Libertà di stampa e diffamazione: i casi Belpietro, Sallusti e Travaglio tra Cedu, Italia e anti-Slapp

Logo della Corte europea dei diritti dell'uomo composto da un disegno stilizzato della sede di Strasburgo a sinistra e dal nome dell'istituzione scritto in inglese (European Court of Human Rights) e in francese (Cour européenne des droits de l'homme) a destra, il tutto in bianco su sfondo blu scuro
Logo ufficiale della Corte europea dei diritti dell'uomo con scritte in inglese e francese su sfondo blu

ROMA - La libertà di stampa in Italia si muove da anni su un equilibrio delicato tra diritto di cronaca e tutela della reputazione. Le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo hanno contribuito a ridefinire i confini della diffamazione, soprattutto sul tema delle pene detentive e della loro proporzionalità. Allo stesso tempo, il rischio di autocensura e l'uso strategico delle cause civili stanno cambiando il modo in cui si esercita il giornalismo. Dalle decisioni sui casi più noti fino alla nuova direttiva europea anti-Slapp, il quadro giuridico è in piena evoluzione. Un percorso che incide direttamente sul futuro dell'informazione.

Pene detentive nei casi di diffamazione a mezzo stampa

La libertà di stampa in Italia finisce sempre più spesso sotto la lente della Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu). A Strasburgo non vengono giudicati i giornalisti, ma lo Stato italiano, chiamato a rispondere del rispetto dell'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che tutela la libertà di espressione. Il punto centrale resta sempre lo stesso: fino a che punto il diritto di cronaca può spingersi senza ledere la reputazione delle persone coinvolte. Uno dei temi più delicati riguarda la possibilità di applicare pene detentive nei casi di diffamazione a mezzo stampa. Nel caso di Maurizio Belpietro, anno 2013, la Corte europea ha esaminato una condanna legata alla responsabilità del direttore responsabile per un articolo ritenuto diffamatorio. Pur senza mettere in discussione il principio della responsabilità editoriale, i giudici hanno evidenziato come il ricorso a sanzioni detentive possa avere un effetto di autocensura sulla stampa, il cosiddetto chilling effect.

La sentenza n. 150 del 2021

Un principio simile è stato richiamato anche nel caso di Alessandro Sallusti, relativo a una condanna a 14 mesi di reclusione per diffamazione aggravata, successivamente non eseguita in forma carceraria. Anche in questo caso è stato sottolineato il tema della proporzionalità della pena rispetto alla libertà di espressione. Queste decisioni si inseriscono in un percorso più ampio che ha portato la Corte costituzionale italiana, con la sentenza n. 150 del 2021, a limitare fortemente l'utilizzo del carcere nei casi ordinari di diffamazione a mezzo stampa. La giurisprudenza europea non si traduce automaticamente in una tutela assoluta per i giornalisti. Nel caso di Marco Travaglio, anno 2017, la Corte europea ha dichiarato il ricorso irricevibile, ritenendo la decisione dei giudici italiani compatibile con la Convenzione. Il caso riguardava un articolo pubblicato su L'Espresso nel 2002. Secondo la Corte, la libertà di stampa non protegge affermazioni prive di un adeguato fondamento fattuale.

Il fenomeno delle cosiddette Slapp (Strategic lawsuits against public participation)

In presenza di accuse particolarmente gravi non sufficientemente dimostrate, le sanzioni economiche possono risultare legittime e proporzionate. Il principio ribadito è chiaro: il diritto di cronaca comporta anche obblighi di verifica e responsabilità. Negli ultimi anni si è diffuso in Europa il fenomeno delle cosiddette Slapp (Strategic lawsuits against public participation).

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Si tratta di cause civili o risarcitorie che non mirano tanto a ottenere una vittoria nel merito, quanto a scoraggiare la pubblicazione di contenuti sgraditi attraverso il peso economico e organizzativo del contenzioso. Anche quando si concludono senza una condanna, questi procedimenti possono avere effetti rilevanti: costi elevati, tempi lunghi e un forte impatto sulle redazioni più piccole o sui giornalisti freelance. Per contrastare questo fenomeno, l'Unione europea ha adottato la Direttiva (Ue) 2024/1069, nota anche come "Direttiva Anti-Slapp" o "Direttiva Daphne", in memoria della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia.

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha contribuito a ridefinire i confini della diffamazione in Italia

La direttiva introduce strumenti pensati per rafforzare la libertà di informazione, tra cui: la possibilità di rigetto anticipato delle azioni manifestamente infondate; la condanna alle spese per chi promuove procedimenti abusivi; misure di tutela per chi subisce azioni legali intimidatorie. Gli Stati membri sono stati chiamati a recepirla entro il 7 maggio 2026. Resta aperto il dibattito sull'effettiva applicazione della norma nei casi puramente nazionali, dove molti osservatori ritengono necessario un ulteriore intervento legislativo per garantire una protezione completa. Le decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo hanno contribuito a ridefinire i confini della diffamazione in Italia, soprattutto sul tema delle pene detentive. Allo stesso tempo, la giurisprudenza europea ricorda costantemente che la libertà di stampa comporta anche responsabilità e obblighi di verifica delle informazioni. Oggi il confronto si sta spostando sempre più dal piano penale a quello civile ed economico, dove il rischio principale non è più il carcere, ma l'uso delle azioni legali come strumento di pressione sull'informazione. Il quadro descritto è basato su sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, decisioni della Corte costituzionale italiana e documenti istituzionali dell'Unione europea.

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