lunedì 29 febbraio 2016

Otto Marzo. Forse si tratterebbe davvero di una giornata della memoria, come quella per i campi di concentramento

Otto Marzo. Forse si tratterebbe davvero di una giornata della memoria, come quella per i campi di concentramento
Antonella Policastrese
CROTONE - Isabella Noventa, Elena Ceste, Gloria Rosboch, Fabiana Luzzi, Roberta Ragusa. Solo alcuni dei nomi di donne, brutalmente assassinate, fatte sparire, da uomini in preda a raptus omicidi, che si sono sbarazzate di loro come se fossero bambole di pezza. Arriva l’Otto Marzo e puntualmente sono partite le campagne pubblicitarie televisive, o iniziative per celebrare una festa che sa maledettamente di morte, che non restituirà più la vita a chi ingiustamente è stata tolta, senza sapere se gli aguzzini di quelle donne riceveranno pene esemplari. Altro che diritti, altro che celebrazioni. Forse si tratterebbe davvero di una giornata della memoria, come quella dei campi di concentramento, per cominciare a capire in cosa consistono i diritti e quanto si fa realmente per le donne, in una società che non ha più identità e sradica ogni tipo di simbologia, valore per le vita, considerata alla stregua di una merce, che una volta acquistata va consumata, prima di sbarazzarsene definitivamente.

Chi renderà giustizia a queste vittime, chi si prenderà la briga di cominciare ad annullare le distanze di un’ineguaglianza  sociale, che tende sempre più a polarizzare il mondo tra ricchi e poveri tra diritti e giustizia negata?. Quante sono le donne che in marcia, stanno tentando di arrivare in un Occidente sazio, che parla di diritti, ma che ha perso di vista cosa significhi per centinaia e miglaia di esseri,  la possibilità  di avere  una vita decorosa e dignitosa, se puntualmente sono respinte, inascoltate, non calcolate? Qualcosa sta cambiando ma in peggio.  Stiamo ritornando indietro, per le numereose differenze sociali che esistono e che puntualmente penalizzano la parte debole ossia la donna.Cos’è cambiato se ovunque ci sono teatri di guerra, agglomerati di baracche, dentro le quali vivono donne e bambini che non hanno accesso all’acqua alla sanità, tantomeno al cibo?. Donne che nascono nell’inferno e che non avranno mai la possibilità di riscattarsi, per una gloabalizzazione che le ha penalizzate ancora di più, ed il progresso per loro è stato un granello di sabbia, sparso nel deserto. Donne, dimenticate, donne che hanno dalla loro parte il coraggio di inventarsi qualsiasi escamotage, che si fanno in quattro ed a volte imbracciano un’arma per difendersi un pezzo di terra dove mettere radici. Vogliamo parlare delle donne curde, ridotte a schiave sessuali dall’Is, stuprate, violentate,il cui grido di aiuto è inascoltato da tempo, nell’indifferenza totale di chi ha altro da pensare e che pure suicindandosi non riescono a strapparlo quel velo di silenzio,  perché quell’urlo che dovrebbe rimbombare nelle nostre orecchie nemmeno lo ascoltiamo. Forse con la scusa delle Unioni civili, ancora una volta sarà la povertà a ridurre quest’altra metà del cielo, a prostitute di quanti a loro si rivolgeranno per chiedere il loro utero in affitto e strappargli poi dal grembo una creatura che non gli apparterrà mai. Sull’egoismo di un mondo annoiato che cerca in ogni modo di procurarsi l’impossibile, ancora una volta saranno le donne a rimetterci, giovani donne che dovranno vendere il loro corpo al migliore offerente. Dove stanno le ragioni della festa? Cosa c’è da festeggiare se ancora una volta la contrapposizione tra ricchi e poveri è diventata un baratro e tante ingiustizie continueranno a travolgere tutte le donne che hanno la disgrazia di nascere povere. No, non c’è davvero niente da festeggiare. Se abbiamo un po’ di sale in zucca sarebbe ora che ci risvegliassimo da questo lungo sonno che ha fatto intorpidire la ragione, ucciso i sentimenti divenuti anche questi merce di scambio.

Il tramonto della banca universale. Con il team di esperti della cattedra di Diritto bancario dell'Università di Napoli Federico II

Il tramonto della banca universale. Con il team di esperti della cattedra di Diritto bancario dell'Università di Napoli Federico II
NAPOLI - Al via il convegno dal titolo "Il tramonto della banca universale". Il team di esperti della cattedra di Diritto bancario del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, ha organizzato il 4 marzo alle 9.30 nell'aula Pessina del Dipartimento di Giurisprudenza, un convegno di studi dedicato al professore Gustavo Minervini ad un anno dalla sua scomparsa. ll convegno vuole analizzare il principale modello gestionale per lo svolgimento dell'attività bancaria – la c.d. banca universale – nella prospettiva di un eventuale ritorno a forme di specializzazione funzionale dell'impresa bancaria.
La crisi finanziaria difatti ha messo in evidenza che lo svolgimento di attività di investimento speculative ad elevato rischio può comportare conseguenze negative per la stabilità della banca e del sistema finanziario. L'Unione Europea e gli Stati membri hanno intrapreso un percorso di radicale trasformazione della regolamentazione e della vigilanza in ambito bancario, partendo dall'istituzione della Banking Union. La gravità della crisi finanziaria e la necessità di ridurre le probabilità e l'impatto del fallimento delle banche più grandi ha però portato a valutare la necessità di ulteriori misure regolamentari demandando tale compito, nel novembre 2011, ad un gruppo di esperti ad alto livello ("HLEG") presieduto da Erkki Liikanen(Governatore della Banca di Finlandia). Nell'ottobre del 2012 il gruppo ha presentato una relazione (Report of the European Commission's High-level Expert Group on Bank Structural Reform) nella quale indica come necessaria, oltre alle norme della Banking Union, una ristrutturazione del settore bancario.
Sulla base del Rapporto la Commissione europea ha varato una proposta di regolamento, nel gennaio del 2014, poi approvata a giugno 2015 dall'Ecofin. Tale proposta prevede che non vi possa essere commistione tra banca commerciale e banca d'affari, ovvero tra risparmi dei cittadini e attività speculative. Il regolamento propone la separazione di tali attività almeno per le banche di rilevanza sistemica. Secondo l'Ecofin a dispetto delle recenti e rivoluzionarie riforme poste in essere in ambito europeo nel settore bancario, si ritiene tuttora che molte banche e grandi gruppi siano ancora "too big to fail" o talora "too big to save" e soprattutto ancora troppo ingestibili e complessi da vigilare o far fallire, nel caso, in modo ordinato. Secondo tale proposta le attività diverse da quelle di "trading proprietario" o dalla compravendita di titoli di stato dovranno essere sottoposte ad una valutazione di rischio, che se ritenuto eccessivo dall'autorità competente, porta alla separazione del trading dall'istituzione di credito principale, a un aumento dei requisiti del capitale o ad altre misure prudenziali.
Nel frattempo, alcuni Paesi, protagonisti nei principali scenari dei mercati internazionali – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Belgio – hanno realizzato, con limiti e modalità diverse, importanti riforme nazionali in ambito bancario imponendo la separazione della tradizionale attività bancaria – ovvero la raccolta del risparmio e l'esercizio del credito – da quella di investimento finanziario; scissione ritenuta funzionale ad evitare che l'attività bancaria in senso stretto non sia pregiudicata dai rischi che sono assunti da parte della banca con l'esercizio dell'investimento finanziario.
Lo scopo del Convegno, pertanto, è quello di avviare un dibattito su questi temi nell'ambito del sistema italiano, dove finora sembra prevalere un atteggiamento di aprioristica chiusura verso eventuali esigenze di revisione degli attuali modelli gestionali per lo svolgimento dell'attività bancaria.
L'incontro sarà aperto dal magnifico rettore Gaetano Manfredi e dal direttore del Dipartimento di Giurisprudenza Lucio de Giovanni.
Seguirà la Relazione del professore Mario Porzio dell'Università di Napoli Federico II, "Gustavo Minervini e le banche", dedicata al pensiero del grande giurista in materia.
Nel corso  della prima sessione, presieduta dalla professoressa Antonella Sciarrone Alibrandi dell'Università Cattolica di Milano, sarà affrontato il tema dell'incontro alla luce dei risultati del rapporto Liikanen, illustrati da uno dei partecipanti al gruppo di esperti, dottore Marco G. Mazzucchelli, e della proposta di regolamento esposti dagli Avvocati Michele Cossa e Marco Giornetti della Banca d'Italia; la professoressa Marilena Rispoli Farina dell'Università Federico II ed il professore Claudio Porzio dell'Università Parthenope di Napoli tracceranno l'evoluzione del modello di gestione della banca dagli Anni trenta ad oggi, e le prospettive che si aprono alla banca universale dopo la crisi.
Nella seconda sessione, presieduta dal professore Alessandro Nigro dell'Università "Sapienza" di Roma, gli esperti, avvocati  Raffaele Scalcione e  Grant Liddel,  illustreranno le nuove leggi introdotte negli USA e in Gran Bretagna. Il professore Jérome Lasserre Capdeville dell'Università di Strasburgo parlerà delle leggi francese e belga.
L'incontro si concluderà con la tavola rotonda presieduta dal professore Concetto Costa dell'Università di Catania, cui parteciperanno l'avvocato Raffaele d'Ambrosio della Banca d'Italia, il dottore Giovanni Siciliano della Consob, la dottoressa Anna Maria Agresti della Banca centrale europea ed il professore Adriano Giannola dell'Università di Napoli Federico II, presidente della SVIMEZ. Comitato scientifico: PROF.SSA MARILENA RISPOLI FARINA, PROF. MARIO PORZIO
 PRO.SSA LUCIA PICARDI
 PROF. GENNARO ROTONDO 
DOTT. LUIGI SCIPIONE
 DOTT. ANGELO SPENA 
DOTT.SSA SIMONA GIANNETTI DOTT.SSA CELESTINA CACCIANIGA.

Michela Marzano al Casinò di Sanremo per presentare il libro "Papà, Mamma e Gender"

Michela Marzano al Casinò di Sanremo per presentare il libro "Papà, Mamma e Gender"
SANREMO - Michela Marzano al Casinò il 3 marzo 2016, ore 16,30. L'appuntamento dei Martedì Letterari eccezionalmente si tiene giovedì nella sala privata. L’onorevole Michela Marzano presenta il libro.” Papà, Mamma e Gender” (Utet). Partecipa il dottore Matteo Moraglia, editor della casa editrice Leucotea. L’incontro è stato inserito nel piano di Formazione dell’Ordine dei Giornalisti. (Dalla presentazione al libro). Le discriminazioni e la violenza contro le donne e le persone omosessuali e transessuali sono oggi, almeno a parole, unanimemente condannate in Italia.
Una frattura profonda divide invece il Paese quando si discute dei mezzi per combattere questi mali. Al centro del durissimo dibattito c’è la cosiddetta “teoria del gender”. Da un lato, i sostenitori sentono tutta l’ingiustizia di una società in cui una persona può ancora essere considerata inferiore a causa del proprio diverso orientamento sessuale, del proprio sesso, della propria identità di genere. Dall’altro, gli oppositori vedono nella teoria una pericolosa deriva morale, il tentativo di scardinare i valori fondamentali del vivere umano. È una questione sulla quale esiste, come diceva il cardinale Martini, un “conflitto di interpretazioni” perché ha a che fare con “le caverne oscure, i labirinti impenetrabili” che ci sono dentro ognuno di noi.
Sulla questione, Michela Marzano fa convergere la luce – a tratti incandescente – di tutta la sua passione, sensibilità e intelligenza. Raro esempio di “filosofa pubblica”, spiega nitidamente al lettore la genesi e le implicazioni dell’idea di gender e, senza mai rinnegare le sue radici cattoliche, decostruisce le letture spesso fantasiose che ne danno oggi molte associazioni religiose. Soprattutto, come sanno i suoi lettori, non esita mai a mettersi in gioco direttamente, raccontando se stessa e identificandosi nell’esperienza di chi ha vissuto da vittima innocente il dramma dell’esclusione.
Michela Marzano. (Roma, 1970) ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Filosofia. È autrice di numerosi saggi e articoli di filosofia morale e politica. In Italia ha pubblicato, tra gli altri, Estensione del dominio della manipolazione (2009), Sii bella e stai zitta (2010), Volevo essere una farfalla (2011), Avere fiducia (2012), Il diritto di essere io (2014). Professore ordinario all’Université Paris Descartes, dirige una collana di saggi filosofici per le Edizioni PUF e collabora con “Repubblica” e “Vanity Fair”. Attualmente è deputato del Parlamento italiano.

Mattarella su Oscar a Morricone: ha fatto commuovere tutto il mondo. Le congratulazioni via Twitter di Renzi

Mattarella su Oscar a Morricone: ha fatto commuovere tutto il mondo. Le congratulazioni via Twitter di Renzi
Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana
ROMA - Dichiarazione del presidente della Repubblica italiana Mattarella sull'assegnazione dell'Oscar a Ennio Morricone. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Le composizioni  del maestro Ennio Morricone hanno fatto commuovere e sognare intere generazioni in tutto il mondo. L'Oscar è un riconoscimento meritato che premia la vita di un grande artista dedicata alla musica.  Al maestro Morricone le mie più sentite congratulazioni e il grazie di tutta l'Italia». 
Congratulazioni al maestro Morricone, giunte immediate, anche dal premier Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi si è congratulato via Twitter, questa notte, con il maestro Ennio Morricone, premiato con l’Oscar per la colonna sonora del film "The Hateful Eight" di Quentin Tarantino.
@matteorenzi Grandissimo Maestro, finalmente! #Morricone #orgoglio #Oscars2016.

Badminton, concluso il campionato a squadre del girone nord di serie B. Secondo posto per il GSA Chiari

Badminton, concluso il campionato a squadre del girone nord di serie B. Secondo posto per il GSA Chiari
CHIARI (BRESCIA) - Vittoria e secondo posto in serie B per il GSA Chiari di badminton. Domenica 28 febbraio si è concluso il campionato a squadre del girone nord di serie B. Il GSA CHIARI ha affrontato, in casa, lo JUNIOR MILANO raggiungendo pienamente l’obbiettivo di consolidare il secondo posto in classifica, infatti, la sfida tra le due squadre lombarde ha visto prevalere con un netto 5 a 0 il team di casa. L’incontro, nonostante il punteggio, è stato combattuto e abbastanza equilibrato, soprattutto nei primi due match.
Nel doppio femminile la coppia del Chiari formata da Lucrezia Boccasile e Chiara Passeri, dopo aver vinto per 21/18, sul duo milanese Giudici/Sacchetti, un primo set molto incerto, ha giocato con più tranquillità vincendo il secondo per 21/13.
Il doppio maschile ha visto la coppia del Milano composta da Mitrotta /Holm vincere il primo set in modo molto agevole per 21/9 sui frastornati Giorgio Gozzini e Florin Brinza.
La reazione dei clarensi non tarda a venire, infatti, nel secondo e nel terzo set Gozzini/Brinza danno consistenza al loro gioco vincendo la partita per 21/14 21/16.
Sfortunata la prova di Sofia Giudici (Junior Milano), che nel singolare femminile, deve ritirarsi per infortunio lasciando la vittoria a tavolino alla giovane del GSA Chiara Passeri.
Sul punteggio di 3 a 0, il team di casa continua sull’onda della vittoria conquistando il singolare maschile con Giorgio Gozzini che ha la meglio in due set sul danese William Holm per 21/13 21/9 e a seguire il doppio misto con la coppia formata da Nicola Vertua e Martina Moretti che con un netto 21/11 21/9 vince sui milanesi Mitrotta/Sacchetti.
Soddisfazione per il coach Tomasello che nel corso del campionato è riuscito, come era negli obiettivi, a dare spazio a molti giovani giocatori che hanno avuto così la possibilità di acquisire esperienza che potrà rivelarsi utile per i prossimi campionati a squadre.

Badminton, concluso il campionato a squadre del girone nord di serie B. Secondo posto per il GSA Chiari

domenica 28 febbraio 2016

Pirandello. Il teatro religiosa pazienza che vive la persona, assorbita dalla maschera. L'uomo impregnato di solitudine

Pirandello. Il teatro religiosa pazienza che vive la persona, assorbita dalla maschera. L'uomo impregnato di solitudine
Luigi Pirandello e Pierfranco Bruni
ROMA - Le maschere e i volti nella contemporaneità che ci attraversa. Pirandello aveva ragione. Le epoche delle lingue costruiscono le epoche della letteratura in un parametro metaforico che può leggersi sia attraverso i segni estetici sia grazie ad una interpretazione che è, puramente, semantica. In Luigi Pirandello è come se si intrecciassero i linguaggi, che nascono in quel mondo mediterraneo, arabo – islamico, che è la sua Girgenti e si fa, comunque, senso del tragico che diventa estetica della ricerca del personaggio. Il personaggio uomo diventa il personaggio maschera. La maschera, nel suo mondo greco, è persona. Ma è anche l’incipit della teatralizzazione che si ascolta non soltanto nel teatro definito tale, bensì anche nella sua poesia o, meglio, nella sua espressione di un linguaggio in versi. Il teatro è una religiosa pazienza che vive la persona, che è assorbita dalla maschera, che è impregnata di solitudine.
Credo che in Pirandello tutto sia teatro. Capiamoci. Non mi riferisco al teatro considerato come rappresentazione teatrale tradizionale con un suo scenario e una sua ribalta e un suo pubblico. La teatralità, in Pirandello, è data dal linguaggio che cerca il personaggio e anche dalla funzione del personaggio, che ha bisogno della parola e delle forme per restare maschera fino in fondo.
La “confessione di una maschera”, ben identificata di Yukio Mishima, diventa in Pirandello ciò che Maria Zambrano ha chiamato “confessione come genere letterario”. La confessione di Pirandello è la traducibilità dell’assurdo di Ionesco, ma anche di Empedocle, suo conterraneo, che ha dettato la tragicità del linguaggio nella visione moderna del rapporto tra vita e morte. 
Un sistema di idee che viene assunto dalla letteratura tradizionalista che va da Drieu La Rochelle a  Robert Brasillach sino a toccare la singolarità di Giuseppe Berto. Il teatro, per non smentire Diego Fabbri, ha sempre una profondità religiosa perché in esso il teatro della vita è il teatro del limite, ovvero della morte anche se, per sottolineare Zambrano, “L’istante immediato lascia intravedere l’aldilà”. 
In fondo i Sei personaggi in cerca d’autore sono l’interferenza del vuoto nella rappresentatività del reale e dell’assurdo della maschera – persona. Perché la maschera è persona. La cultura greca è cultura dell’impassibile legame tra la verità, che non corrisponde alla realtà, e la menzogna, che non corrisponde alla bugia. 
Antonio Machado, in alcuni versi, è come se “descrivesse” il destino di Mattia Pascal o di Enrico IV o di Pirandello stesso quando recita: “Si mente più del previsto per mancanza di fantasia: anche la verità si inventa”. 
Certo, per Pirandello la fantasia è una verità, ma quella verità pirandelliana non solo resta un “gioco delle parti”, piuttosto si fa impossibile menzogna perché è il sogno che intrappola il senso tragico della vita che si respira nella complicata solitudine dei personaggi. 
In Pirandello c’è sempre un essere “nati a metà”. Ovvero, i personaggi tra l’essere maschera e l’essere persona sembrano vivere una favola, un senso tragico nella favola. Si pensi il sonaglio del berretto o Liolà  o alcuni versi di Mal giocondo. 
Pirandello accoglie i personaggi che si agitano come fantasmi nel suo essere viandante nelle confessioni. Bene ha sottolineato ancora Maria Zambrano nel sostenere: “Aver dato accoglienza ai personaggi della favola dell’eterna favola nella tragedia dell’essere uomini, nient’altro che uomini, cioè essere nati a metà”. Si è sempre dentro il viaggio di Uno, nessuno e centomila perché si resta dei viandanti senza dimora. Si può vivere come “giganti della montagna” e non capire che si è tutti dei personaggi mancanti di una presenza o personaggi della mancanza? 
In Si gira e poi con il titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore (1915 e poi 1925) si legge: “l’uomo… può sfuggire all’eterno tormento dell’insaziabilità solo a patto che sappia estraniarsi dalla vita, guardandola dal di fuori”. Forse il Pirandello che abbiamo cercato nelle nostre sere di inquietudine era custodito nella verità dell’insaziabile. 
Costantemente contemporaneo? 
Certamente contemporaneo perché supera la storia e il suo “teatro” si infrange ai piedi della montagna sacra che è il tragico ineluttabile. Mishima ci ha insegnato: “La vita è una danza nel cratere di un vulcano: erutterà, ma non sappiamo quando”. Pirandello non ha forse vissuto su questo palcoscenico? 
Tale palco – scenico non è una verità o la verità, non è neppure una finzione o la finzione. È semplicemente la maschera. Non una maschera che costruiamo giorno dopo giorno, ma la maschera che ci è stata consegnata nel momento in cui siamo nati. Il destino? Chiamiamola “danza” come dice Mishima con il sublime dell’alchimia. 
Non tutti riescono a mantenere la danza con un passo tra il silenzio e la solitudine, perché se le maschere ci inseguono è difficile, in questa contemporaneità smarrita tra le allodole della memoria e l’ambiguità del moderno, poter vivere con dei volti: “… incontrerai tante maschere e pochi volti…” (Luigi Pirandello). 
Ci è dato vivere un linguaggio che è furtivo, rubato alle radici, lacerato nel presente, definito nel dolore, eppure anche recitando a soggetto restiamo inevitabilmente dentro la nostra verità. Ed è così che la maschera si confessa e cerca di uscire dallo specchio per mostrarsi con il suo volto anche se “non si sa come” (Non si sa come, dramma rappresentato nel 1934 e poi nel 1935).

Antonella Magliozzi e la sua arte a marzo e aprile 2016 al Centro Sete Sóis Sete Luas - Ponte de Sor (Portogallo)

Antonella Magliozzi e la sua arte a marzo e aprile 2016 al Centro Sete Sóis Sete Luas - Ponte de Sor (Portogallo)
GAETA (LATINA) - "Io vedo, Io sento, Io sono (l'energia universale dell'Anima)", personale dell'artista di Gaeta Antonella Magliozzi. Centrum Sete Sóis Sete Luas, Ponte de Sor (Portogallo), dal 12 marzo al 16 aprile 2016. Prima mostra in Portogallo dell’artista laziale. L'inaugurazione della mostra è prevista per sabato 12 marzo alle ore 17 e sarà preceduta da un'importante conferenza tenuta dal Premio Nobel 2015 per la Pace, Mohamed Fadhel Mahfoudh, presidente dell'Ordine degli Avvocati della Tunisia. Antonella Magliozzi, originaria di Gaeta Città d’Arte, è un’artista dalle convinzioni tradizionaliste ereditate dal padre, combinate a un grande dono geniale per l’astrazione e per gli eccezionali toni della tavolozza.
Ha sperimentato una personale dimensione pittorica di derivazione astratto-informale che ella ama definire con il termine "Graffialismo".
Le composizioni di Antonella Magliozzi si riempiono di una natura virtuale rigogliosa che affonda la sua presa su tutta la tela, con graffi di colori e terre naturali che tracciano novelle, autentiche e originali cromie luminose dale quali traspare tutto il pathos dell’artista: nelle sue opere riesce a produrre emozioni e stati d'animo che trapelano dai segni e dai colori stesi sulla tela, suggeriti dalla relazione tra l’uomo, la Natura e l’Anima.
La mostra si inserisce nella programmazione di eventi artistici e socio-culturali dell’associazione Sete Sóis Sete Luas che agisce come una "rete culturale" mondiale, fondata nel 1993 in Italia.
Scopo principale del Festival Sete Sóis Sete Luas, grazie ai quattro Centri S.S.S.L. (in Italia a Pontedera - Toscana; in Portogallo a Ponte de Sor - Alentejo; in Francia a Frontignan - Linguadoca - Roussillon; nell’arcipelago di Capo Verde a Ribeira Grande, Santo Antao Island) è quello di consentire a molti artisti di esporre le loro creazioni al di fuori del loro Paese di origine, promuovendo uno spirito di internazionalizzazione e cooperazione culturale.
Magliozzi è onorata di rappresentare e portare nuovamente all’estero il nome della sua amatissima e nobile città e ringrazia sentitamente il Primo Cittadino dr. Cosmo Mitrano per averla supportata con viva partecipazione, dimostrando una sensibilità istituzionale che caratterizza il rapporto della sua amministrazione con il mondo della cultura.
Si ricorda che, grazie alla lungimirante sensibilità del sindaco di Gaeta, nell'anno 2013 è stato siglato il protocollo di adesione del Comune laziale alla Rete culturale del Festival Sete Sóis Sete Luas alla quale aderiscono numerose Istituzioni di diverse nazionalità, tra cui, Italia, Portogallo, Francia, Brasile, Capo Verde, Croazia, Grecia, Israele, Marocco, Romania e Spagna.
La presenza e l'intervento del Premio Nobel per la pace 2015 e la realizzazione di un laboratorio creativo con gli studenti di Ponte de Sor rappresentano ulteriore ed emozionante motivo di entusiasmo per l’artista Antonella Magliozzi, onorata di poter condividere appieno le proprie esperienze in un progetto dagli altissimi valori culturali e sociali.
La mostra, a ingresso gratuito, sarà aperta al pubblico fino al 16 aprile 2016. TITOLO DELLA MOSTRA: Io vedo, Io sento, Io sono (l’energia universale dell’Anima). DATA DI VERNISSAGE: sabato 12 marzo 2016. DATA DI CHIUSURA: sabato 16 aprile 2016. ORARI DI APERTURA: lunedì e sabato, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18; da martedì a venerdì, dalle 9 alle 18; chiuso domenica e festivi. BIGLIETTO: ingresso libero. ORARIO DEL VERNISSAGE: ore 17, sabato 12 marzo 2016. CATALOGO: “Antonella Magliozzi - I see, I hear, I am… The universal energy of the Soul” edito e a cura dell’Associazione Sete Sóis Sete Luas. CURATORI: Marco Abbondanza, Maria Rolli.

Assunzione di 215 ricercatori negli Enti pubblici di ricerca vigilati dal Miur, decreto della ministra Stefania Giannini

ROMA - Giannini firma decreto: via libera all’assunzione di 215 ricercatori negli Enti pubblici di ricerca. Via libera all’assunzione di 215 ricercatori negli Enti pubblici di ricerca vigilati dal Miur. La ministra Stefania Giannini ha firmato il decreto che dà attuazione a quanto disposto dall’ultima legge di Stabilità. Lo stanziamento previsto per il reclutamento straordinario è di 8 milioni di euro per il 2016 e di 9,5 milioni a decorrere dal 2017. “Il decreto - spiega Giannini - fa seguito a quello per il reclutamento straordinario di 861 ricercatori universitari firmato la scorsa settimana. Attraverso la legge di Stabilità - ricorda la ministra - stiamo ricominciando ad investire in Università e Ricerca: sono in tutto 1.076 le posizioni da ricercatore in più che attiviamo incentivando l’ingresso di giovani studiosi nel nostro sistema della ricerca.
Si tratta di un primo passo necessario e nuovo in un Paese che non prevedeva un reclutamento simile da molti anni”.
L’assegnazione dei posti da ricercatore tiene conto della qualità della ricerca prodotta dagli Enti e dei loro bilanci. Gli Enti potranno assumere, attraverso procedure pubbliche di selezione, solo personale che non sia già all’interno della loro dotazione organica, privilegiando in particolare, spiega il decreto, l’ingresso di “giovani studiosi di elevato livello scientifico”. Nella valutazione dei profili si terrà conto in particolare dei riconoscimenti ricevuti in Italia o all’estero dai candidati, delle loro precedenti esperienze come coordinatori di progetto o all’interno di Enti di ricerca del sistema nazionale o internazionale.


Shakespeare parla napoletano, che ‘suona’ come lingua neobarocca. A Napoli con Claudio Di Palma e Ciro Damiano

Shakespeare parla napoletano, che ‘suona’ come lingua neobarocca. A Napoli con Claudio Di Palma e Ciro Damiano
NAPOLI - Mercoledì 2 marzo 2016, Teatro Nuovo di Napoli. Shakespea Re di Napoli di Ruggero Cappuccio. Shakespeare parla napoletano, ma un napoletano che ‘suona’ come un’originale lingua neobarocca, sotto il cielo di una notte di luna piena. Tra i numerosi misteri irrisolti che avvolgono la vita e l’opera di William Shakespeare, c’è quello riguardante il nome al quale il poeta dedicò i suoi Sonetti. Si tratta di due iniziali, W. H., indecifrabili, e sulle quali tanto è stato ipotizzato e scritto. 
Ruggero Cappuccio, scrittore e drammaturgo, fu ispirato da ciò per realizzare Shakespea Re di Napoli, atto unico che calca i palchi italiani ed esteri da oltre vent’anni, e che sarà in scena, da mercoledì 2 marzo 2016 alle ore 21 (repliche fino a domenica 6), al Teatro Nuovo di Napoli. 
Interpretato da Claudio Di Palma e Ciro Damiano, l’allestimento, presentato da Teatro Segreto, si avvale delle musiche a cura di Paolo Vivaldi, le scene e i costumi di Carlo Poggioli, le luci Giovanna Venzi.
La vicenda dei Sonetti diventa nelle mani dell’autore un pretesto per realizzare un’operazione artistica affascinante, che pone in relazione due universi apparentemente incomunicabili, quello del teatro elisabettiano e quello del barocco napoletano, e compie un’ardita sperimentazione linguistica. Ma, al contempo, assurge a riflessione sul valore e la musicalità della lingua partenopea.
L’opera è ambientata nel castello del viceré di Napoli, che, in una misteriosa notte di Carnevale, si popola di presenze insolite e suoni presaghi: sono i segni della sfida impietosa tra l’autore, il genio, la bellezza e la morte dei quali rendono protagonisti, in un dialogo serrato e poetico, Zoroastro e Desiderio, alla ricerca del misterioso W.H. al quale Shakespeare dedica i suoi 154 Sonetti.
«In molti – così Ruggero Cappuccio, che della pièce è anche regista - hanno teorizzato interno all'origine ispirativa dei 154 Sonetti di Shakespeare. Da un'attenta lettura dei versi si deduce che il giovane amico ‘...dai profondi occhi sognanti…’, per il quale Shakespeare innalzava il suo canto struggente, doveva essere una persona in grado di rappresentare un fattore vitale per l'evoluzione dell'arte drammaturgica del grande William. In Shakespea Re di Napoli il mistero dei Sonnets si addensa in una storia in cui le antiche suggestioni legate a Willie Huges e l'attore fanciullo del teatro elisabettiano, sfociano in un racconto che nella fantasia e nella forza immaginativa pone radici per una pura in intuizione poetica sulla natura dei Sonetti».

Shakespeare parla napoletano, che ‘suona’ come lingua neobarocca. A Napoli con Claudio Di Palma e Ciro Damiano

Di qui, attraverso la forza e la magia della lingua napoletana del Seicento, si dipana un testo che unisce la goliardia al dramma profondo, alimentato da alcune inesauribili fonti spirituali dalle quali l’uomo attinge da sempre per realizzare l’arte: l’amore, il genio, la bellezza, la morte.
Shakespea Re di Napoli di Ruggero Cappuccio. Napoli, Teatro Nuovo - da mercoledì 2 a domenica 6 marzo 2016. Inizio delle rappresentazioni ore 21 (feriali), ore 18,30 (domenica).
Shakespea Re di Napoli, composto e diretto da Ruggero Cappuccio, con Claudio Di Palma (Desiderio) e Ciro Damiano (Zoroastro), musiche Paolo Vivaldi, scene e costumi Carlo Poggioli, luci Giovanna Venzi, aiuto regia Nadia Baldi, Edizione Einaudi. Durata della rappresentazione 80’ circa, senza intervallo.

Shakespeare parla napoletano, che ‘suona’ come lingua neobarocca. A Napoli con Claudio Di Palma e Ciro Damiano

sabato 27 febbraio 2016

Le culture della guerra. Libri, giornali, manifesti e cartoline 1900-1918. Mostra alla Biblioteca Palatina di Parma

Le culture della guerra. Libri, giornali, manifesti e cartoline 1900-1918. Mostra alla Biblioteca Palatina di Parma
PARMA - Inaugurazione mostra "Le culture della guerra. Libri, giornali, manifesti e cartoline 1900-1918" e conferenza progetto Frontiere "L’interventismo utopico e rivoluzionario". Biblioteca Palatina. Parma. Quinto appuntamento del progetto Frontiere. Le culture della guerra. Libri, giornali, manifesti e cartoline 1900-1918, Galleria Petitot. La mostra di riviste, giornali e libri, testimonianza dell’epoca e dei suoi pensieri intende documentare il contesto culturale nazionale dei primi quindici anni del secolo e l’emergere in esso di orientamenti bellicisti e imperialisti; lo scontro ideale, particolarmente aspro nella nostra città, tra interventisti e neutralisti per l’adesione al conflitto mondiale e le forme della propaganda di guerra. Durante l'inaugurazione, conferenza L’interventismo utopico e rivoluzionario di Umberto Sereni, letture a cura dell’Ite “Macedonio Melloni”, Salone Maria Luigia.
La conferenza ha introdotto nel variegato quadro dell’interventismo dove un posto affatto originale occupano i sindacalisti rivoluzionari che, mescolando l’ispirazione mazziniana e garibaldina ad una visione millenaristica della crisi sociale del tempo, confidano nella guerra come sconvolgimento capace di portare il proletariato europeo a scuotere finalmente le sue catene.

Matteo Tegnenti e Marco Compagnoni primi due informatici dell'Insubria laureati in Apprendistato

Matteo Tegnenti e Marco Compagnoni primi due informatici dell'Insubria laureati in Apprendistato
VARESE - Laurea in Apprendistato per i primi due informatici dell'Insubria. Matteo Tegnenti e Marco Compagnoni, entrambi ventiquattrenni di Varese, si trovano attualmente agli antipodi dell’Italia: uno è in Australia e l’altro è in Canada, ma entrambi sono partiti dall’Università degli Studi dell’Insubria e, in particolare, dal Corso di Laurea in Informatica. Matteo e Marco, oltre a essere amici e colleghi di studi, sono i primi due laureati in apprendistato del Corso di Laurea magistrale in Informatica dell’Insubria: cioè, oltre al percorso classico accademico con lezioni frontali ed esami, hanno svolto un periodo, per l’appunto, di apprendistato in azienda, durante il biennio specialistico, prima di giungere al traguardo della laurea nello scorso mese di dicembre.
Per entrambi l’azienda è la Elmec di Varese e il tutor aziendale Andrea Fiori.
Matteo Tegnenti con la sua tesi “Development of a system for controlled management of federated identity in OpenStack” – relatrice la professoressa Barbara Carminati - ha sviluppato un sistema per migliorare la gestione delle identità nei sistemi di federazione in ambiente cloud. Il tutto testato sulla piattaforma OpenStack.
«Il progetto si basa appunto sulla definizione di una nuova tipologia di politica di sicurezza che permette di aumentare il dettaglio della gestione delle identità federate – spiega il dottore Tegnenti -. In azienda ho lavorato sulla creazione di un sistema di federazione, simulato grazie alle macchine virtuali messe a disposizione nei laboratori di Elmec e ho sviluppato un estensione della dashboard di controllo di OpenStack aggiungendo le funzionalità per la gestione delle identità federate».
Marco Compagnoni con la tesi “Verso la composizione automatica di applicazioni e servizi in OpenStack” – relatore il professore Alberto Trombetta - si è occupato dello studio e sviluppo di metodi per automatizzare alcuni processi nella piattaforma di cloud computing OpenStack, e, «in pratica di ridurre il carico di lavoro per i sistemisti che si occupano della gestione della stessa – chiarisce il dottore Compagnoni -. Ho lavorato nel reparto ricerca e sviluppo e ho studiato le alternative migliori per questo processo di automazione, progettando e sviluppando un sistema per renderlo possibile e infine ho condotto alcuni test relativi alle prestazioni e alla facilità di utilizzo dello strumento. Adesso mi trovo in Australia e ci rimarrò fino a luglio per studiare inglese. Successivamente - conclude Marco - conto di specializzarmi in un ramo dell'informatica chiamato Data Science».
«Il programma di laurea in apprendistato è cruciale per il nostro Corso di Laurea  - spiega la professoressa Elena Ferrari, presidente del Cdl in Informatica - da un lato dimostra ancora una volta come siano utili le sinergie con il mondo aziendale e dall’altro come i nostri studenti magistrali siano apprezzati e valorizzati in un contesto di business. Per essere ammessi a questo programma bisogna essere al passo con gli esami e svolgere un colloquio in azienda».

“I versi della carrozzella” di Gennaro Morra. Tutte le tinte dell’animo, pugni nello stomaco o balsamo da stendere sulle ferite

“I versi della carrozzella” di Gennaro Morra. Tutte le tinte dell’animo, pugni nello stomaco o balsamo da stendere sulle ferite
Lo scrittore Gennaro Morra
NAPOLI - Giovedì 3 marzo 2016, alle ore 18, al Sottopalco del Teatro Bellini di Napoli, presentazione de "I Versi della Carrozzella", di Gennario Morra. Invitati: l’attore, autore e scrittore Peppe Lanzetta, il cantautore (ex leader dei 24 Grana) e autore della prefazione del libro, Francesco di Bella, il giornalista Espedito Pistone. L’attrice Mariella Lanzetta leggerà alcune poesie e un racconto. La giornalista Cristina Abbrunzo modererà l’incontro. Interventi musicali a cura del gruppo InternoZero. Sarà presente l’autore.
Una vecchia canzone dice che “Le parole sono pietre”. Un'altra ci ricorda che “In un pugno può nascondersi una carezza”. Lo sa bene Gennaro Morra, scrittore, o per meglio dire “narratore di storie” come si definisce lui stesso.
Nel suo ultimo libro “I versi della carrozzella” le parole si colorano di tutte le tinte dell’animo umano, sapendo diventare pugni nello stomaco o balsamo da stendere su graffi e ferite.
Le ferite sono quelle inferte da una società che troppo spesso si rivela incapace di vedere, di guardare davvero un essere umano negli occhi, riconoscendogli il pieno diritto di essere nel mondo.
Dopo il suo romanzo d’esordio, “All’Ombra della grande fabbrica”, Gennaro Morra torna a scuotere la coscienza dei suoi lettori con una nuova impresa letteraria, dimostrando come la poesia possa rivelarsi, ieri come oggi, un potente strumento di protesta civile.
“I versi della carrozzella” strizza l’occhio, nel titolo, al celebre romanzo e all’omonimo film, che narra la vicenda umana di Che Guevara, prima che diventi il martire rivoluzionario consegnato alla storia e alla memoria dei posteri. Un Che appassionato e “umano, troppo umano”.
Parimenti Gennaro Morra, scrittore affetto da tetraparesi spastica, cresciuto all’ombra delle ciminiere dell’Italsider, che ammorbavano l’aria di Cavalleggeri, grande rione popolare partenopeo, fa i conti senza falsi moralismi e, con coraggio, con i propri mostri: li sfida e ne esce vincitore.
“Questa raccolta di poesie è una sorta di diario in versi, un viaggio negli ultimi vent’anni di vita – sottolinea Morra –. Ne viene fuori una visione del modo un po’ diversa, diretta conseguenza della mia condizione di disabilità, che mi costringe a vivere quasi tutto il tempo su una sedia a rotelle”. 
I toni stilistici sono variegati: si passa dalla dolcezza di vere e proprie ballate amorose, alla rudezza di versi che non celano l’ingordigia dei morsi della carne, fino ad arrivare ad accenti rabbiosi e a tratti malinconici.
“Passione, ironia, rabbia e amore – spiega l’autore – costruiscono la cornice portante su cui poggia la mia tela poetica. In essa sarà possibile scoprire sfumature nuove, oppure realizzare che certi sentimenti sono vissuti alla stessa maniera, anche se non si ha l’anima imprigionata in un corpo che non obbedisce come dovrebbe ai comandi del cervello”.
L’italiano, caratterizzato da vette auliche e non prive di virtuosismi stilistici, in alcuni snodi sa cedere il passo all’immediatezza della lingua napoletana, riconoscendone la ricchezza insita e il rapporto di filiazione.
Gennaro Morra nasce nel 1972 a Napoli nel rione operaio di Cavalleggeri, al confine tra i quartieri di Bagnoli e Fuorigrotta.
Ben presto la forza della scrittura irrompe nella sua vita, rivelandogli la possibilità di condividere esperienze ed emozioni, narrando gli eventi del suo tempo e raccontandosi.
Forte del successo del suo romanzo d’esordio, questo libro di poesie arriva dopo una lunga gestazione durata ben sei anni, in cui Gennaro ha lasciato decantare dentro e fuori di sé frammenti di esperienze umane e artistiche.
La parola lo affascina al pari delle note. Nascono così le collaborazioni con gruppi come le Delirious Luminal, I Knockout e i Sula Ventrebianco.
Comun denominatore, la forza delle emozioni, in grado di salvare l’essere umano dall’abisso delle sue paure e della sua stessa potenza distruttiva e autodistruttiva.
Nel 2013 sale sul podio al secondo posto con il racconto erotico “Oggetto nelle sue mani” nell’ambito del concorso “Ame Erotique”. Nel 2014 arriva secondo nell’ambito del concorso letterario di short stories “Storie di caffè”, organizzato dalla casa editrice Mondadori in collaborazione con Autogrill, con il breve testo “Senza parole”. 
Il 2015 per Gennaro è un anno nevralgico: infatti, oltre a concludere la stesura della sua raccolta di poesie, vince il primo premio nella seconda edizione del concorso “Urlo e non mi senti”, organizzato dall’associazione “Uniti per…” di Marcianise, con lo scritto “Il Miracolo”, e il premio letterario “Michele Sovente”, promosso dall’associazione Il Diario del Viaggiatore di Bacoli, con il racconto “Un inatteso scorcio d’estate”.
Impegnato socialmente, partecipa per tre anni consecutivi al memorial “La Guerra di tutti”, dedicato a Lino Romano, il giovane operaio ucciso brutalmente dalla camorra. A lui Gennaro dedica tre intensi racconti. Dal primo racconto, che dà il nome all’intera manifestazione, è stato tratto anche un corto, interpretato da Arduino Speranza, per la regia di Alessandro Derviso.
Non è un caso che la presentazione si svolga negli spazi del “Sottopalco”, il più grande caffè letterario del Sud, ospitato all’interno del Teatro Bellini di Napoli. Questo spazio, che si propone come punto d’incontro tra vari linguaggi espressivi, aperto alle voci portatrici di una ventata di innovazione e coraggio, all’insegna dell’indipendenza di pensiero ed azione, nasce dal sodalizio tra la casa editrice di Scampia, Marotta&Cafiero editori, e la direzione del Bellini.
Uno spazio in cui gli organizzatori hanno deciso di “volare alto”, dando ospitalità ai vari volti della solidarietà e a tutti coloro che “escono fuori dal coro”.
La serata di giovedì 3 marzo avrà un’unica parola d’ordine: poesia.
Ed è linfa poetica quella che si ritrova nei versi di Gennaro, che scorre e si mescola ad altra poesia, questa volta in musica.
Si tratta delle power ballad del gruppo partenopeo InternoZero, in cui s’incontrano la grinta di Gianluca Aiello (batteria-percussioni e voce), il groove di Alex Vicedomini e Luigi Panico (chitarra), il ritmo di Giulio Gatto (basso) e la melodia di Rosanna Coppola (voce).
Un incontro di anime affini dove la musica, con il suo lento incedere, è in grado di cullare l’anima, evocando immagini, richiamando suggestioni e ricordi: esperienze condivise nascoste tra le pieghe della coscienza. L’anima vibra al pari delle corde della chitarra elettrica distorta, pizzicate sapientemente.

venerdì 26 febbraio 2016

Guinizzelli in Dante, Marcabru in Mistral. Le eredità letterarie della Provenza. Identità linguistica occidentale

Guinizzelli in Dante, Marcabru in Mistral. Le eredità letterarie della Provenza. Identità linguistica occidentale
Lo scrittore Pierfranco Bruni
ROMA - Le eredità letterarie della Provenza: dal Guinizzelli in Dante, dal Marcabru in Mistral. I cercatori della Chanson. Il legame tra le culture letterarie Occitana – Provenza e Catalana costituisce una significativa chiave di lettura che permette di penetrare modelli poetici ed espressivi che sono parte viva della identità linguistica occidentale. C’è un rapporto costante tra la poesia provenzale e quella che definiamo occitana con la poesia italiana che annuncia o precede il dolce Stil novo. Ci sono modelli cosìddetti retorici e tessuti letterari in cui l’iterazione è abbastanza consistente. Elementi che abbracciano quella dimensione della cultura poetica che sottolinea il sorgere di un concetto “cortese” anche nella descrizione dei rapporti e nelle versioni delle immagini. È proprio con Guido Guinizzelli e con le sue rime che la cultura italiana entra nel novero di quel rapporto-legame tra eredità provenzale e contesto occitano.
C’è da dire, come sostiene Costanzo Di Girolamo in I trovatori (Bollati Boringhieri, 1989 - 2002) che “La letteratura provenzale presenta una storia abbastanza tipica rispetto alle altre letterature romanze. Precocemente attestate, e in essa che prende vita la lirica moderna: una poesia d’arte, laica, composta in una lingua volgare. È infatti la lirica il genere egemone che ne domina , a danno di altri generi, la breve esistenza. Il primo trovatore a noi noto, Guglielmo IX d’Aquitania, inizia con ogni probabilità la sua attività poetica negli ultimi anni dell’XI secolo; Guiraut Riuier, che qualcuno ha chiamato l’ultimo trovatore, scrisse la sua ultima poesia nel 1292”.
Una cesellatura significativa che si aggiunge a questa ulteriore osservazione sempre di Di Girolamo: “Con questa data si può simbolicamente far terminare la poesia dei trovatori: la produzione posteriore, per altro scarsa, è ripetitiva e assumerà ben presto un carattere puramente accademico. L’inizio della fine, tuttavia, risaliva a almeno mezzo secolo prima : nell’arco di pochi decenni assistiamo come alla graduale estinzione di una intera tradizione letteraria, di una tradizione destinata a lasciare tracce indelebili in tutta la cultura occidentale”.
Si può notare come il mosaico del modello provenzale ha una profonda eredità occidentale che pone in essere tre realtà culturali e geografiche : quella francese, quella iberica, quella tedesca. In una tale geografia di modelli culturali ciò che emerge costantemente è il concetto di trovatore, ovvero trovare. Il segno tangibile che siamo oltre ogni visione storica ma siamo pur sempre in una dimensione in cui il rapporto tempo-fantasia  è abbastanza consistente.
D’altronde lo stesso verbo “trobar” ci porta ad una spiegazione piuttosto semplice che è quella di inventare, di creare, di trovare. E questo “trovare-inventare” è una ricerca in un gioco sistematico tra la parola non fine a se stessa ma quella parola che offre melodia, cioè musicalità.
In altri termini il testo poetico veniva offerto come una canzone. Si pensi ai testi di Jaufre Rudel che esprimono un tempo della malinconia fatto di una liricità tipica che è quella trobadorica. Ma anche nelle poesia di Marcabru che si caratterizzano per una insistenza di elementi cristiani il lirismo è assorbito come metafora e proiettato come immagine.
Siamo in una temperie nella quale l’Occidente è difesa di Umanesimo e gli scorrimenti lirici sono una attrazione che va dal  cavaliere  alla donna. È naturale che il canto d’amore assume quelle sembianze che sono dettate dal segno della nobiltà. Ecco il canto cortese. Ma non mancano sia i segni di una ironia toccante come in Bernart de Ventadorn o il tradizionalismo classico di Peire Rogier.
Un intercalare quasi affabulistico che si definisce nella recita costante di una malinconia in cui amore e lontananza sono i riferimenti fondamentali. Fa da sfondo a tutto questo lo straordinario recitativo che sviluppa la storia di Tristano che verrà ripresa più volte nelle diverse epoche successive ma il racconto de Tristan di Thomas appartiene probabilmente a quel frangente di anni che va dal 1170 al 1175.
Insomma Tristano e Isotta definiscono non una nostalgia ma la ferita di un amore che attraverserà tutto il cantico dei sognatori innamorati. In pieno clima duecentesco o in un clima che prepara ciò che leggeremo nella Vita nova di Dante. Lo stesso Dante non è assolutamente immune da radicamenti provenzali o da atteggiamenti lirici che ci riportano ad una ispirazione “sirventese”.
È ancora Costanzo di Girolamo nel testo citato che sottolinea : “Nel sirventese, assai più che nella canzone, si riesce a cogliere il contatto della poesia provenzale con la realtà storico-sociale, con la mentalità e i guati del pubblico”.
In questo modello di poesia ciò che colpisce è soprattutto la forma di recitazione. Meglio sarebbe la teatralità. La teatralità che è voce e gestualità che contraddistinguono anche un modo di fare poesia attraverso il recupero di una parlata che è tutta dentro le radici di un popolo.  In fondo ci troviamo in una cultura che è cultura di popolo espressa grazie a una forma pittoresca di un poeta, o meglio di un trovatore che potrebbe essere definito come un viandante.
Uno dei poeti che ha innovato questo percorso è stato chiaramente Raimbaut de Vaqueiras il quale ci sottolinea il modello di una canzone cortese che, come osserva di Girolamo, “richiede…una melodia originale, rappresentando all’interno di questo genere una considerevole innovazione per ciò che riguarda la melodia”.
L’intreccio tra il mondo catalano e quello occitano è una vera e propria  forza stilistica che offre organicità ai modelli dei canzonieri. Problematicità dei temi affrontati e studio della lingua costituiscono il destino vero di una riproposta di civiltà letteraria che assume valenze autenticamente poetiche.
Si diceva che Guido Guinizzelli ha assorbito questo tessuto. Ed è proprio vero tant’è che Luciano Rossi nell’Introduzione a Rime  di Guido Guinizzelli (Einaudi, 2002) fa esplicito riferimento ad una  “nozione occitanica”che viene considerata come una vera e propria  “categoria poetica”.
Un rimando essenziale perché la tradizione occitanica è un vento lirico che coinvolgerà quasi tutta la scuola siciliana in una interpretazione esplicitamente trobadorica. La funzione che ha avuto Peire Vidal  con la sua canzone è una interpretazione essenziale.
Una osservazione attenta è quella di Luciano Rossi nel testo già citato quando afferma : “Guinizzelli rinverdisce un topos ben noto alla tradizione occitana, quello della dama che rischiara il buio con la sua aurea” anche se, sempre Rossi, sosterrà inoltre che “Rispetto al lasciato poetico dei Siciliani e a quello di trovatori e trovieri gallo-romanzi , del quale pure Guido è debitore, bisogna riconoscere che la novità guinizzelliana consiste, il più delle volte, nel rigore dialettico in cui la topica amorosa è inquadrata”.
Il legame con i poeti provenzali è ben evidente perché c’è da dire che la formula è sempre una derivazione di una poesia cortese e pur non essendoci conflitto tra derivazione d’ “oil” e “doc” il Guinizzelli si sente più vicino alla prima.
Chi certamente si inserirà in questo spaccato pur con una impostazione articolata è anche Guido Cavalcanti. Il poeta dei simboli e delle allegorie ma anche di una filosofia che intreccia cuore e anima fra ciò che Maria Corti ha definito “amore ideale e presenza del sensibile” (Introduzione in Guido Cavalcanti, Rime, Rizzoli,1978).
In Cavalcanti vi è una costante che è la metafora della morte che non troviamo facilmente nei poeti p0rima menzionati. Maria Corti nel testo citato sostiene : “ Cavalcanti non è solo un raffinatissimo e un po’ splenetico poeta, ma si porta dentro un senso abbastanza drammatico del vivere”.  Una avvertenza significativa che farà dire a Mario Marti che in Cavalcanti esplode “ la prediletta tematica dell’angoscia” (Mario Marti, Storia dello Stil nuovo, Micella,1973, vol. II).
Si può ben dire che la poesia italiana ha un debito nei confronti della cultura che proviene dalla Provenza e ciò lo ha ben definito Cesare Segre nell’Introduzione  a Poesia italiana Duecento - Trecento (Einaudi, 1999) quando scrive che l’Italia “per un certo periodo rivela la sua dipendenza  ora dalla Provenza, ora dalla Francia del nord : anche nella tematica, nella metrica e nel linguaggio. In più, nel secolo XIII l’Italia è frequentata dai trovatori provenzali, specie dopo che la Crociata contro gli Albigesi ha reso difficile la loro permanenza in patria. Tutto il nord, ma specialmente il Monferrato, Genova, la Marca Trevigiana e i feudi dei Malaspina, ospitano rappresentanti del movimento trobadorico; e presto anche molti italiani scrivono le loro poesie in provenzale : maggiore fra tutti Bordello da Goito. A questa attività poetica alloglotta s’aggiunge successivamente quella in francese : alludo alle chansons de geste, cantate e popolari specie in area veneta, e presto rielaborate (o persino composte ex novo) in una koinè mista di francese e di dialetto locale, oltre che di forme italiane comuni”.
È evidente l’intelaiatura tematica e lirica di una presenza in cui la cultura catalana e occitana incide notevolmente nel sostrato poetico e meta – poetico di una poesia che è chiaramente frutto di un mosaico fantastico allegorico giullare e reale ma è altresì vero che dietro ogni funzione di una tale poesia ci sono o si avvertono elementi formativi. Siamo sempre nel campo della poesia che viene considerata chanson.
Lo dimostrano i poeti prima citati, lo dimostrano i versi di Bertran de Born, di Comtese Beatriz de Dia,  di Arnaut Daniel. Una tale chanson  si divide in de croisade e de toile. Nella prima c’è una esortazione nei confronti dei cristiani i quali vengono invitati a partecipare alle guerre sante. Nella seconda invece si raccontano gli amori nel ricordo dell’amato morto.
Accanto a questi generi non si può trascurare la pastorelle nella quale  si sottolinea l’amore tra la pastorella e il signore. Altri generi e altre combinazioni vivono dentro il mosaico di una poesia provenzale catalana ma il dato fondamentale e indelebile resta sempre quella di una affermazione di una eredità poetica e culturale occidentale.
Una poetica il cui senso lirico è appunto il canto. Un canto che, comunque, non fa a meno dei luoghi, di quei luoghi che costituiscono il respiro e il sollievo di un cantare le pieghe del tempo e i giorni della vita come alcuni anni più tardi farà un grande scrittore provenzale che risponde al nome di Fredèric Mistral.
Uno scrittore che ha saputo raccogliere le istanze di una ricca e importante tradizione nel cui orizzonte letterario si ascolteranno le voci e gli echi, i suoni e i sentimenti di una eredità culturale che continua a vivere  tra i segni mai dimenticati di una appartenenza che è, profondamente, culturale e umana. In Mistral la Provenza e la dimensione della Catalogna rappresentano dei riferimenti ben visibili e catturabili sia attraverso i personaggi sia attraverso il paesaggio sia attraverso alcune forme iterative che hanno un forte spessore sul piano valoriale della parola. La “memoria” alla quale fa riferimento Mistral proviene direttamente da quella stagione pre – medievale e medievale che è modello caratterizzante di tutta la cultura provenzale – occitana e catalana.

giovedì 25 febbraio 2016

Zygmunt Bauman inaugura il nuovo corso di Filosofia della Scienza dell'Università degli Studi del Sannio

Zygmunt Bauman inaugura il nuovo corso di Filosofia della Scienza dell'Università degli Studi del Sannio
BENEVENTO - A UniSannio Bauman inaugura il corso in Filosofia della Scienza. Circolarità della cultura, universalità dei saperi e continuità del discorso sulla conoscenza, in un’Università sempre più aperta alla ricerca innovativa, alla didattica interdisciplinare ed al dialogo multiforme e vivace tra le scienze tecnologiche ed umanistiche, sono stati protagonisti della simbolica “tavola rotonda” intorno alla quale, questa mattina, il professore Zygmunt Bauman ha tenuto a battesimo il nuovo insegnamento di Filosofia della Scienza, attivato presso l’Università degli Studi del Sannio.
Il padre del concetto di “società liquida”, a Benevento per il Festival della Filosofia, è stato accolto dal rettore Filippo de Rossi, nella sede di Palazzo San Domenico, dove ha conversato con alcuni docenti delle diverse aree disciplinari dell’ateneo su alcune questioni poste come nevralgiche nell’attuale fase di crisi e trasformazione della conoscenza.
Etica della responsabilità, individualismo sfrenato della post-modernità e crisi della partecipazione, incapacità di uscire dalla sfera personale per condividere idee e valori, in un momento nel quale i problemi hanno dimensioni globali sono soltanto alcuni dei temi affrontati, con un rigore scientifico per nulla attenuato dal tenore colloquiale della conversazione. 
Quindi, Bauman si è soffermato sul rapporto tra filosofia e scienza: da una parte insistono le domande su ciò che è giusto e sbagliato e dall’altra la ricerca di una prova del vero o del falso, per arrivare all’assunto che le due discipline sono non in competizione bensì in un rapporto di complementarietà sempre più necessaria, poiché la filosofia è amore per la conoscenza.   
Il nuovo insegnamento di Filosofia della scienza si occuperà dei problemi filosofici posti dalla ricerca scientifica e dai suoi risultati. Tale disciplina investe sia le scienze naturali che quelle sociali. Da qui, infatti, la decisione di estendere la possibilità di scelta dell’insegnamento a tutti gli studenti dell’ateneo sannita già dal secondo semestre dell’anno accademico in corso.

Cosa hanno fatto in tutto questo tempo per la città di Crotone gli aspiranti sindaci dei Cinque Stelle?

Cosa hanno fatto in tutto questo tempo per la città di Crotone gli aspiranti sindaci dei Cinque Stelle?
Antonella Policastrese
CROTONE - Crotone città del profondo sud, ex Provincia, sarà chiamata per giugno alle urne per eleggere il Consiglio comunale. Una mattina gli aspiranti sindaco si sono alzati e hanno scoperto la potenzialità di una poltrona, e subito al grido del "vinceremo per il rinnovamento" hanno cominciato a sbracciarsi per dire che il cambiamento ci sarà per davvero, tant'è che il Movimento cinque stelle, in questa competizione crotonese potrebbe chiamarsi 10 stelle. Due le liste che si contendono il marchio doc dei grillini di Beppe Grillo: il gruppo storico con l'aspirante Maria Rita Lamanna, e la lista del Meetup Amici di Beppe Grillo, con Ilario Sorgiovanni scelto da chi ha partecipato alle Comunarie. Da voci di corridoio, la battaglia tra i due contendenti è stata vivace e movimentata, tant'è che sono volate sedie e parole grosse che hanno portato le due correnti a dividersi e andare ognuno per la propria strada.

Uno spettacolino da cabaret, quello che si è presentato a quanti hanno partecipato a quella infuocata riunione e che adesso vede nell'arena ad affrontarsi a singolar tenzone due esponenti dello stesso schieramento, che offrono ai crotonesi pietanze succulente e piatti tipici per accaparrarsi il consenso e vestire la fascia tricolore. Chi l'avrebbe mai detto che da queste parti i fautori dell'onestà avrebbero finito per impelagarsi in vecchie logiche politiche, che adesso chiedono il voto a una città dove ci sono in ballo licenziamenti, smobilitazione dell'ex Provincia, disoccupazione crescente, e pur di metterci una toppa si aspetta l'apertura del Marrelli Hospital per sperare in qualche assunzione? Cosa hanno fatto  in tutto questo tempo per la città gli aspiranti sindaci dei Cinque Stelle? Come hanno arginato l'illegalità, la mancanza di norme, che progetti hanno presentato per far leva su una classe dirigente ammuffita ed incartapecorita? Se i Cinque Stelle, a crotone 10 stelle, pensano che un'apparizione televisiva risolva il problema e che la visibilità sia la carta vincente credo che vaghino nel buio ed ammesso che uno dei due contendenti riuscirà ad entrare nell'agognato palazzo prima che prendano atto di cosa realmente sta succedendo, arriverà la scadenza del mandato con tanti saluti al secchio ed una nuova campagna elettorale d'affrontare. Intanto negli schieramenti avversi ai Cinque Stelle si lavora per candidati già proposti ed altri nomi sussurrati che non emergono alla luce del sole. C'è chi propone una donna, chi si appresta ad appoggiare liste civiche, chi forse deciderà in ultima analisi di appoggiare la candidata "deca-stellata" con buona pace dei cambiamenti che su questo territorio saranno echi di terre lontane una volta passato il santo. Insomma su Crotone il Movimento rischia di essere un flop e fino a quando non avremo chiarito se qui i grillini saranno o penta o deca stellati, il tempo scorre le chiacchiere pure e la pentolaccia rischia di rimanere desolatamente vuota.

Tutte le "Italiane" della Pacini Fazzi Editore nelle mani di Nadia Verdile. Ecco le donne fuori dai libri di storia

Tutte le "Italiane" della Pacini Fazzi Editore nelle mani di Nadia Verdile. Ecco le donne fuori dai libri di storia
ROMA - Sarà presentata, in anteprima nazionale, nella Sala Aldo Moro della Camera dei deputati, martedì 1 marzo 2016, la Collana “Italiane” edita dalla Pacini Fazzi Editore di Lucca e diretta da Nadia Verdile. Uno sforzo editoriale per raccontare la vita delle donne che hanno fatto, ciascuna per la propria parte, l’Italia e che troppo spesso sono restate escluse dalla narrazione, dai libri di storia, dalle conoscenze comuni. Due padrini e una madrina, tutti d’eccezione, la terranno a battesimo: Massimo Bray, direttore dell’Enciclopedia Treccani, il giornalista Gad Lerner e Sarina Biraghi, codirettrice de Il Tempo. I saluti istituzionali saranno portati dalla vicepresidente della Camera, Marina Sereni.
«Un’iniziativa che sta riscuotendo grande interesse -  afferma Francesca Fazzi, editrice - e nella quale crediamo molto.
Sono tantissime le italiane da riscoprire e abbiamo pensato a una collana aperta alle proposte delle tante studiose e studiosi che insieme andranno a completare una nuova storia italiana popolata da protagoniste, oggi ancora sconosciute o misconosciute. Il miglior modo per festeggiare i nostri 50 anni di editoria».
I primi tre libri sono dedicati a Cristina Trivulzio, Grazia Deledda, Nilde Iotti, ovvero la patriota, la scrittrice premio Nobel per la letteratura, la prima presidente della Camera dei deputati: tre donne simbolo raccontate da tre specialiste come Nadia Verdile, Neria de Giovanni, Luisa Cavaliere.
«Il progetto – spiega Verdile, direttrice della Collana – ha l’obiettivo di portare la storia delle donne fuori dagli ambienti di settore e raggiungere quelle fasce di lettrici e lettori che spesso restano fuori dai circuiti anche per i costi dei libri. Piccolo, formato, piccolo prezzo, grande rigore scientifico. Quelle che racconteremo saranno storie di donne che hanno lasciato impronte su sentieri di vita dove la consuetudine e il pregiudizio hanno cancellato, come onde, la loro presenza».
Una collana che vuole imporsi per cura dei testi, precisione di scrittura ma anche agilità (piccolo formato e piccolo prezzo, solo sei euro) per fare decollare questo marzo 2016 all’insegna non di una generica celebrazione del femminile ma della divulgazione e della conoscenza.

Tutte le "Italiane" della Pacini Fazzi Editore nelle mani di Nadia Verdile. Ecco le donne fuori dai libri di storia

«Abbiamo scelto di celebrare il cinquantesimo di fondazione della Maria Pacini Fazzi editore, casa editrice che ha iniziato la propria attività nel gennaio del 1966 – afferma la fondatrice e titolare Maria Pacini Fazzi - guardando avanti e parlando da donne alle donne. Perché crediamo che ancora oggi siano tante le figure femminili da riscoprire e questa collana intende accoglierle tutte. Artiste, giornaliste, scrittrici, scienziate, politiche, per un’Italia al femminile che ha molto da insegnare. Noi con questa collana vogliamo continuare a guardare avanti, al mondo del libro e della cultura con fiducia e attenzione alle esigenze dei lettori e del mercato che oggi chiede concretezza, professionalità, competenza».
Dopo l’anteprima romana, il calendario delle presentazioni è già molto fitto e prevede: 4 marzo, presentazione a Caserta (Palazzo della Provincia in collaborazione con la società dei francesisti) affidata alla nota giornalista Ritanna Armeni; poi, numerosi appuntamenti a Firenze, Isernia, Milano, Alghero, Lucca, sede della Maria Pacini Fazzi editore.

Legami interpersonali, famiglia, memoria, infanzia ed elaborazione del lutto: a Milano l'omaggio al regista Hirokazu Koreeda

Legami interpersonali, famiglia, memoria, infanzia ed elaborazione del lutto: a Milano l'omaggio al regista Hirokazu Koreeda
MILANO - Omaggio a Hirokazu Koreeda, dal 13 al 28 marzo, Mic - Museo Interattivo del Cinema. Dal 13 al 28 marzo 2016 a Milano una rassegna cinematografica che intende offrire una panoramica su un autore contemporaneo giapponese che è riuscito ad affermarsi all’interno del panorama cinematografico internazionale grazie ai profondi temi affrontati nelle sue pellicole: i legami interpersonali, la famiglia, la memoria, l’infanzia e l’elaborazione del lutto. In programma alcuni dei suoi capolavori, a partire dall’ultimo, Little Sister, che racconta la storia di tre sorelle che dopo la morte del padre, che le aveva abbandonate, fanno conoscenza con la nuova famiglia di lui, in particolare con la loro sorellastra adolescente. Fra gli altri film in programma, Nessuno lo sa, fra i suoi più famosi, premiato nel 2004 al Festival di Cannes per l'interpretazione del giovanissimo Yagira Yuya, che racconta un fatto di cronaca che riguarda quattro fratelli abbandonati dalla madre in una lenta ma inesorabile discesa verso l’orrore.
Da non perdere Air Doll, presentato al Festival di Cannes nel 2009, storia surreale di una bambola gonfiabile che diventa umana e si innamora del suo proprietario; il meraviglioso After Life, film visionario ambientato in un Limbo fra la terra e il paradiso dove le persone devono scegliere un unico ricordo da tenere con sé per tutta l’eternità; Father and Son, riflessione sulla paternità, sul tempo in una storia di scambio di neonati in culla; Maborosi, storia di tormento e dolore di una donna che ha perso il marito e in passato la nonna, e ora dovrà misurarsi con se stessa e ritrovare la sua serenità interiore; I Wish, dove i protagonisti sono due fratellini separati a causa del divorzio dei genitori, che non si rassegnare a stare divisi e conquistano lo spettatore per la loro purezza, spontaneità e meravigliosa vitalità, e infine Still Walking, ambientato nel corso di una sola giornata estiva, durante la quale i figli di una coppia di pensionati fanno ritorno alla casa di famiglia per commemorare l'anniversario della morte del figlio maggiore e rivisitare vecchi problemi e risentimenti.
SCHEDE DEI FILM E CALENDARIO 
Domenica 13 marzo 
h 17.00 Little Sister (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2015, 128’ con Haruka Ayase e Masami Nagasawa). Tre sorelle abbandonate dal padre conoscono,  dopo 15 anni, la sorellastra adolescente e la invitano a casa loro. Potrà nascere una nuova famiglia libera dal passato?
Martedì 15 marzo 
h 15.00 Still Walking (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2008, 114’, v.o.sott.it. con Hiroshi Abe e Yoshio Harada). Dramma familiare che si svolge nel corso di un solo giorno d'estate.
h 17.15 Nobody Knows (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2004, 141’, v.o.sott.it. con Yuuya Yagira e Ayu Kitaura). Ispirato da un reale fatto di cronaca il film racconta l'orrore dell'indifferenza in una società che non vede più i bambini come una preziosissima risorsa ma solo come un freno alla libertà degli adulti. 
Venerdì 18 marzo 
h 15.00 Maborosi (Hirokazu Koreeda, Giappone, 1995, 110’, v.o.sott.it. con Makiko Esumi e Takashi Naito). Yumiko non si rassegna in seguito alla perdita di due persone a lei care: la nonna ed il primo marito, entrambi scomparsi in circostanze misteriose.

Legami interpersonali, famiglia, memoria, infanzia ed elaborazione del lutto: a Milano l'omaggio al regista Hirokazu Koreeda

h 17.00 Air Doll (Hirokazu Koreeda, Giappone, Giappone, 2009, 125’ v.o.sott.it. con  Jô Odagiri, Du-na Bae). Storia di una bambola gonfiabile che pian piano diventa sempre più umana, innamorandosi del suo proprietario, commesso di una videoteca.
h 19.15 After life (Hirokazu Koreeda, Giappone, 1998, 118’ v.o.sott.it.  con Arata Iura e Susumo Terajima). Una volta morti, gli uomini  possono portare nell'aldilà un solo ricordo. Per questo alle porte del paradiso alcuni consiglieri aiutano nella scelta del ricordo più prezioso.  
Sabato 19 marzo 
h 17.00 I Wish (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2011, 128’ v.o.sott.it. con Koki Maeda e Cara Uchida). Un film che racconta l’immensa vitalità dei bambini.
Domenica 20 marzo
h 17.00 Father and Son (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2013, 120’ con Masaharu Fukuyama e Machiko Ono). Una profonda riflessione sulla paternità, che interroga il sangue, il tempo e il sentimento
Mercoledì 23 marzo
h 17.00 Nobody Knows (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2004, 141’, v.o.sott.it. con Yuuya Yagira e Ayu Kitaura) Replica

Legami interpersonali, famiglia, memoria, infanzia ed elaborazione del lutto: a Milano l'omaggio al regista Hirokazu Koreeda

Giovedì 24 marzo
h 15.00 Still Walking (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2008, 114’, v.o.sott.it. con Hiroshi Abe e Yoshio Harada) Replica
h 17.15 I Wish (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2011, 128’ v.o.sott.it. con Koki Maeda e Cara Uchida) Replica
Venerdì 25 marzo 
h 14.45 Father and Son (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2013, 120’ con Masaharu Fukuyama e Machiko Ono) Replica 
h 17.00 Maborosi (Hirokazu Koreeda, Giappone, 1995, 110’, v.o.sott.it. con Makiko Esumi e Takashi Naito) Replica
h 19.00 Air Doll (Hirokazu Koreeda, Giappone, Giappone, 2009, 125’ v.o.sott.it. con  Jô Odagiri, Du-na Bae) Replica
Sabato 26 marzo
h 15.00 After life (Hirokazu Koreeda, Giappone, 1998, 118’ v.o.sott.it.  con Arata Iura e Susumo Terajima) Replica
h 17.00 Father and Son (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2013, 120’ con Masaharu Fukuyama e Machiko Ono) Replica 
Lunedì 28 marzo
h 19.00 Little Sister (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2015, 128’ con Haruka Ayase e Masami Nagasawa) Replica.

Legami interpersonali, famiglia, memoria, infanzia ed elaborazione del lutto: a Milano l'omaggio al regista Hirokazu Koreeda

Lo scrittore Erri De Luca, il Mann di Napoli e la differenza tra il nudo precristiano e quello moderno

Lo scrittore Erri De Luca, il Mann di Napoli e la differenza tra il nudo precristiano e quello moderno
Lo scrittore Erri De Luca
NAPOLI - Erri De Luca al Mann: “questo museo è necessario!” I musei italiani non attraggono. In pochi sentono il bisogno, l’emozione, la necessità di visitarli. I turisti lo fanno, gli italiani no. Così l’esistenza fisica dei musei si riduce alla “cura e tutela” delle opere d’arte in essi contenute. Ma non è detto che il museo non possa avere altre funzioni. Da questa riflessione viene fuori a Napoli il progetto “Out of boundaries” (Obvia), un modo per rappresentare l’antico attraverso le forme d’arte perché solo gli artisti sono in grado di comunicare il genius loci di Parthenope. Obvia, infatti, vede uniti gli atenei Federico II e la Seconda Università di Napoli, lo scrittore Erri De Luca, il pianista e compositore Antonio Fresa e due disegnatori, Blasco Pisapia (Disney) e Giorgio Siravo (Mad Entertainament) ai quali è stato affidato il compito di portare l’arte fuori dai musei, fare circolare opere e idee, cogliere l’attenzione di chi è distratto, attraverso mille punti di vista… perché il piacere si amplifica quando la bellezza si condivide con gli altri.
Il museo non è la cassaforte in cui si chiudono le opere, ma il luogo dove si prova ad andare oltre il mondo ordinario. Le opere non evocano un tempo passato, ma sono il nostro specchio, il modo come stiamo al mondo. Erri De Luca, intervenuto durante la presentazione del progetto avvenuta il 23 febbraio 2016 presso la sala del Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha introdotto il testo che ha scritto per il Mann con una riflessione sulla differenza tra il nudo precristiano e quello moderno (una curiosità che è stata anche riportata nel suo ultimo racconto a cui lo scrittore si è dedicato nei mesi di congedo dal processo): i nudi precristiani erano come un traguardo per chi li guardava; il nudo moderno corrisponde a un manichino, il cliente di un guardaroba. “Il corpo che abitiamo è l’ultima manifestazione di una macchina che è stata soggetta a millenni di collaudi. Visitando questi posti – confessa Erri de Luca riferendosi al Mann – si ha la sensazione di abitare una macchina antica. Perciò questo museo è necessario!“.
Insomma, il museo è importante non per quello che contiene, ma per quel che evoca. Le opere in esso esposte sono lo specchio di noi stessi, ci sfidano al confronto,a sperimentare nuove visioni del mondo, o semplicemente, e più spesso, a ricordarci in un modo particolare, confidenziale, intimo, quanto ricca e profonda sia l’esperienza umana, e la nostra personale. Così Erri De Luca alla vista del busto di Democrito, conservato al Mann, prova un brivido di soggezione: “Non mi aspettavo di trovare il suo volto addensato di pensieri in una sala del percorso guidato del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Incontrare Democrito a Napoli… così doveva essere… Democrito doveva stare a Napoli, dovevo immaginarlo prima di incontrarlo! Il Museo Nazionale in cima a via Foria è un serbatoio di Grecia dissepolto e offerta al pellegrino. Chi passa la sua soglia compie un pellegrinaggio nei volti e nei corpi che ci hanno preceduti… Sono uscito, rinnovato dai passi percorsi nel più grande banco dei pegni lasciato dal passato a noi, scialacquatori della eredità!“.
L’opera d’arte è un modo di dare visione e profondità al presente. Viviamo i fenomeni, ma abbiamo bisogno di capirne le origini, il senso, la prospettiva. Serve proprio a questo il museo: a capire quel che non conosciamo e a rafforzarci in prospettiva del futuro. Erri De Luca ha inaugurato una fase entusiasmante, appassionante, sexy del Museo Archeologico Nazionale di Napoli… e non solo!

mercoledì 24 febbraio 2016

La nostra idea dell’esotico, Robinson di Mk chiude la rassegna di danza contemporanea Circo Massimo ideata da Fabrizio Favale

La nostra idea dell’esotico, Robinson di Mk chiude la rassegna di danza contemporanea Circo Massimo ideata da Fabrizio Favale
BOLOGNA - CircoMassimo Expanded, ultimo appuntamento per la rassegna di Fabrizio Favale. Robinson di Mk. Venerdì 26 febbraio ore 21, al Teatro Duse di Bologna, via Cartoleria 42. Uno spettacolo – Robinson di Mk - che si interroga sulla nostra idea dell’esotico per concludere la rassegna di danza contemporanea Circo Massimo ideata per il Teatro Duse da Fabrizio Favale. Dopo l'esordio di novembre nel ridotto del Duse Piccolo e le espansioni a tutta sala di Uphill e Ossidiana, si conclude il 26 febbraio con Robinson di Mk, il progetto artistico di danza contemporanea ideato da Fabrizio Favale, 'Circo Massimo'. 
Leone d'Argento alla Biennale Danza di Venezia 2014, Michele Di Stefano e gli Mk con Robinson sembrano tracciare in diagonale una linea che sfiora popoli, tribù, danze astratte, fiere, foreste tropicali e fantascienza in un solo colpo.
Luogo di approdo del turista definitivo ma anche laboratorio della colonizzazione, l'isola di Robinson si occupa da sempre della nostra idea dell'esotico, quell'indefinibile processo proiettivo di desideri e paure, rimodellato oggi per essere al servizio di due grandi flussi dell'economia globale: quello migratorio e quello vacanziero.
In questo spettacolo la progettualità amministratrice e normativa conferita da Defoe al suo protagonista entra contraddittoriamente in una zona di metamorfosi di fronte alla possibilità dell'innocenza originaria e di fronte allo sgretolamento dei propri limiti, causato dalla mancanza di quel termine di paragone che fonda e giustifica ogni individuo: un altro individuo, chiunque, un non-io. Anziché rifondare la civiltà, il nostro Robinson si perde nel paesaggio senza umani fin quando l'incontro con l'altro lo prepara ad una totale reinvenzione di se stesso, come accade nel romanzo di Michel Tournier, Venerdì o il limbo del Pacifico. 
Allo stesso modo, la coreografia è soprattutto un atto di apprendimento rispetto ad un "fuori" di cui fare incessante esperienza. La danza si definisce tale quando permette ad un'altra danza di esistere nei pressi: è dunque semplicemente un linguaggio adottato per l'incontro, che mantiene sempre vivo il momento dell'incontro. E' così possibile collocare l'origine e la fine di ogni danza nello spazio esterno del mondo. Ovunque.
CIRCOMASSIMO EXPANDED Mk ROBINSON. Coreografia Michele Di Stefano. con Philippe Barbut, Biagio Caravano, Francesco Saverio Cavaliere, Marta Ciappina, Andrea Dionisi, Laura Scarpini. Musica Lorenzo Bianchi Hoesch, Set e immagini Luca Trevisani, Disegno Luci Roberto Cafaggini, Assistenza scenica Davide Clementi, Organizzazione generale Anna Damiani e Valeria Daniele, Promozione PAV/Diagonale artistica, Web Biagio Caravano. Produzione mk 2014, Teatro di Roma in collaborazione con Comune di Montalto di Castro e Atcl Con il contributo MIBACT, DURATA 55 minuti.