiana, a questi lavoratori devono essere garantiti gli stessi stipendi e gli stessi diritti dei lavoratori italiani. Le indagini, svolte di concerto con gli uffici finanziari albanesi, hanno invece dimostrato che i contratti erano del tutto fittizi: le imprese estere che distaccavano personale erano in realtà mere società schermo ("letter box company") prive di una reale struttura operativa. Servivano, quindi, solo come copertura giuridica per reclutare autisti, pagarli molto meno del dovuto e non versare imposte e contributi all'Inps, creando una concorrenza sleale tra le imprese del settore e sfruttando i lavoratori.
Imprese italiane individuate come gli effettivi ed esclusivi datori di lavoro delle maestranze
La documentazione formale (contratti, comunicazioni ecc.), acquisita nel corso dell’attività investigativa, nascondeva dunque una vera e propria somministrazione fraudolenta di manodopera, della quale indebitamente beneficiavano le imprese italiane in termini di minori costi di natura contributivo-previdenziale, assistenziale e fiscale. Di conseguenza, le imprese italiane sono state individuate come gli effettivi ed esclusivi datori di lavoro delle maestranze, in favore delle quali avrebbero dovuto adempiere agli obblighi della legge nazionale attraverso l'instaurazione di un regolare rapporto di lavoro subordinato con gli autisti i quali, quindi, sono stati qualificati come impiegati in “nero”. All’esito dell’attività investigativa, sono risultate coinvolte 18 società, di cui 4 di diritto estero e 5 operanti nel chietino. A queste ultime sono state contestate violazioni in materia di responsabilità amministrativa degli enti per la mancata adozione di protocolli interni anti-reato.
Emissione di fatture per operazioni inesistenti complessivamente pari ad oltre 3,5 milioni di euro
Secondo la normativa nazionale, se i manager commettono illeciti a vantaggio della società, anche l'azienda stessa viene indagata e sanzionata qualora non dimostri di aver predisposto regole di prevenzione adeguate. Il bilancio complessivo dell'operazione fotografa la gravità del sistema illecito: 14 persone fisiche deferite alla Autorità giudiziaria ritenute responsabili, a vario titolo, di reati tributari e societari (artt. 2, 5 e 8 del D.Lgs. 74/2000; art. 2621 c.c.), somministrazione fraudolenta di manodopera (art. 18 D.Lgs. 276/2003) e truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 640, comma 2, n. 1 c.p.). Evasione fiscale di circa 6 milioni di euro alle sole società teatine tra imposte dirette e indirette (IRES, IRPEF, IVA e IRAP). Emissione di fatture per operazioni inesistenti complessivamente pari ad oltre 3,5 milioni di euro. 95 posizioni lavorative in nero individuate, con una evasione contributiva previdenziale e assistenziale stimata complessivamente in oltre 1.200.000 euro. L'operazione, sottolinea il comandante provinciale, colonnello Massimo Otranto, testimonia il costante impegno della Guardia di finanza nel contrasto alle frodi fiscali e al caporalato transnazionale, a tutela del bilancio dello Stato, degli enti previdenziali e delle imprese che operano nel rispetto delle regole e della leale concorrenza del mercato.
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