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«Il documentario – dicono dall’Archivio - ricostruisce le vicende dell'epidemia di peste che imperversò nel Viceregno spagnolo a partire dalla primavera del 1656 e che poté dirsi definitivamente sconfitta solo due anni dopo. I materiali archivistici, tratti essenzialmente dai fondi del Consiglio Collaterale e delle Segreterie dei Viceré, costituiscono una testimonianza eccezionale, "in presa diretta", di quegli eventi.
L'analisi della documentazione fa emergere singolari analogie fra l'antica tragedia seicentesca e l'attuale pandemia causata dal Coronavirus, per quanto concerne i provvedimenti delle autorità, i comportamenti sociali e i risvolti economici dell'avvenimento».
Quando nel 1656 la peste arrivò nel regno di Napoli, allora viceregno spagnolo, mancava da un bel po’. Una via come sempre internazionale aveva portato il morbo, partendo da Algeri, prima in Spagna, a Valenza, nel giugno del 1647 e poi nella regione aragonese nella primavera del 1648.
L’epidemia divampò poi in Andalusia e Catalogna. A partire dal 1652 la peste giunse in Sardegna e qualche anno dopo mise in ginocchio Napoli, Roma e Genova. Nel Regno, Napoli fu la prima, tra marzo e maggio del 1656.
«Disfece molti secoli un istante – scriveva un testimone oculare, Nicolò Pasquale – un fiato solo ricoverse la terra di polvere e di cenere, cangiato in rogo, sepolcro e solitudine un Regno».
Giunse dal mare, portata a Napoli dai passeggeri di una nave, dilagò in un batter d’occhio in tutta la città a causa anche della lentezza con cui i governanti adottarono i provvedimenti necessari. L’8 dicembre del 1656, festa dell’Immacolata Concezione, la capitale fu dichiarata ufficialmente libera dalla peste (come si legge in ASN-1, fascio 217, fasc. 126), pur continuando in città «spurghe» e quarantene generali, disposte forse più per prudenza che per reale necessità.
«Attraverso la lettura dei documenti – spiega Lorenzo Terzi, dell’Archivio di Stato Napoli, autore delle ricerche documentarie e voce narrante – si scoprono strane e sorprendenti analogie tra quella epidemia di peste e la pandemia che stiamo vivendo a causa del Coranavirus. Certo non è la stessa cosa, basti pensare che grazie allo studio di Idamaria Fusco, che nel 2007 diede alle stampe una monumentale opera sulla peste nel Regno, il tasso di mortalità allora fu compreso tra il 20 e il 30% della popolazione che determinò un vero e proprio crollo demografico. Eppure, alcune dinamiche che oggi chiameremmo politiche, i comportamenti delle autorità centrali e periferiche, nonché le reazioni delle popolazioni sono curiosamente sovrapponibili alla situazione odierna».
La mostra – documentario è un tuffo nel passato che ci aiuta a comprendere il presente. Le foto sono di Angelica Lugli (Ales – Arte lavoro e servizi spa), la grafica, le riprese e il montaggio di Armando Traglia (Ales). I canti “Salve, caput cruentatum” e “Requiem aeternam” sono eseguiti da Wiktor Wòjcik e da Antonio Stefano Sembiante; le musiche sono di Damiano Baldoni. Nel succedersi dei documenti mostrati si intervallano le opere pittoriche di Micco Spadaro, Giambattista Tiepolo, Luca Giordano.
La mostra si può vedere cliccando su questa pagina di YouTube:
https://www.youtube.com/watch?v=ES7JoF7dzQA&feature=youtu.be&fbclid=IwAR0W53wLYFkQBygGhvuCeAROcXZQ0MPcIdkRoxT_pjI6h0V-4_gE65y6vic
di Nadia Verdile
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