venerdì 31 ottobre 2014

Catozzella (scrittore), Billet (ballerina), Serra (giornalista e autore) e Romanovsky (pianista) su laeffe con Matteo Caccia

michele serra
MILANO - Speciale Cortona “Dalla A a laeffe”, di Matteo Caccia. La terza puntata è dedicata al Raccontare. Con Giuseppe Catozzella (scrittore), Benedict Billet(ballerina), Michele Serra (giornalista e autore) e Alexander Romanovsky (pianista). Domani, sabato 1° novembre alle ore 20.00 su laeffe (canale 50 DTT e tivùsat, 139 di Sky) terzo appuntamento speciale con Matteo Caccia e l’Alfabeto pop “Dalla A a laeffe” dal Mix Festival di Cortona. “A Cortona si incontrano decine di personaggi che parlano di teatro, scrittura, musica e danza e insieme a loro è piuttosto facile parlare di storie da raccontare” dice Matteo Caccia. Al raccontare quindi è dedicata la terza puntata di “Dalla A A laeffe” con Giuseppe Catozzella (scrittore Premio Strega Giovani e finalista Premio Strega con "Non dirmi che hai paura"), Benedicte Billiet (ballerina di Pina Bausch e coreografa), Michele Serra (giornalista e scrittore) e Alexander Romanovsky pianista classico, attraversiamo diverse modalità del “RACCONTARE”: con le parole, con il corpo, con la musica, perché raccontare fa parte del vissuto di ciascuno di noi, è un modo per distrarsi, per imparare, e per continuare a vivere.

La riflessione si apre ad infinite sfaccettature della narrazione: dal racconto di ciò che è reale, dal “materiale vivo” che desta la nostra attenzione, come nel caso di Michele Serra, alla narrazione di un “punto nascosto” di questa stessa realtà che diventa letteratura – come accade sotto la penna di Catozzella - e sotto questa forma coinvolge, fa entrare le persone dentro le storie degli altri. Benedict Billet descrive la moltitudine di racconti del corpo attraverso la danza, i gesti che portano allo scoperto chi siamo, il rapporto con noi stessi, con gli altri, i sentimenti che ci animano. E ci sono ancora altri modi di raccontare che non prevedono l’uso delle parole, come la musica. La musica racconta una storia, ogni volta diversa secondo Alexandre Romanovsky, uno dei pianisti più raffinati e appassionati della scena mondiale, secondo cui “ogni concerto è una storia, la creazione dal vivo è una cosa misteriosa ed unica che affascina”.
L’appuntamento speciale con “Dalla A A LaEffe” di Matteo Caccia dedicato a RACCONTARE è per domani, sabato 1° novembre 2014, alle 20.00 su laeffe.

“Meg per gli amici”, interpretato e diretto da Nietta Tempesta. Opera surreale che lascia il pubblico col fiato sospeso

bari teatro
BARI - Meg per gli amici. Agli inizi degli anni Settanta, contemporaneamente all’affermazione del Cut, il centro universitario teatrale di Bari, nel capoluogo anche la compagnia del Piccolo Teatro di Bari, fondata e diretta da Eugenio D’Attoma, ha maturato esperienza e raccolto consensi positivi. Sede principale della loro attività era l’omonimo teatro sorto nel 1967. Il Piccolo, prima struttura decentrata della città, proporrà il bis del primo spettacolo della rassegna teatrale 2014/2015, sabato 1 e domenica 2 novembre, “Meg per gli amici”, interpretato e diretto da Nietta Tempesta, un’opera surreale capace di lasciare il pubblico col fiato sospeso fino al termine. “È uno spettacolo surreale – ha affermato l’esperta attrice – il personaggio mi piace molto perché non è usuale come ce ne sono tanti. È differente da tanti altri. Anche per questo solo dopo, sul finale, si capisce quale sia il suo ruolo”. 
La storia parla di Mr Anthony, uno sfortunato musicista, che dopo una vita senza affetti e legami veri, che gli dessero conforto, a seguito di una grande delusione decide di farla finita, senza però riuscire a prendere una decisione. In suo aiuto arriva Meg, “un’inviata”, che lo conduce dolcemente vero il suo destino, scritto dall’alto.

“Il mio personaggio non si svela all’inizio. Parla con Anthony e gli anticipa i suoi pensieri, creando stupore in lui. Alla fine, però, sarà sereno e per questo la ringrazierà, perché desiderava qualcuno che fosse gentile e paziente con lui. Lui si affezionerà a lei, balleranno anche insieme e alla fine, quando arriva il momento, lei si dispiacerà. Ma non potrà far niente perché lui è già destinato”.
Insieme a Nietta Tempesta, sul palco ci saranno anche Lorenzo D’armento nel ruolo di Mr Anthony e Luciano Montrone, un singolare collaboratore di Meg.
“È uno spettacolo che va recitato in una certa maniera. Come ho sempre fatto, anche in questo caso, ho studiato il personaggio da dentro e quindi non solo esteriormente. Faccio questo per cercare di far uscire tutte le sue intenzioni e tutti i momenti particolari. Questo è lo sforzo principale che c’è in ogni messa in scena. Sul palcoscenico c’è bisogno sempre di un personaggio vero”.
Piccolo Teatro – Strada privata Borrelli, 54 – Bari. Inizio spettacolo: Sabato ore 21; Domenica ore 19.

La Buona Scuola. Il Sud in testa con il 37% degli incontri, oltre 750.000 accessi sul sito Internet

la buona scuola
ROMA - Consultazione su ‘La Buona Scuola’ superati i 1.000 dibattiti organizzati dal territorio. Il Sud in testa con il 37% degli incontri. Oltre 750.000 accessi sul sito Più di 88.000 partecipanti online e 150.000 offline. Oltre mille dibattiti organizzati sul territorio, più di 750.000 accessi sul sito dedicato, 88.000 partecipanti alla consultazione on line e 150.000 persone coinvolte negli incontri in presenza. Mancano quindici giorni alla fine della consultazione sul Piano del governo “La Buona Scuola” lanciato il 3 settembre scorso e gli eventi di confronto organizzati autonomamente da scuole, cittadini, associazioni, Consulte degli studenti, terzo settore hanno superato quota mille. 
In testa alla classifica della partecipazione - comunica ancora il Miur - le regioni del Sud Italia con il 37% dei dibattiti segnalati. Seguono il Nord (qui il 31% degli incontri), il Centro (18%) e le Isole (14%).
Ad oggi la regione più attiva è l'Emilia-Romagna, con 153 incontri off line, seguita da Puglia (145), Sicilia (139) e Abruzzo (83). I verbali e le conclusioni dei dibattiti sono già in larga parte consultabili all'interno della piattaforma dedicata sul sito www.labuonascuola.gov.it. Prosegue anche il tour de “La Buona Scuola” con nuovi appuntamenti di confronto fra i vertici del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il territorio. Prossime tappe previste in Lazio, Umbria e Marche (qui il calendario: https://www.labuonascuola.it/area/m/32/?_gmln_m=m4111).
La fase di ascolto, avviata il 15 settembre scorso, proseguirà fino al 15 novembre sia con gli incontri che all'interno della piattaforma web pensata per offrire agli utenti registrati differenti modalità di partecipazione. Ad oggi gli accessi al portale www.labuonascuola.gov.it sono stati più di 750.000 con oltre 5 milioni di pagine visualizzate. Sono più di 88.000 i partecipanti on line (60.000 i questionari a cui si sommano i commenti rapidi lasciati dagli utenti, le mail e le proposte arrivate). Da oggi la piattaforma della consultazione offre poi nuove funzionalità per facilitare la registrazione: sarà possibile farlo anche attraverso i propri account social. 
Quasi 1.400 sono le idee inviate nelle “Stanze” della consultazione, gruppi di lavoro sviluppati attorno a 16 tematiche che hanno totalizzato più di 3.800 risposte e 19.700 manifestazioni d'interesse da parte degli iscritti al portale. La stanza più gettonata (548 proposte) è quella dello ‘Sblocca scuola’ dove ci si confronta sulle incombenze burocratiche che appesantiscono la vita degli istituti. ‘Meno costi per le famiglie’ (121 proposte) è la seconda Stanza per interesse. Oltre 100 idee riguardano le aperture pomeridiane delle scuole, tema molto sentito dalle famiglie insieme ai laboratori (98 proposte), attenzione crescente anche per i temi della formazione e delle classi di concorso. Proprio negli ultimi giorni, vista la richiesta crescente degli utenti di potersi esprimere su questo, sono state aperte due Stanze dedicate una all’abilitazione all’insegnamento e una alla revisione delle classi di concorso.

Vergognoso che l'Italia festeggi Halloween, paganesimo puro. Mentre la Chiesa continua a indossare Croce di oro

Halloween chiesa
ROMA - Halloween. È vergognoso che un Paese come l'Italia festeggi la motte del paganesimo mentre la Chiesa continua ad indossare Croce di oro. Nel Regno dei Morti siamo camminatori indifesi. Celebriamo il sorriso dei demoni con l'ironia del dolcetto che diventa scherzetto, entrato nella modernità delle illusioni e delle agonia della sacralizzazione della vita. La festa di Halloween ha una derivazione celtica con strizzate irlandesi. Come sempre gli angloamericani si impossessano di tutto non avendo mai avuto una idea che possa considerarsi un pensiero, un pensiero che possa dirsi un'idea. Anche il macabro è parte integrante del loro cammino. Sono atei e cattolici. Riescono ad essere democratici e convivono ancora con Fidel Castro.
Ma cosa possiamo aspettarci?
Il problema è  un altro e riguarda tutto il mondo cattolico che non è riuscito a far capire che bisogna fare una scelta di campo tra l'essere profondamente cristiani o paganizzare anche il giorno dei Santi che si incolla con quello dei defunti.
Ma tanto ormai siamo fottuti. Può sembrare banale questo discorso. Ma non è tale. Il giorno dei morti viventi diventa come la festa dei carnevali. Ma con una differenza di fondo. Halloween non desacralizza la morte, perché sarebbe interessante dal punto di vista antropologico entrare nel merito del rapporto tra sacro e profano. Lacera, invece, il senso della devozione della e alla vita. Basta che si faccia chiasso.
La questione è che anche noi mediterranei occidentali siamo caduti nel tranello  - trappola della americanizzazione della vita e della morte.
Si sa che io non ho alcuna fiducia della Chiesa. È risaputo che sono un cristiano senza chiese, ma cattolici della domenica cercate di battere un colpo in nome del sacro e non soltanto per martirizzare chi non merita di essere martirizzato o santificare in nome di non si sa cosa.
Svegliatevi sacerdoti di Mazzolari e del comunista Milani. Leggete un po' di più il libro dei morti per capire il libro della vita. Allora. Se avete il coraggio della cristianità condannate fermamente la "festa" di Halloween. Ma la Chiesa del progresso è impegnata ad aprire tutte le porte e le finestre ad un sinodo inutile e confezionato per i progressisti.
La tradizione è morta. La Chiesa comunista ha ridotto tutti in relativismo. Cristo resta in Croce. La Chiesa  è impegnata a spiegarci cosa è la Accoglienza. Anche dei morti che camminano nel giorno di Halloween. Io non ci sto. È vergognoso che in un Paese come l'Italia si celebra il paganesimo.  Soprattutto in un tempo di sradicanti.

Jean Paul Sartre letteralmente tatuatore di una epoca intera: naturalmente tra luci e ombre, col senno di poi

guerra
ROMA - J.P. Sartre L'esistenzialismo è un umanesimo (Armando editore, 2007, 2014). Armando editore (Roma) rilancia l'opera divulgativa e programmatica di Jean Paul Sartre, edita per la prima volta nel lontano 1946. Sartre, celebre autore e guru del secondo Novecento, promotore dell'Esistenzialismo, con Camus e Simone de Beauvoir e il surrealismo stesso, il leader carismatico. Sartre a suo tempo, ha letteralmente tatuato una epoca intera: naturalmente tra luci e ombre, col senno di poi. Certa deriva ideologica comunista e persino maoista (pur anche ad un certo punto quasi sconfessata) tutt'oggi è quasi marcatore chimico dei limiti della stagione esistenzialista: soprattutto in Sartre resta ancora questa macchia; meno evidente invece nei co-protagonisti succitati. Simone de Beuavoir esprime sempre la sana rivoluzione femminile cosiddetta femminista, ma nella grande intellettuale e scrittrice l'ismo sempre contingente: anzi proprio la sua cifra peculiare letteraria oggi disvela dove cercare la vera conoscenza al femminile, dalla Differenza creativa, altro che movimentismi ambigui e reificati soprattutto, al di là del mito che si è fatto positivamente storia e mutazione sociale. Ancor di più un certo Camus, persino piu prossimo al Novecento letterario postniezschiano che all'esegesi vulgata postmarxiana.

Persino la poetica e lo stile, oggi, evidenziano nel post 2000 Camus e la de Beauvoir piu godibili dello stesso Sartre, almeno parzialmente anche in tal senso e per cosi dire, un poco deja vu e meno dirompente. Tuttavia restano – come accennato- il mito e il brevetto: una lettura ora intertestuale e interstiziale, witz inclusi, esaltano attualmente un nuovo Sartre, la sua indubbia autenticità e coraggio nell'agora politico-intellettuale, osò persino, contro certo infame buon senso conformista (anche culturale) rifiutare un Premio Nobel negli anni 60. E in fondo, come già solare nel libro per tutti quasi in questione, l'esistenzialismo fu una rivoluzione incompiuta: con orizzonti che – depurati da certo ideologismo contingente- ne fanno paradossalmente forse, una specie di esistenzialismo elettronico ante litteram: oltre le vette iperboree e poco pragmatiche di Heidegger o della psicanalisi o degli umanesimi stessi liberale e socialista e cattolico. Oltre l'ancora prematuro umanesimo scientifico troppo postpositivista. L'interfaccia centrale anche letterario ne rivela - ad esempio- prospettive utopiche ma già atopiche – per dirla con Franco Rella; un software filosofico pragmatico nuovamente dinamico e vivente, tra la caducità e le lacrime della postmodernità, un sano relativismo critico e paradossalmente disinncantato, diversamente leggero, alla ricerca del Self perduto, contro minimalismo nichilismo e società liquida. Un Homo ludens che gioca con l'Idea ma non – riassumendo- su Marte, ma sulla Terra per l'uomo se non spirito, almeno corpo libero. E mica pochissimo, ci pare, per il caro filosofo e scrittore, altro che Sartron, come fu poi rapidamente liquidato dall'ambiente culturale dai vari Deleuze, Guattari, Derrida, Onfray, A. de Benoist, Cau, ecc, pur invece anche fortemente debitori del migliore Sartre e esistenzialismo.


Roberto Guerra

Lettera di Antonella Policastrese a Pippo Civati. Scindere Pd e Leopolda, nuovo presidente del Consiglio, Della Valle

renzi civati della valle
CROTONE - Pregiatissimo Dottore Civati, saltando a piè pari ogni preambolo, di solito necessario quando ci si rivolge a qualcuno che non si conosce di persona; le scrivo per esprimerle tutta la mia ammirazione, la stima per la coerenza politica che la contraddistingue, nonché la piena (o quasi) condivisione del suo agire all’interno del Pd, e aggiungo pure tutta la simpatia che nutro per lei. Tralascio quindi ogni considerazione in merito all’azione del suo segretario di partito e del nostro presidente del Consiglio. Preoccupata di questa corsa in retromarcia verso il Ventennio, se non verso il Medio Evo, intrapresa da Matteo Renzi, sento il dovere di dare un mio umilissimo contributo al dibattito politico (semmai questo ci fosse in un partito personale come lo intende Renzi) in corso tra le presunte due anime del Pd.

Tra tutti i giovani politici, credo che soprattutto lei, insieme con Fassina, D’Attorre, Mineo e altri ancora, sia la chiave per risolvere quell’intricatissimo rebus del futuro dell’Italia. La risoluzione di quel rebus, a mio avviso, prevede due fasi, di cui la prima è andare a una scissione tra Pd e Leopolda. La seconda è individuare un possibile presidente del Consiglio e quindi cercare consenso e sostegno intorno  a quel nome. Ho votato M5S, sia alle Politiche del 2013 sia alle Europee del 2014, ma adesso  ho il sentore che il Movimento di Grillo stia per esalare l’ultimo respiro, prima di sfaldarsi e sparire nel nulla. Tuttavia ritengo che l’idea di cambiamento nella politica italiana, quella no, resterà viva e pulsante in tutti coloro che hanno creduto alla parabola (oramai discendente) grillina. In altri termini, credo che l’idea di Renzi di dare il premio di maggioranza al partito che raggiunge il 35 per cento dei voti, cominci a stare bene anche a Berlusconi, perché egli sa bene che non sarà M5S il partito che si piazzerà al secondo posto. A quel punto ci troveremo a essere governati da un monocolore della Leopolda, ovvero, dallo stesso schieramento che è attualmente in campo. Nulla sarà dunque cambiato, se andremo a votare con voi, anima altra e nobile del Pd, che sostiene il proprio segretario per dovere morale e disciplina di appartenenza. Credo fermamente che per Matteo Renzi il futuro sia solo l’inizio, ma credo ancora di più che il passato sia per lui e la Leopolda, l’unica meta. A chi dice che intorno a un fuoriclasse, a un fenomeno della politica, quale è ritenuto il premier, ci sia il vuoto, io rispondo con tutto il cuore e la convinzione possibile che da lei a  Fabrizio Barca sino, quel vuoto sia un prato in piena fioritura che soltanto coloro che sono privi di naso non sanno fiutare. Accanto ai nomi che mi sono permessa di accostare al suo, nella auspicabile e urgente ricomposizione di una certa classe politica italiana, mi piacerebbe ci fosse un “vecchio” che recentemente sto apprezzando tantissimo e che seguo con entusiasmo e speranza; questi è Diego Della Valle. Apprezzo quell’uomo e tutto ciò che dice, un po’ anche per quello che fa nella vita (da donna, come tutte le donne, sono affascinata dalle scarpe), ma soprattutto per la sua idea di futuro. Mi piace, mi convince la visione di Della Valle, magari avrei bisogno di capire meglio se anche lui intende tenerci per molto ancora nella disgustosa “salamoia” della Ue, o se invece ritiene, come è auspicabile, recidere per sempre quel cordone ombelicale posticcio. Ecco Dottore Civati, io caccerei dal Pd Matteo Renzi e costruirei una nuova alleanza di Governo su un nome condiviso da indicare come premier. Se questa cosa è stata fatta con Romano Prodi, il quale non ha mai funzionato in nessuno dei ruoli (infiniti) a lui assegnati dalla politica e dai partiti, potrebbe invece funzionare con chi nella vita non campa di politica e di incarichi. Io credo che intorno a questa ipotesi, cioè a quella di spendere il nome di Diego Della Valle come premier, si potrebbe cominciare a lavorare; prima che noi sostenitori del Movimento di Grillo ci si disperda nella rete senza più riuscire a individuare una solida, valida e più efficace alternativa. Preciso che  non conosco Della Valle, l’ho visto solo in tv, e che non mi posso permettere di comprare un suo paio di scarpe. Ma se la cosa  che mi auguro avesse un seguito e una condivisione sino alla realizzazione, giuro che sono disposta a camminare scalza per il resto della vita, purché questa tirannia, questo califfato dell’ex sindaco di Firenze e di Re Giorgio, abbia fine per sempre.
Con tutta la simpatia e con sincero apprezzamento.

giovedì 30 ottobre 2014

Le Donne che "Amo" sono le sorelle Martini. Firmato Cristina Sartori

sorelle martini
ROMA - Cinquew News ha chiesto alle donne italiane un contributo scritto su una figura femminile apprezzata per le sue gesta, il suo coraggio, la sua cultura. Anche non più tra noi. Di seguito l'intervento di Cristina Sartori.
Le donne che io amo sono sorelle. A Padova basta nominare “Le Sorelle Martini”, e tutti sanno chi siano e soprattutto cosa hanno fatto. Siamo negli ultimi anni di guerra, tra il 1943 ed il 1944, anni nei quali, in particolare dopo la firma dell’Armistizio, la città di Padova, come tante altre città italiane, diviene teatro di una vera e propria guerra civile.

In questo clima nel quale “Anche i muri avevano orecchie” e la gente “spariva” da un momento all’altro senza più lasciare traccia, qualsiasi attività caritatevole per aiutare a fuggire ebrei o prigionieri ex alleati, liberati appunto dopo l’8 settembre e rastrellati dai pattuglioni nazifascisti praticamente dal giorno dopo, significava rischiare la vita.
A Padova operava il FRA.MA, movimento di liberazione fondato da Ezio Franceschini e Concetto Marchesi, allora rettore dell’Università. Grazie a questa loro rete e grazie al fondamentale apporto di un frate della Basilica di Sant’Antonio, padre Placido Cortese di cui quest’anno ricorre il 70 esimo anniversario dalla morte avvenuta nel 1944, erano centinaia le persone che venivano fatte fuggire dalla città, accompagnandole sui treni da Padova a Milano, da lì ad Oggiono  e poi affidate a contrabbandieri che, in cambio di denaro contante, li conducevano a piedi in Svizzera.
Le segnalazioni arrivavano al FRA.MA, e a padre Cortese, grazie a “staffette” che si incaricavano di procurare informazioni, documenti, denaro, abiti per far passare inosservati i fuggiaschi. Personalmente poi li scortavano in città sino alla stazione ferroviaria, e poi sui treni per poi affidarli ai contrabbandieri.
Queste “staffette” erano per lo più giovani donne, studentesse, contadine, a volte poco più che ragazzine, che mettevano a rischio la propria vita per degli sconosciuti. Le Sorelle Martini  - Renata, Teresa, Carla Liliana e Lidia - facevano parte di questo silenzioso e segreto  “esercito della salvezza”. Per tutto il 1943 e sino al 14 marzo 1944, data dell’arresto di due di loro, collaborando segretamente con padre Cortese, organizzarono circa trecento viaggi e salvarono dalla cattura moltissime persone.
Il compito di Carla Liliana, all’epoca studentessa al liceo classico, e di Teresa poco più che ventenne, era di tenere i contatti con altre preziose collaboratrici che operavano a Saonara, piccolo paese nelle campagne del padovano. Carla Liliana andava settimanalmente ad informarsi su quanti erano i prigionieri da far scappare. Poi riferiva a Lidia che andava in Basilica ad affidare le informazioni a padre Cortese nel segreto del suo confessionale.  Sempre Lidia procurava poi gli abiti per rivestire i prigionieri e organizzava il loro arrivo in città per accompagnarli alla stazione dei treni  dove spesso saliva insieme coni fuggitivi pronta ad intervenire in caso di controlli di documenti o di altri inconvenienti che spesso costavano l’arresto e la deportazione sia a coloro che cercavano la fuga, che a chi li scortava. Una volta condotti a destinazione i fuggitivi,  Lidia, Carla Liliana o Teresa, riprendevano il treno per ritornare alla vita di sempre e organizzare in segreto altri viaggi.
Nel marzo del 1944 accadde che un traditore infiltrato dalla Gestapo tra i prigionieri pronti alla fuga identificò le Sorelle Martini e le fece arrestare. Per Carla Liliana e per Teresa si aprirono i cancelli del campo di concentramento Mauthausen  e successivamente del campo di lavoro forzato di Grein an der Donau, dove rimasero per quasi due anni e dal quale scapparono con i primi mesi del 1945, approfittando della poca sorveglianza da parte dei tedeschi che vedevano oramai persa la guerra.
Carla Liliana compì i suoi 18 anni a Mauthausen;  per regalo di compleanno ricevette una amorevole “spidocchiata” da parte della sorella Teresa dalla quale per volere di Dio non venne separata in quei terribili mesi. Tornò a casa ammalata di tubercolosi ossea e trascorse un anno distesa a letto, cercando di studiare per dare l’esame di maturità che non aveva potuto dare due anni prima.
Lidia riuscì a scampare all’arresto in quella stessa giornata di marzo del 1944 perché a Milano perse il treno per Padova e chiamò a casa per avvisare che avrebbe ritardato. Venne avvisata dalla domestica che la Gestapo aveva arrestato le sue sorelle e la cercava. Riparò nelle campagne della Brianza sino a dopo l’estate del 1944 e poi tornò a casa in clandestinità, ma venne comunque arrestata nel gennaio del 1945 ed imprigionata nel campo di Bolzano sino alla liberazione.
Dalla data del loro ritorno, Teresa, Carla Liliana, Lidia, finalmente riunite alla loro famiglia, hanno coraggiosamente ripreso i fili della loro vita interrotta dalla prigionia. Hanno fatto della loro salvezza una missione: quella di ricordare per raccontare, e di raccontare per non far dimenticare.
Con Lidia in particolare, che mi ha onorato della sua amicizia, sino a pochi mesi prima della sua morte, andavamo nelle scuole per raccontare ai ragazzi di oggi come eroicamente vivevano nei tempi di Guerra i ragazzi di allora, e per ricordare le atrocità commesse dal regime nazi-fascista.
Era una donna solare, con un sorriso magico, e parlava ai ragazzi con grande semplicità. Quando le si chiedeva perché avesse scelto di collaborare con la Resistenza rischiando la vita, lei con altrettanta semplicità rispondeva: “Perché era giusto!”.
Ecco, queste meravigliose donne, e come loro tantissime altre, in quegli anni terribili hanno seguito la loro coscienza scegliendo di fare “ciò che era giusto” e di non stare a guardare.
Hanno rischiato la vita; molte, moltissime di queste donne l’hanno perduta, tra sofferenze e privazioni. Ma hanno dato e danno tuttora un insegnamento prezioso, quello dell’eroismo della Persona Qualunque che diventa, nel ricordo, un luminoso esempio.
Ecco quindi le donne che amo e che voglio ricordare: Lidia Martini che è scomparsa qualche anno fa; Carla Liliana che oggi non ricorda più; Teresa che ancora, ultranovantenne, va a parlare nelle scuole e accetta di condividere quei terribili anni della sua luminosa vita.


Lorella Magni, autrice che modella capolavori di zucchero con tutorial e fotografie, vince l’hawards del libro dell’anno

ROMA - I fiori di zucchero di Lorella Magni si aggiudicano l’hawards come miglior libro dell’anno. Fiori di primavera, estate, autunno e inverno editi da Malvarosa in collaborazione con Decora. Quattro originali libri, uno per ogni stagione, pensati per deliziare la vista e il palato di quanti amano la sugar flower art. La collana edita da Malvarosa in collaborazione con Decora, azienda leader in Italia nel settore del cake design, ha decretato il successo di Lorella Magni che sabato 25 ottobre al Cake Fest Italia si è aggiudicata l’hawards come miglior libro dell’anno. L’autrice, tra le più talentuose interpreti di quest’arte mostra, passo dopo passo, come modellare delicati capolavori di zucchero tramite semplici tutorial e le fotografie della food blogger e fotografa Laura Adani: melograni, garofani, anemoni giapponesi, ciclamino, camelia e ancora fiore di melo, iris magnolia, papavero sono solo alcune delle numerose specie floreali che gli appassionati di cake design possono divertirsi a riprodurre. Creazioni colorate, belle da vedere e buone da magiare, ideali per decorare torte e pasticcini fatti in casa. Ogni volume è inoltre corredato di un apposito kit di tagliapasta, realizzato da Decora con materiali in plastica 100%, contenente tutti gli strumenti indispensabili per cimentarsi nell’arte della cake decoration. L’assegnazione del premio rappresenta un traguardo (Continua a leggere...)

mercoledì 29 ottobre 2014

Quadrophenia, il film capolavoro ispirato all’omonimo album degli Who al cinema in versione restaurata e digitalizzata

who
MILANO - Mercoledì 10 dicembre 2014 torna in sala a 35 anni dall’uscita Quadrophenia. Il film capolavoro ispirato all’omonimo album degli Who (che quest’anno festeggiano i 50 anni di carriera) arriva al cinema in versione restaurata e digitalizzata. “Quadrophenia” fu l’ultimo vero lavoro degli Who. Lo considero un album epocale e per questo ho voluto portarlo nel nuovo millennio. Pete Townshend. Londra, anni ’60. Lambrette, anfetamine, parka, scontri sulle spiagge tra mods e rockers. La Gran Bretagna post bellica e la musica soul. L’esplosione di rabbia adolescenziale di una generazione che vuole provare a vivere scrivendo da sola il proprio futuro e cede infine alla disillusione. Tutto racchiuso in un film straordinario, diretto da Frank Roddam, che attinge linfa vitale e canzoni dall’omonimo album capolavoro degli Who, uno dei 10 dischi più importanti della storia del rock. Con un giovane Sting nel ruolo di Ace, uno dei protagonisti del film.
A distanza di 35 anni da quel 1979 che lo vide uscire nelle sale di tutto il mondo, Quadrophenia, il film capolavoro diretto ispirato all’omonimo album degli Who del 1973, torna al cinema in versione restaurata e digitalizzata solo martedì 10 dicembre (elenco delle sale a breve disponibile su www.nexodigital.it).
Un’uscita attesissima perché cade nell’anno del cinquantesimo anniversario della band. Il film, ripercorrendo le musiche dell’album, racconta attraverso il protagonista Jimmy, i contrasti della generazione inglese degli anni ’60 che si divideva fra i Mods (giovani ben vestiti che guidavano scooter italiani) e i Rockers (seguaci del rock and roll americano anni ’50, vestiti con giubbotti di pelle e sempre in sella a grosse motociclette). Così Quadrophenia resta probabilmente a tutt’oggi il film capace di mostrare come nessun altro il connubio tra rock e ribellione giovanile.
Mentre il film cult ispirato all’album degli Who torna in sala restaurato e digitalizzato - continua il comunicato stampa -, Universal Music propone da oggi in radio THE WHO “BE LUCKY”, il brano inedito che anticipa l’uscita della nuova raccolta THE WHO “HITS 50!” prevista il 4 novembre in occasione del 50° anniversario della band di Roger Daltrey e Pete Townshend.
Con oltre 100 milioni di dischi venduti nel mondo e la reputazione di “migliore gruppo dal vivo di sempre”, per dirla con Eddie Vedder dei Pearl Jam, gli Who (Pete Townshend - chitarra, Roger Daltrey - voce, John Entwistle - basso e Keith Moon - batteria) hanno rappresentato per molti versi l’emblema del gruppo rock per eccellenza, in grado di influenzare svariate generazioni future. Furia iconoclasta, senso di appartenenza generazionale, una sconfinata ambizione musicale e un talento fuori da ogni schema si uniscono sul palco e in canzoni diventate pietre miliari della storia del rock, come “My generation”, “I can’t explain” e album come “Who’s next”,  “Tommy” e “Quadrophenia”, per la cui definizione venne coniato il temine “rock opera”. Dopo gli esordi come gruppo portabandiera del movimento mod inglese, a partire dalla seconda metà degli anni ’70 gli Who si ergono a rockband a tutto tondo, costituendo un punto di riferimento e di influenza per band loro coetanee come Beatles e Rolling Stones, e finendo per influenzare, con la loro attitudine diretta e nervosa, anche i musicisti che daranno vita alla scena punk, nella seconda metà degli anni ’70, i Clash in primis. Nonostante la morte di Keith Moon, avvenuta nel 1978, e quella del bassista John Entwistle, nel 2002, gli Who hanno proseguito a suonare e a fare dischi, l’ultimo dei quali, datato 2006, si intitola “Endless wire”. Una delle loro ultime pubblicazioni è stata proprio l’album dal vivo intitolato “Quadrophenia live”, celebrazione di uno dei loro album più belli di sempre.
Quadrophenia è distribuito in Italia da Nexo Digital in collaborazione con Universal Music, Radio DEEJAY e MYmovies.it.

Annalisa Scarrone star di "Babbo Natale non viene da Nord", nuovo film diretto da Maurizio Casagrande

babbo natale non viene dal nord
ROMA - Annalisa Scarrone, cantante di scarso successo…ma solo per Maurizio Casagrande. La giovane star della musica italiana protagonista del nuovo film diretto dall’artista napoletano. In un cameo, una psicologa con il volto di Maria Grazia Cucinotta. Idf Italian Dreams Factory presenta Babbo Natale non viene da Nord diretto e interpretato da Maurizio Casagrande. Si è svolta stamattina, presso la Sala del Gonfalone del Comune di Salerno, la conferenza stampa del nuovo film di Maurizio Casagrande, Babbo Natale non viene da Nord.
All’evento erano presenti, oltre all’attore napoletano nonché regista del film, la protagonista femminile Annalisa Scarrone, le produttrici Maria Grazia Cucinotta e Giovanna Emidi, il produttore associato Giulio Violati e il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca.
Annalisa Scarrone, la nuova “rossa” della musica italiana, che dopo “Amici” è approdata a Sanremo - vendendo più di ottantamila copie e vincendo un Wind Music Award e un disco di Platino - si mette alla prova sul grande schermo, in una commedia diretta dall’istrionico attore napoletano, interpretandone la figlia. Le riprese del film, prodotto da Italian Dreams Factory di Maria Grazia Cucinotta, che nel film appare nel ruolo/cameo di una psicologa, Giovanna Emidi e Silvia Natili (Viola di mare, Tulpa, Ce n’è per tutti, Last Minute Marocco, Maldamore e Ma tu di che segno 6), si svolgeranno tra dicembre e gennaio. La location è Salerno e la sua splendida manifestazione “Luci d’artista”, un’esposizione di vere e proprie opere d’arte luminose installate nelle piazze e  nei giardini della città.
Al centro della vicenda un padre superficiale e bugiardo che, durante i giorni di Natale, cercherà di recuperare il rapporto con la figlia India, cantante di talento, ma di scarso successo.

Lorella Magni vince l’hawards del libro dell’anno. L’autrice modella capolavori di zucchero con tutorial e fotografie

lorella magni
ROMA - I fiori di zucchero di Lorella Magni si aggiudicano l’hawards come miglior libro dell’anno. Fiori di primavera, estate, autunno e inverno editi da Malvarosa in collaborazione con Decora. Quattro originali libri, uno per ogni stagione, pensati per deliziare la vista e il palato di quanti amano la sugar flower art. La collana edita da Malvarosa in collaborazione con Decora, azienda leader in Italia nel settore del cake design, ha decretato il successo di Lorella Magni che sabato 25 ottobre al Cake Fest Italia si è aggiudicata l’hawards come miglior libro dell’anno. L’autrice, tra le più talentuose interpreti di quest’arte mostra, passo dopo passo, come modellare delicati capolavori di zucchero tramite semplici tutorial e le fotografie della food blogger e fotografa Laura Adani: melograni, garofani, anemoni giapponesi, ciclamino, camelia e ancora fiore di melo, iris magnolia, papavero sono solo alcune delle numerose specie floreali che gli appassionati di cake design possono divertirsi a riprodurre. Creazioni colorate, belle da vedere e buone da magiare, ideali per decorare torte e pasticcini fatti in casa.

Ogni volume è inoltre corredato di un apposito kit di tagliapasta, realizzato da Decora con materiali in plastica 100%, contenente tutti gli strumenti indispensabili per cimentarsi nell’arte della cake decoration. L’assegnazione del premio rappresenta un traguardo importante per l’autrice che ha saputo trasformare la sua più grande passione in lavoro, soddisfacendo ancora una volta le aspettative dei suoi ammiratori.

martedì 28 ottobre 2014

"Curami", il nuovo singolo della band romana Strani Giorni, estratto dal disco "L'invisibile Spazio"

band video
ROMA - Da oggi, martedì 28 ottobre 2014, è visibile in anteprima e in esclusiva sul sito di Mescalina il videoclip di “Curami”, il nuovo singolo della band romana Strani Giorni, estratto dal disco "L'invisibile Spazio”. Il gruppo in questa canzone condensa “tutta la nostalgia di un amore ormai perduto”. Nella canzone “i ricordi, i suoni, le frasi…come la goccia di un rubinetto si susseguono incalzanti a tormentare il sonno”, come si evidenzia nella presentazione del singolo; la animano così “la sensazione di sentirsi improvvisamente inutili e senza nessuno slancio verso il futuro”, un senso di smarrimento e di disagio, da cui deriva l’esigenza di lanciare una sorta di SOS disperato, ma anche di cercare una via d’uscita “nell’intricato labirinto della mente umana”. La malattia e la salvezza sono infatti entrambe all’interno del nostro animo.
 Il pezzo, dotato di un testo diretto, ma che non esclude anche momenti immaginifici e delicati, è un esempio di un robusto synth-rock, che la band elabora portando in scena la sua consolidata esperienza.
Nel video si assiste ad una doppia fuga dal buio, corsa per sfuggire da un labirinto, ma anche viaggio al centro della notte per attraversarla e superarla in auto…
La meta e il rifugio? Se il testo è una richiesta, quasi una confessione di fragilità e una preghiera nuda, nel video l’approdo è…musicale. A voi scoprire cosa si tratta!
Ecco come racconta il video la band:
Il salotto allestito nel garage con lampade, tappeti, e strumenti musicali, corrisponde metaforicamente alla nostra “zona di confort”, dove ci sentiamo sempre al sicuro, nascosti e ben protetti da serramenti e da solide pareti di cemento armato. La strada in superfice invece rappresenta l`incertezza della vita reale e la possibilità di poterci e doverci confrontare inevitabilmente con le nostre paure più profonde e i problemi di tutti i giorni...ma anche una grande occasione per crescere e scoprire un mondo capace di regalarci infinite bellezze! L’automobile è lo strumento che ci permette di attraversare e colmare tale distanza, è il simbolo del coraggio e dell`infinito potenziale che si cela dentro ognuno di noi; infatti nella parte finale del video non è un caso che i soli artefici e responsabili del nostro viaggio e del nostro cambiamento siamo proprio noi stessi!
Il trio, composto da Roberto Maccaroni (chitarra e voce), Daniele Teodorani (batteria e percussioni) e Patrizio Placidi (basso), sta portando in tour le nuove canzoni de “L’invisibile Spazio”, disco registrato al Martello Recording Studio e missato al Kutso Noise Home da Matteo Gabbianelli.
Queste le prossime date della tournee, partita da Civitavecchia:
 5 novembre, Roma - “Contestaccio” 
21 novembre, Roma - “Defrag” 
27 novembre, Bastia Umbra (PG) - “Twist & Shout” 
6 dicembre, Milano - “Bachelite club” (concerto in acustico) 
In questi anni la band è arrivata seconda al Premio Augusto Daolio (2006), ha partecipato al Pigro Festival in memoria di Ivan Graziani (2007), ha partecipato al Festival delle cento radio (2012), ha vinto vari contest ed ha attirato l’attenzione di radio e tv come Radio 105, Radio inBlu, Ecoradio, Radio Rock, Rai Uno, Rai Gulp, 7Gold tv e Studio 54 network.

“Il suonatore di duduk” armeno diventa “Il danzatore con la qifteli”. Nel Mediterraneo le parole diventano voci ed echi

albania armeni
ROMA - Dal suonatore di duduk al danzatore di qifteli. Quando nel Mediterraneo le parole diventano voci ed echi e destino. Le “voci” del Mediterraneo sono un intreccio tra popoli e civiltà, tra lingue e linguaggi in un viaggio i cui echi hanno il vento che giunge dal mare e dalle terre. I popoli sono sempre un incontro tra le eredità delle culture e le identità che si misurano attraverso le appartenenze. Occorre costruire il Mediterraneo e non soltanto recuperando le tradizioni, ma scoprendo tutto ciò che pensavamo di conoscere e che, invece, vive di distanze, di mistero, di nascosto. Costruire il Mediterraneo è anche ascoltare e sentire, è anche vedere e guardare, è anche immaginare e sognare.
In un tempo di naviganti che cercano il vento d’altura o una sponda le civiltà  le civiltà diventano popoli e i popoli sono l’alba e il tramonto di coscienze.
Forse anche per questo trovare in una leggenda o in una fiaba o in un racconto, che ha radici e matrici etniche, il suono della parola significa dare un senso ad un orizzonte.
Gli Albanesi e gli Armeni sono storia e pensiero, nostalgia e diaspore, fughe e ritorni in un Mediterraneo che diventa sempre più inclusivo non solo in termini geografici, ma profondamente esistenziali.
Ci sono sempre esistenze nelle culture degli uomini e sono gli uomini che camminano e navigano nonostante il vento, il deserto, le maree.
Nella letteratura Albanese e in quella Armena ci sono incontri e rotture.
Ci sono i segni di un c’era una volta o di un forse c’era una volta, ma quel mondo Adriatico, asiatico, balcanico non è il limite o una frontiera. Diventa sempre più una strada. Un camminamento che si legge tra le onde e le dune dei Mediterranei.
La favola o la leggenda, la fiaba e il racconto, pur nelle loro diversità strutturali, diventano sempre un narrare. Un narrare che passa inevitabilmente attraverso la voce per diventare scrittura.
L’oralità si traduce in scrittura e gli Orienti, con i suoi – loro colori, i sogni di una notte che diventa mille notti e le aquile, i cavalli, le rondini, la luna, il sole del sogno, urtano i tramonti e i crepuscoli, le notti e le albe degli Occidenti.
Il sogno, nella leggende e nella favola degli Albanesi e degli Armeni, non è soltanto il recuperare un immaginario. Diventa soprattutto un segno creatore che vive consapevolmente nei labirinti per farsi mito e diventare simbolo.
Le metafore sono, sostanzialmente, dei criteri poetici. Il campo delle metafore si serve delle immagini, ma è il tono, la ritmicità, il suono della “fabula” che offre l’opportunità di comprendere quei mezzi linguistici che passano, inevitabilmente, dalla preistoria del racconto, che è l’oralità, alla nuova archeologia del sapere linguistico che è diventata la scrittura.
Proprio qui si avverte, in una raccordare la storia alla realtà, la trasformazione delle metafore, le quali restano, appunto, immagini. Anzi sono le parole che creano immagini, perché, in fondo, ad essere mascheramento, nascondimento e mistero sono le metafore.
È come se si creasse un mosaico tra la leggenda e la favola, nella recita o nella lettura della cultura Albanese ed Armena, per definirsi in un incastro di voci che danno vita ai personaggi, ai luoghi, al viaggiare.
Una geografia, dunque, in cui gli Orienti (Turco e Musulmano) si definiscono negli Occidenti (Mercanti e Cristiani), e viceversa. Nella fabula, usando impropriamente questo concetto per legare leggenda e favola stessa, la metafora occupa, chiaramente, il campo delle parole. Non quello dei linguaggi. La parola avverte, subisce e offre delle metamorfosi.
Sia in Albania che in Armenia l’Oriente è nella visione Islamico – Ottomana. La storia ha il sopravvento, ma soltanto nell’orizzonte delle metamorfosi del linguaggio, si riesce a comprendere il passaggio tra una dimensione individuale e una dimensione in cui i popoli straziano l’anima ad una civiltà.
Così è accaduto in Armenia. Così in Albania.
Popoli e civiltà che hanno convissuto con il senso della bellezza e con l’orizzonte di morte.
Nel raccontare le leggende e le favole il filo della malinconia ha il suono del duduk, in Armenia, e del çiftelia in Albania.
La musica, nei popoli, è il linguaggio di epoche.
Come i diamanti per i mercanti che si portano dentro la pioggia d’Oriente.
Come il lauro che racconta l’immortalità e incorona gli eroi per gli Occidenti.
Più che storie comuni, tra le due civiltà e i due popoli, ci sono storie di mezzo.
Per gli Armeni il monte Ararat ha il valore della “creazione di Dio”, ovvero è la metafore del luogo creato da Dio, dove, secondo una leggenda, è approdato Noè e qui si è ancorata la sua Arca.
Mentre per il Turco è la montagna del dolore. Gli Armeni hanno difeso profondamente la loro fede nella cristianità. Come gli Albanesi che hanno affidato il loro messaggio cristiano ed occidentale a Giorgio Castriota Scanderbeg.
Quella terra di Armenia delle “pietre urlanti”, come ebbe a dire Mandelstam, trova il confronto con la terra delle Montagne che ha la durezza del Kanun in Albania.
La favola, la leggenda, dunque il raccontare, respirano questi scenari e queste atmosfere e “Il suonatore di duduk” armeno diventa “Il danzatore con la qifteli”.
Così.
Il suonatore di duduk
“Forse, nel castello dove l’albero di melograno aveva scenari di rosso, c’era una volta il gallo del Re. Al primo annuncio della notte svanita, nel cominciar del giorno, cantava.
Un bel giorno, che diremmo mesto, non si udì il canto. Il Re non si svegliò e non diede gli ordini. Soltanto all’imbrunire il Re si accorse che il suo castello era stato occupato dai musulmani. Fece in tempo a chiamare il suonatore di duduk che intonò la pazienza della nostalgia.
I musulmani, impauriti da questo suono, restarono smarriti. Cercarono da dove potesse giungere quel suono. Ma nulla trovarono. Il suonatore continuava a suonare senza smettere per alcuna pausa.
Quel suono richiamava la tradizione del popolo e la nostalgia del suonatore, presto, si trasformò in una preghiera.
Sempre smarriti, i musulmani corsero fuori dalle mura del castello. Il suonatore di duduk, ancora oggi, non ha smesso di suonare.
Nonostante tutto. Forse c’era una volta il suonatore di duduk”.
Così si racconta in terra d’Armenia e quel “nonostante tutto” sta proprio incastrato nella tragica storia del popolo armeno e nel genocidio che subirono.
Il duduk è uno strumento musicale, chiamato anche flauto albicocca o flauto a pipa, che vive nella tradizione dell’Armenia e si suona come se ogni suono pronunciasse una parola.
Lo si nota anche nel film “The Passion”, 2004, ed è suonato dall’attore venezuelano Pedro Eustache.
Il danzatore con la qifteli
“C’era una volta un danzatore di qifteli che in una piazza d’Albania, dell’Albania rocciosa, danzava e le sue dita sembravano volteggiare sulle due corde, allineate in posizione parallela, che emettevano echi che si sentivano anche oltre il vento spinto tra gli spacchi dei monti.
Suonava e danzava per la sua Fazile, che si era offerta a Maometto. Il danzatore non trovava riposo.
Nell’alba di un giorno che era destinato ad una pioggia notturna arrivarono i soldati di Maometto. Ridussero a mille frammenti il qifteli e bastonarono il danzatore.
Per giorni e notti soltanto il silenzio occupava la piazza e il vento non portava oltre i monti l’eco.
Nel pieno buio di una notte, che non era destinata alla pioggia, si udì nuovamente il suono e il danzatore ricominciò a suonare. Intanto Fazile era fuggita dalle braccia di Maometto.
Al suono del danzatore si presentò in piazza. Si avvicinò. Si presero per mano e nulla si è potuto aggiungere a questa storia. Soltanto che il suonatore si faceva chiamare Gyon”.
Tipica la figura del danzatore che suona il qifteli, chiamato anche çiftelia, nella cultura albanese.
C’è da sottolineare, comunque, un particolare.
Fazile (Fazilet) è un nome di donna maomettana, quindi di tradizione orientale ed islamica, mentre Gyon, che vuol dire Giovanni, è nome tipicamente occidentale e cristiano.
La leggenda Armena e quella Albanese, così come la favola, vive (vivono) la consistenza di un intreccio che è quello tra storia e letteratura. Un intreccio che la tradizione trasporta all’interno di una interpretazione antropologica, il cui risvolto trova delle assonanze etniche ben definite.
L’anima dei popoli si incontrano, appunto, in una metafisica che è quella del raccontare per metafore, i cui segni sia linguistici che metaforici stessi si richiamano in una metamorfosi della parola.
Tutto per essere tramandato, ovvero la tradizione che diventa una costante verità tra il presente, ciò che diremo e la memoria che si arricchisce sia di nostalgia sia di malinconia sia di un tempo che non può essere eterno, ma infinito.
In fondo, sia la leggenda che la favola che il raccontare, in Armenia e in Albania, ma sostanzialmente nella coscienza dei popoli e delle civiltà, sono un infinito che resiste all’urto della storia sino a quando la verità della tradizione continuerà ad esistere nell’anima delle culture, che hanno parola, voce, lingua e linguaggi. Tutto ciò perché nel Mediterraneo tutti i suoni dell’indefinibile sono incontro di terre e mari, di mistero e destino,di acque e di deserti nello sguardo tra un Oriente che è fatto di Orienti e di un Occidente fatto di Occidenti.

Marco Paolini intervistato da Teresa Mannino per riflettere su giovani e infanzia, speciali tv su laeffe

laeffe giovani
MILANO - Paolini e Mannino su laeffe da domani 29 ottobre con tre speciali, 1a puntata racconto Giovani e Infazia con "La macchina del capo". Domani, mercoledì 29 ottobre alle 21,10, laeffe (canale 50 Dtt e tivùsat, 139 di Sky) presenta il primo appuntamento con “Marco Paolini Racconta”. Una serata di narrazione e spettacolo (la prima di 3 nuovi appuntamenti d’autore con l’attualità) con l’arte e la voce di Marco Paolini introdotto ed intervistato da Teresa Mannino per riflettere sui giovani e sull’infanzia, introducendo lo spettacolo “La macchina del capo”, adattato per la tv dallo stesso autore in questa versione riadattata per laeffe.
Due voci a confronto per raccontare una storia di tanti, per riflettere su cosa siamo diventati attraverso il ricordo di ciò che siamo stati. Un dialogo con due punti di vista inediti. Quello di Paolini, secondo la Mannino, “mai rassicurante”, eppure sempre vicino a chi segue i suoi spettacoli.
Con La macchina del capo “volevo raccontare un imprinting - spiega l’autore - una specie di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, di una società cresciuta nel dopoguerra che impara a usare delle cose  di cui prima faceva a meno… televisione, lavatrice…”, un salto in un passato ricco di presente, in cui l’autore racconta un Paese, ma lo fa senza nostalgia. Uno spettacolo (firmato Marco Paolini e Michela Signori) che parte da una filastrocca, un ricordo giocoso della memoria “La macchina del capo ha un buco nella gomma…” che apre la prima pagina dell’album - teatrale e televisivo - di storie passate e nuovi racconti: un gruppo di ragazzini degli Anni Sessanta, la scuola, i viaggi in treno e le vacanze avventurose. “Provo a raccontare storie locali e particolari senza preoccuparmi che abbiano una valenza universale (…) però la lezione che ho imparato è che se tu riesci ad essere aderente ad una cosa, a raccontarla bene, le corrispondenze le trova chi guarda”. (Marco Paolini).
Il ciclo di appuntamenti d’autore prosegue il 5 novembre con la serata dedicata alla MEMORIA (a seguire lo spettacolo “Il Milione”) e il 12 novembre sul LAVORO (“I Miserabili”).  Tra storie e Storia, poesia del ricordo, riflessione sul presente, l'attualità è proposta al pubblico televisivo in una chiave nuova, nella cifra d’autore della tv del Gruppo Feltrinelli.

Festival della Canzone in Lingua Minoritaria, il gran finale di Suns 2014 al Palamostre di Udine

palamostre udine
UDINE - Suns 2014, al Palamostre il gran finale del Festival della Canzone in Lingua Minoritaria. Udine – Teatro Palamostre – 15 novembre 2014. Poco più di due settimane al gran finale di Suns 2014 - Festival de Cjançon in Lenghe Minoritarie che, giunto alla sua sesta edizione, torna a Udine dopo essersi tenuto lo scorso anno a Moena, in Val di Fassa. La rassegna, dedicata alla creatività musicale dell’Europa alpina e mediterranea (Croazia, Slovenia, Austria, Italia, Svizzera e Francia), è promossa dall’ARLeF (Agjenzie Regjonâl pe Lenghe Furlane) e la sua realizzazione è affidata alle riconosciute doti organizzative di Radio Onde Furlane e del Progetto Suns, in collaborazione con il Comune di Udine. Il concorso canoro presenterà, nella serata di sabato 15 novembre, l’esecuzione live degli otto brani finalisti, selezionati a partire dai ventisei – fra gruppi e solisti – che avevano presentato la loro candidatura per la partecipazione.

I brani ed artisti scelti dalla giuria internazionale sono espressione delle comunità di lingua friulana, ladina, romancia, occitana, francoprovenzale, sarda e croata.
Nello specifico, il Friuli sarà rappresentato da Aldo Sbadiglio e la Famiglia Ananas in Vacanza a Dresda, esponenti del genere pop, rock, folk e blues italofriulano, e da Elsa Martin, apprezzatissima autrice ed interprete di brani in lingua friulana dalle influenze jazz.
Esponenti della Val di Fassa e del Cantone dei Grigioni in Svizzera saranno rispettivamente Martina Iori, giovanissima cantautrice ladina, e Pascal Gamboni, attivo da più di un decennio nella produzione musicale in romancio, sia in patria che nel Regno Unito.

palamostre udine

Per la langue d’oc – declinata mescolando rock e folk – avremo i Lou Tapage, band proveniente dalle Valli occitane del Piemonte, mentre Billy Fumey presenterà un brano nel francoprovenzale della Franche Comté (Francia orientale).
Sardo e croato saranno invece rappresentati dai Ratapignata, formazione che da anni, e con risultati molto interessanti, abbina la lingua isolana ai suoni e ai ritmi del rock, del funk e del reggae, e dai Kroatarantata, giovanissimo gruppo espressione della minoranza linguistica croata del Molise.
Parteciperanno all’evento anche i ForeFingers Up!, pionieri dell’hip hop sardo, vincitori della passata edizione del festival e prossimi concorrenti del Liet International, rassegna dedicata alla musica nelle lingue minoritarie dell’intero continente, in programma il 12 dicembre a Oldenburg (Germania settentrionale).
Stessa sorte nel 2015, ma questa volta di nuovo a Udine, toccherà al gruppo o solista vincitore di Suns 2014.
Ulteriori informazioni e dettagli sulla manifestazione e su tutti gli eventi ad essa correlati, in programma nei giorni precedenti e successivi il 15 novembre, sono disponibili all’indirizzo www.sunscontest.com

lunedì 27 ottobre 2014

Bari ospita la quarta edizione di Medimex, il salone da non perdere dell'innovazione musicale

medimex bari
BARI - La quarta edizione di Medimex a Bari. Torna a Bari, dal  30 ottobre all’1 novembre la quarta edizione di Medimex, il salone dell'innovazione musicale, che avrà come location una cittadella della musica di ottomila metri quadrati con quattro palchi per la musica dal vivo, sei sale per incontri, presentazioni e uno spazio espositivo con oltre cento realtà internazionali e italiane. La manifestazione, porterà in Puglia oltre cento appuntamenti, che rappresenteranno  il meglio dell'industria discografica internazionale, le etichette major e le indipendenti, oltre che professionisti da venticinque Paesi. Spazio alla musica, dunque, con gli artisti italiani che si esibiranno dal vivo, come Cristina Donà, Mannarino e Brunori Sas, incontri d' autore con Gino Paoli, Giorgia, Manuel Agnelli, Ivano Fossati e J-Ax.
Da segnalare, che il 1° novembre si terrà la premiazione degli Academy Medimex assegnati per questa edizione a Cesare Cremonini (miglior album), Caparezza miglior videoclip), Rocco Hunt (rivelazione dell' anno), Levante (miglior opera prima) e a Vasco Rossi (miglior spettacolo dal vivo) che, per l' occasione, presenterà in un incontro per la stampa il nuovo disco in uscita a novembre. E concludiamo col dire che nell’era 2.0, non mancheranno le discussioni sulle nuove tecnologie con i rappresentanti di Fimi, Siae, Deezer, Google/Youtube, Soundreef. E, sulla spinta di un respiro di apertura internazionale, il programma di networking coinvolgerà festival esteri di vari Paesi come gli Usa, la Cina, Germania, Canada, Austria, Russia, Francia, Corea del Sud. Per non parlare della novità dell’edizione 2014, vero e proprio anno di sperimentazione per il salone dell’innovazione musicale, tanto che ha ideato il Medimex Kids, un percorso formativo nelle scuole medie inferiori e superiori sulla musica italiana d’autore: i ragazzi studieranno i testi degli autori a scuola e concluderanno l’approfondimento proprio con i musicisti che parteciperanno all’evento.

Annalisa Martinisi, in “Ames en voyage - Passion”, all’Istituto Francese. Nel nuovo cd dell'artista anche Peppino di Capri

istituto francese
NAPOLI - Ancora una volta si accendono i riflettori sull’artista Annalisa Martinisi, protagonista dell’atteso spettacolo “Ames en voyage - Passion” che si terrà mercoledì 5 novembre a Napoli presso l’Istituto Francese di via Crispi, durante il quale la cantante presenterà il suo nuovo cd che vanta la collaborazione di artisti come Peppino di Capri. Annalisa Martinisi continua il suo viaggio nelle celeberrime melodie napoletane adattate in lingua francese travolgendo con i suoni parigini e con le atmosfere autentiche da lungosenna che nascono dal palpito verace delle lontane falde vesuviane.
Scopre, così, una Malafemmena di Pigalle, un Surdato‘nnammurato tra le stradine di Montmartre, i ritmi di una Rumba d’ ‘e scugnizzitra le balze impertinenti delle ballerine di cancan, il ricordo di una Passione seduto ad un bistrot … in “Ames en voyage - Passion” rivivono Palummella, Voce e notte … ed è come se queste melodie fossero nate altrove o, meglio, dovunque. “Anime in viaggio - Passion” – dice Annalisa - “è il risultato di incontri importanti che mi hanno dato tanto sia dal punto di vista professionale che umano”.

Alunni con cittadinanza non italiana nati nel nostro Paese oltre il 50% del totale degli studenti figli di migranti

alunni stranieri nati in italia
ROMA - Alunni con cittadinanza non italiana, registrato il ‘sorpasso’ delle seconde generazioni. I nati in Italia sono più del 50%. L’Italia che cambia si vede fra i banchi, dove gli alunni con cittadinanza non italiana nati nel nostro Paese sono ormai oltre il 50% del totale degli studenti figli di migranti. Un sorpasso scattato nell’ultimo anno scolastico, il 2013/2014, secondo i dati forniti dal Report statistico diffuso oggi dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. La dimensione del fenomeno spiegata dal Miur. Anche per l’anno scolastico 2013/2014 si registra un aumento, seppur più contenuto rispetto al passato, del numero degli alunni con cittadinanza non italiana. Nell’anno che si è concluso a giugno erano presenti nelle nostre scuole di ogni ordine e grado 802.785 alunni figli di migranti, 16.155 in più rispetto al 2012/2013. Di questi 167.591 hanno frequentato la scuola dell’infanzia, 283.233 la primaria, 169.780 la secondaria di I grado, 182.181 quella di II grado.

Il “sorpasso” delle seconde generazioni
Gli alunni con cittadinanza non italiana sono il 9% del totale. Ma è soprattutto la quota di quelli nati in Italia ad essere in forte crescita. Nel 2013/2014 gli alunni stranieri nel loro complesso sono cresciuti del 2,1% rispetto all’anno precedente, i nati in Italia hanno avuto un incremento dell’11,8%. Gli alunni con cittadinanza non italiana nati nel nostro Paese rappresentano ormai il 51,7% del totale degli alunni figli di migranti. E sono aumentati quest’anno anche gli alunni entrati per la prima volta nel sistema scolastico italiano: sono il 4,9% del totale degli alunni con cittadinanza non italiana rispetto al 3,7% dell’anno precedente e al 4,8% di due anni fa.
La distribuzione regionale - ancora nel comunicato stampa -.
Rimane costante la varietà e l’ordine dei Paesi stranieri con il maggior numero di alunni presenti nel sistema scolastico italiano. Si confermano, ai primi posti, Romania, Albania, Marocco, Cina, Filippine, Moldavia, India, Ucraina e Perù. La regione che ospita più alunni di cittadinanza non italiana è la Lombardia, con 197.102 presenze. L’incidenza maggiore si registra però in Emilia Romagna dove gli studenti con cittadinanza non italiana sono il 15,3% del totale. Seguono Lombardia e Umbria con il 14%. Tra i comuni italiani con la più alta concentrazione di alunni figli di migranti si segnala Pioltello, con oltre il 30%. I comuni di Campi Bisenzio, Cologno Monzese, Arzignano e Prato vanno oltre il 22%.
La scuola statale è la preferita 
Il 10% degli studenti con cittadinanza non italiana frequenta una scuola non statale contro il 13,3% degli alunni italiani. Alle superiori i percorsi scolastici più opzionati sono quelli professionali e tecnici. Gli alunni figli di migranti che sono nati in Italia scelgono un indirizzo professionale nel 29,2% dei casi, quelli nati all’estero nel 39,5%. La scelta dell’istruzione tecnica riguarda il 41,1% degli alunni figli di migranti nati in Italia e il 38,1% per i nati all’estero. Le ragazze preferiscono gli indirizzi liceali, con in testa l’ex Istituto magistrale. A seguire Liceo Linguistico e Liceo Classico.

Era dunque meglio Benito Mussolini che Matteo Renzi? Ogni giudizio in merito non è né facile né scontato

benito mussolini
CROTONE - L’attuale capo del Governo italiano, Matteo Renzi, va dicendo tutti i giorni che deve cambiare il Paese, che vuole portarlo fuori dalla crisi, che lo attanaglia duramente oramai da un settennio, attraverso un programma di riforme istituzionali. Predica la crescita, lo sviluppo; auspica e incoraggia gli investimenti esteri per allentare l’assedio della disoccupazione e, negli ultimi tempi, pure della deflazione, ricomparsa in Italia la scorsa estate, dopo 54 anni, proprio quando in Parlamento si scatenavano furibonde battaglie per la soppressione del Senato e per la riforma della legge elettorale. Fuori dal Parlamento, invece, le vere emergenze italiane fanno raggelare il sangue nelle vene: cala il potere d'acquisto delle famiglie; si arriva al miliardo di ore di cassa integrazione; la disoccupazione giovanile è record, toccando il 44,2 %; nel mondo delle professioni si perdono mezzo milione di posti; crescono i fallimenti di aziende sino a un più 15 per cento; in ottobre, per l’industria italiana, si registra un calo peggiore rispetto allo stesso mese del 2013.

C’è Matteo Renzi al Governo; a maggio 2014, alla vigilia delle elezioni europee, ha dato agli italiani che uno stipendio ce l’hanno, 80 euro in più in busta paga e il partito che egli rappresenta, il Pd, ottiene il 40 per cento dei consensi tra quel 50 per cento degli italiani che sono andati a votare per le Europee. Egli, il Premier, considera questo suffragio come una legittimazione elettiva personale, pur non essendo espressione dell’elettorato. Agosto 2014, in Parlamento ci si azzuffa per il nulla, e fuori l’effetto incentivante degli 80 euro in busta paga si rivela acqua fresca; la gente non va in vacanza e persino i saldi estivi fanno registrare un meno 5,8 per cento rispetto al 2013. E’ dramma nel Mezzogiorno d’Italia; si sono persi 48 miliardi e 32mila imprese. Le cose stavano più o meno così anche negli anni Venti ed a qualcuno, come a febbraio 2014 a Matteo Renzi, venne in mente di marciare verso Roma. Formidabili analogie, o spettacolarità delle coincidenze, oppure, molto più semplicemente, copia-incolla del Ventennio fascista, ma le “affinità elettive” tra l’ex sindaco di Firenze e Benito Mussolini, sono, a dir poco, impressionanti, già a partire dal modo con cui, da nominato, è divenuto Capo del Governo. Il 30 ottobre del 1922, a dare l’incarico di Primo ministro a Mussolini c’era un re, di nome e di fatto; Vittorio Emanuele III. L’incarico di Premier a Matteo Renzi è stato conferito da un Presidente della Repubblica, conosciuto da tutti come “Re Giorgio”, il 22 febbraio del 2014. Quando Mussolini fu incaricato come Presidente del Consiglio, aveva appena 39 anni; la stessa età di Renzi. Entrambi, nelle rispettive epoche di appartenenza, si misero subito al lavoro per normalizzare delle situazioni esplosive attraverso un percorso di riforme, di  riduzioni delle spesa pubblica e di provvedimenti urgenti che, per Mussolini, consistettero nel dare risorse ai mutilati e invalidi di guerra. Ma le analogie tra i due capi di governo si infittiscono; a distanza di quasi un secolo i percorsi seguiti sul terreno delle riforme si assomigliano come due gocce d’acqua. Anche il Duce, nel 1924, fece approvare una nuova legge elettorale; la cosiddetta “Legge Acerbo” che avrebbe dato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza con almeno il 25% dei voti. A distanza di 90 anni, la “novità” adottata da Matteo Renzi, in fatto di legge elettorale, è anche quella un copia-incolla tratto da una pagina del Ventennio; cambia solo il nome. Perché l’Italicum, così si chiama oggi quella che fu la “Legge Acerbo” del 1924, consegna il 55 per cento dei seggi in Parlamento al partito che arriva primo tra i due che hanno ottenuto più voti al primo turno. Chi vince potrà così fare affidamento su un monocolore per governare l’Italia.In neppure 10 mesi di governo, Renzi ha cominciato a stravolgere l’ordinamento dello Stato repubblicano; dalla trasformazione delle province in “dopolavoro” per sindaci e amministratori locali che possono eleggersi solo tra di loro, a una prima stesura della legge di modifica del Senato. Benito Mussolini, nei suoi primi due anni come capo del governo, stabilisce che il premier non sia più considerato il primo ministro, ma segretario di Stato nominato direttamente dal Re; e così pure i ministri sono nominati dal Re su proposta del Segretario di Stato. Nel 1926 i sindaci diventano podestà con nomina reale e potranno avere un seggio alla Camera coloro che saranno inclusi in una lista unica di prescelti, redatta dal Gran Consiglio e quindi solo ratificata dal voto popolare. E’ un Matteo Renzi che si guarda nello specchio del Duce, quello che marchia col titolo di “professoroni” Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà allorché essi obiettano sulla abolizione del Senato. Ai rilievi mossi da Giovanni Giolitti nel 1928, in merito all’adozione del sistema di elezione dei parlamentari, Mussolini rispose con queste parole. “Verremo da lei a imparare come si fanno le elezioni”. Corsi e ricorsi della storia, coincidenze o copia-incolla; persino lo sfondo internazionale dell’Italia di oggi, sotto la grande ombra della Germania, è identico a quello del Ventennio fascista. Però le analogie tra Matteo Renzi e Benito Mussolini si interrompono in fatto di strategie per la crescita. Perché dopo la fine della Grande guerra, si registrò, allora come oggi in Italia, aumento della disoccupazione, diminuzione dei salari, mancanza di investimenti e interessi altissimi corrisposti per i prestiti allo stato. Negli anni Venti si poteva ancora stampare moneta e svalutarla, ma oggi che all’Italia, la quale ha adottato una moneta straniera, non resta altro che emulare solo  alcune  delle misure adottate dal fascismo per far  fronte alla crisi. Aumentare le ore di lavoro  senza incremento di salario, rendere il lavoro flessibile e poco retribuito; aumento dei prelievi fiscali e quindi delle tasse; inasprimento dei controlli tributari. Queste cose le fece Mussolini, ma ce ne furono altre che Renzi non riesce a copiare e che pure, forse, ma soltanto forse, servirebbero a qualcosa. L’Italia di oggi è un Paese certamente con meno sovranità, e le misure adottate dal Duce non sarebbero condivise e verrebbero addirittura osteggiate dall’Unione Europea. C’è che Mussolini, all’epoca dei fatti, quando pure c’era stata la crisi del 29, ordinò di stampare più moneta, preferendo inflazione a deflazione; di calmierare i prezzi dei servizi pubblici, a partire dai trasporti ferroviari. Più stato dunque; un nuovo piano industriale per il Paese, che coincide con l’Istituzione dell’ IRI nel 1933 (istituto per la ricostruzione industriale, abbattuto da Prodi nel 2002) ; dell’AGIP (1926) dell’ANIC (1936) e della Snam (1941). Creature della politica economica attuata da Mussolini durante il Ventennio e che pure sono state rilanciate per divenire, come l’AGIP, a tutt’oggi, uno dei pochi “gioielli di famiglia” rimastici, grazie all’intuito di Enrico Mattei che, nel 1953,  scelse di trasformare quell’azienda di stato in quel colosso di stato che oggi si chiama ENI e che resta in bilico tra privatizzazione e vendita definitiva ai privati. All’epoca di Matteo Renzi, si licenziano le orchestre dai teatri dell’opera; si riducono i fondi per la cultura; si dice di volere sostenere la scuola e l’istruzione, ma si riesce a malapena a imbiancare le pareti degli istituti che cadono a pezzi; si promettono assunzioni di insegnanti, ma si tagliano università e ricerca. Diversità nelle analogie, nelle tante analogie; tra un premier degli anni venti e questo della seconda Repubblica. L’Istituto “Luce” e quindi Cinecittà; la Mostra del Cinema di Venezia, frutto della Biennale di Venezia, nacquero in epoca fascista. Lo stesso Parco nazionale del Gran Paradiso fu istituito nei primi anni del Ventennio; mentre nell’ultimo decennio dei giorni nostri, le poche risorse pubbliche disponibili vengono dilapidate per demolire una delle valli italiane più belle per farvi passare un treno. Era dunque meglio Benito Mussolini che Matteo Renzi? Ogni giudizio in merito non è né facile né scontato; ma nei limiti della logica che afferma la validità dell’originale nei confronti di una copia; soprattutto di una copia riuscita male e spacciata come rivoluzione e nuovo che avanza. Sotto questo profilo, l’Italia sta cambiando; ha ragione del Premier Matteo Renzi; se non fosse che siamo dinanzi la mutazione che subisce il corpo umano quando è divorato dal cancro. D’altra parte anche il cancro è qualcosa che cresce e si sviluppa  dentro un corpo sano, sino a prendere il sopravvento, o no …?

di Antonella Policastrese

Giuliana De Sio, in Notturno di donna con ospiti, di Annibale Ruccello, al Teatro Bellini

bellini di napoli
NAPOLI - Al Teatro Bellini di Napoli Pietro Mezzasoma presenta Giuliana De Sio in Notturno di donna con ospiti, di Annibale Ruccello, con (in o.a.), Gino Curcione, Rosaria De Cicco, Andrea De Venuti, Mimmo Esposito, Luigi Iacuzio, scene Roberto Ricci, costumi Teresa Acone, disegno Luci Stefano Pirandello, musiche Carlo De Nonno, regia Enrico Maria Lamanna. Il testo propone, ancora una volta, il viaggio che Ruccello aveva intrapreso nel quotidiano attraversato e contaminato dal thriller, nonché il viaggio nel panorama desolato della periferia urbana, dei ghetti degradati, tra le tv locali e le radio libere. Un percorso apparentemente triste, che però viene ravvivato ora da una miscellanea di sentimenti, ora da involontaria comicità.
Una serie di colpi di scena con un occhio al cinema "thrilling"; ma mentre "Le cinque rose" ha come riferimento il cinema di Hitchcock, di Argento, di Polanski, nel "Notturno" domina quello anni '70, per intendersi di Scorsese e di Kubrik.
I canoni sono sempre gli stessi: il luogo isolato, il protagonista barricato all'interno, la minaccia esterna che semina orrore e sgomento fino ad un catartico finale.

L'azione si svolge in una casa a due piani nella periferia di una metropoli: Adriana porta avanti la sua esistenza, nel caldo afoso, tra canzoni e note di un pianoforte, tra televisione ed una terza gravidanza, con un marito, Michele, che lavora di notte e ritorna a casa all'alba.
Una sera accade che strani individui, temuti e desiderati da troppo tempo, si introducano in casa. Improvvisamente riaffiorano senza una logica i ricordi, angoscianti fantasmi del passato, che provocheranno in Adriana una reazione atroce, insensata, ma a lei necessaria per fuggire da quella prigione grigia e ossessiva.
Un progetto in definitiva che segna l'ideale ricostruzione del discorso su Ruccello, sulla violenza e modernità delle metropoli.
La mano del regista ha saputo cogliere gli aspetti più significativi di un testo percorso, come è nello stile dell’autore, da un coacervo di sentimenti contrastanti. Un particolare ringraziamento alla Sig.ra Giuseppina De NonnoRuccello, madre dell'autore, ancora oggi rigorosamente vicina alla "vicenda drammaturgica" dell'indimenticabile Annibale.

Info spettacoli
Dal 31 ottobre al 9 novembre 2014
Orari Spettacoli
Venerdì 31 Ottobre ore 21
Sabato 1 Novembre ore 21
Domenica 2 Novembre ore 17,30
Lunedì 3 Novembre riposo
Martedì 4 Novembre ore 21
Mercoledì 5 Novembre ore 17,30
Giovedì 6 Novembre ore 21
Venerdì 7 Novembre ore 21
Sabato 8 Novembre ore 17,30
Domenica 9 Novembre ore 17,30

Sindrome di Munchausen per procura. Pamela Tozzo premiata in Francia per qualità scientifica e innovazione della ricerca

insubria
VARESE - Una dottoranda dell’Università degli Studi dell’Insubria, Pamela Tozzo, ha ricevuto in Francia un premio per la qualità scientifica e l’innovazione della ricerca da lei condotta sulla Sindrome di Munchausen per procura. Per un contributo sulla Sindrome di Munchausen per procura. Una dottoranda dell’Università degli Studi dell’Insubria,  Pamela Tozzo, classe 1982, di Padova, iscritta al secondo anno del corso di Dottorato in Medicina Clinica e Sperimentale e Medical Humanities, ha ricevuto lo scorso 4 ottobre a Lille (Francia) un premio per la qualità scientifica e l’innovazione della ricerca da lei condotta sulla Sindrome di  Munchausen per procura. Con il contributo dal titolo: “The protection of minors’ rights in Munchausen syndrome by proxy”, è stata premiata nel corso della riunione annuale di EACME (European Association of Centres of Medical Ethics).
Le problematiche etico-cliniche che emergono in caso di sospetto abuso su minori assumono rilievo nella pratica bio-medica e sembrano essere paradigmatiche della criticità dei conflitti che possono crearsi tra professionisti sanitari e genitori (o rappresentanti legali del minore).
La Sindrome di Munchausen per procura rappresenta un esempio emblematico in cui il conflitto può essere di difficile individuazione da parte degli stessi professionisti sanitari, ai quali il genitore maltrattante spesso appare, differentemente rispetto ad altre forme di maltrattamento, attento e amorevole. La gestione di situazioni complesse di questo tipo può essere difficile per il singolo professionista sanitario o per l'intera équipe e l'obiettivo di questo studio è stato quello di individuare gli aspetti etici ed il possibile ruolo che il consulente etico può avere in tali situazioni.
Tale ricerca si colloca nell’ambito del progetto di ricerca triennale dal titolo “Bioetica e minori: il ruolo del consulente etico” che la dottoressa Tozzo sta conducendo nel corso del Dottorato di Ricerca in Medicina Clinica e Sperimentale e Medical Humanities, coordinato dal professor Marco Cosentino, e ha come docente guida il professor Mario Picozzi, professore associato di Medicina Legale dell’Università degli Studi dell’Insubria, e come tutor la professoressa Luciana Caenazzo, professoressa associata di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Padova.

"È finito tutto! È finito tutto!", da Antonino Caponnetto alla perduta alterità tra Destra e Sinistra. Con Pia Di Marco

caponnetto destra sinistra
ROMA - "È finito tutto! È finito tutto! ...Non mi faccia dire altro! Non mi faccia dire altro!" Con queste celebri parole del giudice Caponnetto (chi può dimenticare come scuoteva il capo nel pronunciarla subito dopo l’uccisione di Borsellino) Giuseppe Rapuano invita i suoi collaboratori a commentare lo stato delle cose, qui in Italia. Pensavo di non poter raccogliere l’invito per aver pubblicato, proprio oggi, su Cinquew News un’intervista impossibile a Pier Paolo Pasolini: avrei ripetuto le stesse cose, gli stessi inesorabili temi già individuati negli anni Settanta dal poeta, scrittore e regista. E sia detto per inciso: questa “intervista” a Pasolini è stata una delle cose più difficili che mi sia trovata a fare,  quasi un mese di lavoro per cercare l’intonazione giusta: dalle raccolte di articoli intitolate Lettere corsare e Scritti luterani balzavano fuori i problemi di oggi, ma come visti attraverso un cannocchiale.

Era tutto lì, sulle pagine ispirate di un veggente, di un Tiresia e il Paese, in quelle stesse pagine, mi appariva un Edipo inquieto sull’orlo della catastrofe, ostinatamente inconsapevole, ma lì lì per comprendere e accecarsi dalla disperazione. L’escamotage delle domande e risposte mi serviva per inibire ogni  pretesa, da parte mia, di identificarmi con Pasolini, e là dove ho potuto, ho utilizzato brani di articoli dell’artista. I tempi lunghi dell’elaborazione sono dovuti a una sola, costante, domanda:  gli eventi che Pasolini aveva colto in potenza, come li avrebbe commentati vedendoli dispiegati rovinosamente sul nostro quotidiano? Ho  fatto quel che ho potuto. Dopo aver consegnato il lavoro, mi sono imbattuta in uno scritto di Pasolini, una relazione al congresso del Partito Radicale (senza data) che ha le caratteristiche di una vera profezia.  Con queste pagine vorrei ora rispondere a Giuseppe Rapuano  sullo stato dell’Italia. E dunque, che cosa dice Pasolini agli ospiti radicali?  Li invita a riflettere su un primo assunto: “il PCI ufficiale dichiara di accettare  ormai e sine die, la prassi democratica”. Sì, ma quale prassi democratica? Nel quesito è la mutazione futura di un partito che oggi (dico oggi, 26 ottobre 2014) è rottamato, che può aspirare, com’è stato detto dal premier Renzi, a diventare il partito dei reduci.  Difendere l’articolo 18, per esempio, è come mettere il rullino in una fotocamera digitale. Frasi inquietanti, soprattutto per il richiamo all’immagine dei reduci di guerra e alle tecniche sofisticate di un’arte fotografica ineguagliabile e ancora in uso, come a due fattori da relegare in soffitta (o in discarica).  Quale democrazia, si chiedeva Pasolini. Non certo quella dei democristiani.  Le pagine seguenti sono dedicate alla definizione del concetto e della prassi di una democrazia che  non sia una forma di tolleranza e di permissivismo, un magma dove ogni intrallazzo è possibile e non ha un nome. Il paragrafo quarto, dedicato agli estremismi di sinistra, è un capolavoro di lucidità intellettuale e di onestà senza pari: insegnare che bisogna usufruire degli identici diritti dei padroni non è democrazia, è guerra civile della borghesia povera contro la borghesia ricca, mascherata da lotta di classe. Democrazia non è lotta per i diritti civili in nome di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, è lotta per i diritti civili in nome di un’alterità, di un’altra forma di vita e di un’altra cultura. Mi chiedo: nella sua lunga mutazione l’ex PC, che in questi vent’anni s’è arricchito di ulivi e margherite da colli e prati democristiani, si è anche battuto per i diritti civili in nome dell’alterità? Ha custodito il bene prezioso delle culture particolaristiche, ne ha difeso il diritto all’esistenza? Il paragrafo quinto mi ha semplicemente sconvolta. “Tutti sanno – scrive Pasolini – che gli "sfruttatori" quando (attraverso gli sfruttati) producono merce producono in realtà umanità (rapporti sociali)”. I rapporti sociali sono modificabili -  e non in nome di un’alternativa, ma di una vera alterità culturale (una istanza democratica dovrebbe difendere appunto, questa alterità). Il rapporto sociale che s’incarnava tra servo della gleba e feudatario , il rapporto tra operaio e padrone dell’industria erano, infatti, modificabili. Si può dire altrettanto dei rapporti generati dalla seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti consumismo)?  E se, “attraverso le nuove, immense possibilità che si è data, questa seconda industrializzazione producesse da ora in poi rapporti immodificabili? (…) I bisogni indotti dal vecchio capitalismo – cito ancora da Pasolini - erano infondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d’uomo: ma l’umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "rapporti sociali" immodificabili, sia creando nel caso peggiore al posto del vecchio clerico -fascismo un nuovo tecno-fascismo (…); sia, com’è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all’utopia o al ricordo”.
La stagione che stiamo vivendo è all’insegna del fascismo tecnologico, un potere che ci sovrasta, a cui abbiamo affidato tutto – e tutto ci può essere tolto: non saprei dire se dalla gestione dei pochi addetti alla sala dei bottoni o dal semplice cattivo funzionamento delle macchine. Forse opterei per la seconda ipotesi, tanto per non dare toni apocalittici all’argomento e ricordando che un italiano, noto astronauta, riferisce che nelle basi spaziali è contemplata la bassa tecnologia delle istruzioni cartacee casomai “Hall” si rincretinisse. Quanto alla falsa realizzazione dei diritti civili come contesto pseudo ideologico della nostra immodificabile (non dialettica) società, che Pasolini prefigurava e temeva, direi che è il traguardo a cui è giunto il nostro Paese. Tant’è che perfino la Sinistra, nella persona del suo leader, si avvale di paragoni usa e getta per farci capire che i tempi sono decisamente cambiati. Non so se tutto sia perduto come diceva il giudice Caponnetto, certo, è andata perduta quella funzione peculiare della Sinistra di trasformare la prevaricazione (e imitazione) tra classe dominante e classe dominata in un rapporto dialettico. Alla fine è andata perduta l’alterità. Anche tra Destra e Sinistra.

domenica 26 ottobre 2014

Biglietto, signorina. Il nuovo libro di Andrea Vitali in anteprima ai Martedì Letterari del Casinò di Sanremo

andrea vitali sanremo
SANREMO (IMPERIA) - Andrea Vitali ai Martedì Letterari presenta in anteprima nazionale il nuovo libro “Biglietto signorina”. Il 28 ottobre teatro dell’Opera ore 16,30. Il 28 ottobre nel Teatro dell’Opera alle ore  16.30 Andrea Vitali presenta in anteprima nazionale il libro “Biglietto, signorina” (Garzanti). Introduce l’autore l’editor Matteo Moraglia. Leggeranno alcuni brani gli attori del Teatro dell’Albero. Presenza musicale della scuola Ottorino Respighi con la giovane cantante Alessia Cava.
Biglietto, Signorina (Garzanti) Una bella forestiera squattrinata, pericolo numero uno per la carriera politica del candidato sindaco «Bellano è una Macondo fatta di storie e di uomini simpatici e accattivanti.» Antonio Gnoli, «la Repubblica»
Alla stazione ferroviaria di Varenna, a pochi chilometri da Bellano, c'è trambusto. Il capotreno Ermete Licuti è sceso dal convoglio scortando una passeggera pizzicata senza biglietto. E senza un quattrino per pagare la multa. Fa intendere che arriva da Milano, che vuole andare a Bellano, ma non parla bene l'italiano, e capire cosa vuole è un bel busillis. Ligio alle norme, il capotreno non sente ragioni e consegna la ragazza al capostazione, Amilcare Mezzanotti, che protesta vivace.
Il regolamento però è chiaro, la faccenda tocca a lui sbrogliarla. E così adesso il povero capostazione si trova lì, nel suo ufficetto, con davanti Marta Bisovich. Bella, scura di carnagione, capelli corvini, dentatura perfetta, origini forse triestine, esotica e selvatica da togliere il fiato. Siamo nel giugno del 1949, e sul lago di Como, in quel di Bellano, tira un'aria effervescente di novità. Ci sono in ballo le elezioni del nuovo sindaco, e le varie fazioni si stanno organizzando per la sfida nelle urne. Su tutte, la Dc, fresca dei clamorosi successi alle politiche del '48, attraversata ora da lotte intestine orchestrate dall'attuale vicesindaco Amedeo Torelli, che aspira alla massima carica ed è disposto a giocare tutte le sue carte, lecite e anche no. La bella e conturbante Marta, invece, ha altre aspirazioni. Le basterebbe intanto trovare un posto dove poter ricominciare a vivere, e questo è il motivo per cui ha deciso di puntare le sue ultime chance sulla ruota di Bellano, dove certe conoscenze non sono nelle condizioni di negarle l'aiuto di cui ha bisogno. Biglietto, signorina – storia apparsa in una prima versione nel 2001 con il titolo L'aria del lago nell'omonima raccolta, e qui interamente reinventata, riscritta e ampliata – ci porta nel bel mezzo dell'Italia della ricostruzione, alle prese con la ritrovata libertà. In un paese che fatica a risollevarsi dalle macerie della guerra, ognuno tenta la sorte per imbastire il proprio futuro.

Andrea Vitali
Di Andrea Vitali (Bellano 1956) nel catalogo Garzanti sono presenti: Una finestra vistalago (2003, premio Grinzane Cavour 2004, sezione narrativa, e premio letterario Bruno Gioffrè 2004), Un amore di zitella (2004), La signorina Tecla Manzi (2004, premio Dessì), La figlia del podestà (2005, premio Bancarella 2006), Il procuratore (2006, premio Montblanc per il romanzo giovane 1990), Olive comprese (2006, premio internazionale di letteratura Alda Merini, premio lettori 2011), Il segreto di Ortelia (2007), La modista (2008, premio Ernest Hemingway), Dopo lunga e penosa malattia (2008), Almeno il cappello (2009, premio Casanova; premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante; premio Campiello sezione giuria dei letterati; finalista al premio Strega), Pianoforte vendesi (2009), Il meccanico Landru (2010), La leggenda del morto contento (2011), Zia Antonia sapeva di menta (2011) e Galeotto fu il collier (2012).
Nel 2008 gli è stato conferito il premio letterario Boccaccio per l'opera omnia. 
Il sito di Andrea Vitali è: www.andreavitali.info 
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Hanno scritto di lui
«Un grande narratore che, come Piero Chiara e Mario Soldati, sa raccontare la profondità della superficie.» (Bruno Quaranta, «Tuttolibri»)
«I romanzi di Andrea Vitali sono una rarità, rappresentano campioni dell'antica arte del racconto italiano.» (Antonio D'Orrico, «Sette»)
«Vitali Andrea è il degnissimo epigono di una grande tradizione romantica.» (Giovanni Pacchiano, «Il Sole-24 Ore»)
«La forza delle storie di Andrea Vitali nasce da una innata capacità di ascolto delle vicende della gente comune che egli trasforma in prodigiosa azione romanzesca.»(Fulvio Panzeri, «Avvenire»)
«Un talentuosissimo scrittore.» (Massimo Onofri, «Diario»)
Il  4 Novembre nel teatro dell’Opera ore 16.30 “La ricerca dell’Arca:risultati conclusivi” Testimonianze dal Monte Ararat di Fra Leopoldo Rizzi e Tito De Luca.
Presentazione  del libro:Sub hoc Signo Voluntas Dei” di Riccardo Bonsi.
Mostra con reperti storici del V.E.O.S.P.S.S. Intervento musicale della scuola Ottorino Respighi.
 Nella sala Dorata continua  sino al 3 novembre dalle 15.00 alle 23.00  ad ingresso libro la mostra Pietro Agosti : L’Ingegnere Podestà 
“Tempo, è questo, di guardare seriamente al futuro”
( P. Agosti giovedì 26 maggio 1927 dal discorso di insediamento a palazzo Nota).